Anche la madre che non impedisce la violenza sessuale del padre ai danni delle figlie è colpevole

Anche la madre che non impedisce la violenza sessuale del padre ai danni delle figlie è colpevole

Redazione

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A deciderlo è stata la Cassazione con una recente sentenza (n. 36829 del 12 ottobre 2011), che ha rigettato il ricorso di una donna, condannata in primo e in secondo grado per concorso nel reato di violenza sessuale e di maltrattamenti in famiglia.

Ad avviso dei giudici costei, pur non avendo tenuto una condotta attiva nel perpetrare tali violenze ai danni delle figlie, era comunque colpevole per non aver impedito che ciò si verificasse: invero, la donna era in dovere di adottare tutte le misure necessarie affinché il marito non abusasse delle minori, anche perché titolare di una posizione di garanzia in virtù della quale scaturiscono obblighi di protezione.

Il fondamento della responsabilità, ad avviso dei giudici, è da ravvisare nella norma di cui all’art. 40 capoverso del codice penale, in base alla quale «non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo».

Tale norma stabilisce quindi l’equivalenza, sul piano dell’efficacia causale, fra agire ed omettere, e, in combinato disposto con le singole norme incriminatrici della parte speciale del codice penale, pone la responsabilità per il reato a carattere omissivo, consistente, cioè, in un mancato attivarsi da parte di un soggetto che invece aveva l’obbligo giuridico di farlo. L’obbligo è rappresentato, all’interno di un nucleo familiare, dalla posizione (di garanzia, appunto) rivestita dai genitori nei confronti dei figli, per la quale i primi sono tenuti ad adottare comportamenti di tutela e di salvaguardia.

Ma la madre che non impedisce che in casa propria si consumi una violenza sessuale ai danni delle figlie, di certo trasgredisce a tale obbligo, rendendosi perciò colpevole assieme al marito.

A nulla sono valse le argomentazioni della difesa in base alle quali la donna era totalmente succube del marito ed incapace di adottare un comportamento di tutela nei confronti della prole: per tale reato sono colpevoli, secondo i giudici, sia l’uomo che la donna. (Lucia Nacciarone)

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