La lotta in ambito internazionale contro la propaganda terroristica

La comunità internazionale intensifica la lotta contro la propaganda terroristica

Paccione Giuseppe

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La lotta contro lo Stato islamico, Al-Qaïda e altri gruppi – questi reputati attori non statali che rappresentano il terrorismo del XXI secolo, portando terrore in ogni angolo del pianeta – non va concretizzata solamente con lo strumento dell’intervento coercitivo militare, ci si riferisce alla liceità dell’uso delle forza contro entità non statali, ma anche con strumenti che mirino a minare e, quindi, debellare il fenomeno della propaganda terroristica che avviene mercé la rete online, cioè a dire internet, il social network (facebook, twitter e via discorrendo) ed altri mezzi di comunicazione.

Per raggiungere l’obiettivo di colpire alla radice propagandistica violenta, attuata dai gruppi di stampo terroristico internazionale, la comunità internazionale, per il tramite dell’organo politico delle Nazioni Unite, id est il Consiglio di Sicurezza, ha adottato la risoluzione n.2354 del 24 maggio 2017, che ha come obiettivo quello di rendere concreto e vincolante erga omnes il documento denominato “quadro internazionale globale della lotta contro la propaganda terroristica”, presentato il 28 aprile 2017 dal Comitato del Consiglio di Sicurezza, istituito con la risoluzione n.1373 del 2001, che si occupa della lotta al fenomeno del terrorismo internazionale. È d’uopo sottolineare, inoltre, che tale documento coinvolge altri importanti organismi come la Direzione esecutiva del Comitato contro il terrorismo e altri enti collegati con le Nazioni Unite, come pure Organizzazioni internazionali a carattere regionale, si pensi, a titolo di esempio, all’Ufficio della squadra speciale di contrasto al terrorismo, ma anche gli Stati membri interessati.

La risoluzione n.2354(2017), adottata dall’organo principale delle Nazioni Unite, a cui è stata affidato il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, è stata voluta proprio nel momento in cui l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), con lo scopo di fare apologia del fenomeno del terrorismo o per farne la propaganda violenta, tende a divenire cosa ricorrente. Difatti, bisogna sottolineare che la principale risorsa, la quale favorisce il terrorismo internazionale, è costituita dalla cassa di risonanza mediatica. Da qui, è possibile comprendere come il terrorismo non si manifesta più unicamente mediante attentati o attacchi mirati, ma è divenuto un sistema con delle reti di comunicazione talmente sofisticate rispetto a quelle delle amministrazioni pubbliche.

I gruppi terroristici

I gruppi terroristici s’appoggiano pure su un’arma strategica superiore dell’attuale società: la diffusione dei messaggi propagati da organizzazioni che fomentano il fenomeno del terrorismo. Sfruttandone, in tal modo, lo strumento della comunicazione. Questi movimenti terroristici sono riusciti a colpire una delle tante libertà ritenute come fondamentale da molti Stati. Si tratta purtroppo di una piaga che può nuocere gravemente alla libertà di espressione nell’era digitale. Infatti, questi attori non statali, che fomentano il terrore, si servono delle innovazioni tecnologiche come strumenti per far arrivare i loro messaggi di inneggiamento all’odio, all’istigazione a commettere reati di matrice terroristica e all’attuazione di attacchi contro le città principali dei Paesi occidentali.

Prendendo la totale portata in maniera seria di queste minacce, molti Stati, ben consapevoli, come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e anche l’Italia, per far fronte all’acuirsi della sempre più intransigente minaccia del terrorismo, non hanno mancato di intervenire con leggi che determinano una serie di mezzi elettronici per contrastare questo orrendo fenomeno terroristico di matrice islamica.

Può trattarsi di una specifica azione, come di un’atto che s’inscrive nel quadro nazionale della lotta contro il terrorismo. Resta il fatto che la conciliazione fra la libertà di espressione, accesso all’informazione e propaganda del terrorismo pone la questione nell’ambito della lotta contro il dilagare del fenomeno di matrice terroristica. Da una serie di condanne per apologia del terrorismo ai giorni nostri, si sono pronunciati organi giudiziari che sono impegnati in prima linea a contrastare questi gruppi di combattenti o potenziali combattenti terroristi.

Si tratta di un’infrazione ormai scritta in molti ordinamenti nazionali che si occupano di lotta al fenomeno terroristico anche di matrice internazionale. Sia ben chiaro che i vari governi non intendono soffocare o reprimere la libertà alle persone di esprimersi come desiderano, ma di sanzionare fatti che sono alla radice degli atti di matrice terroristica, traendo le conseguenze giuridiche di questo nuovo fenomeno, che va distinto da quello tradizionale del terrorista membro di un’organizzazione criminosa, che costituisce l’integrazione per i terroristi dell’azione mediatica nella loro strategia globale.

È necessario trarre le conseguenze della tattica posta in essere da gruppi legati al terrorismo, i quali gruppi hanno teorizzato la c.d. jihad mediatica e hanno così integrato la propaganda alla loro strategia per servirsene come un’arma. Pur motivando, certamente, quanto poc’anzi delineato, esistono organismi internazionali che sono impegnati nella salvaguardia dei diritti dell’uomo, i quali ritengono che la repressione della propaganda di matrice terroristica porta verso la limitazione dei fondamenti della persona umana.

Lotta alla propaganda terroristica

Prima o poi, doveva essere soggetto di approvazione il documento di cui si sta trattando, id est quello presentato dal Comitato del Consiglio di Sicurezza alla fine di aprile. Tuttavia, se si legge con attenzione il documento quadro di lotta contro la propaganda di matrice terroristica, ci si accorge che non è stata data una definizione alla dicitura propaganda, che ha la sua derivazione dal latino “propaganda”, indicante quel tipo d’azione che tenda a influire sull’opinione pubblica ovvero, per essere più precisi, a propagare. Tale termine è stato ripreso nella ben nota Guerra dei Trent’anni, del XVII secolo, come strumento di annuncio del vangelo.

Successivamente, ha preso una dimensione politica a partire dal primo conflitto mondiale del secolo scorso. Si potrebbe sostenere che la parola propaganda di solito possa significare anche tutto ciò che viene concretizzato con il solo scopo di diffondere un parere o un’opinione. Essa, ergo, consiste in un raggruppamento di azioni e strategie mirate a influenzare o a indottrinare il pensiero e i comportamenti di una popolazione.

È possibile anche aggiungere che la propaganda rappresenta il tal modo una dimensione di manipolazione, in particolar modo quella degli animi degli individui. Contrastare il fenomeno odierno di matrice terroristica, nell’era della progredita ed avanzata forma comunicativa, non pare così semplice a causa del momento in cui il dilagarsi dei social network che facilitano gli scambi tra persone che, come ben è noto, non si conoscono inter se, da una parte all’altra del mondo. I gruppi terroristici fanno di tutto per imporre la loro presenza – come segnale forte della loro esistenza sullo scacchiere internazionale – mediante tutti i mezzi che hanno in loro possesso, tentando in tal maniera di convincere ossia convertire tanti individui, soprattutto se siano molto giovani, ad abbracciare la loro ideologia fondata sul terrore e creare destabilizzazione all’attuale ordine mondiale.

A titolo di esempio, è stato riportato che il gruppo di matrice terroristica Al-Qaïda nel Maghreb Islamico (l’AQMI), per farsi comprendere, presente nelle zone del Sahara e del Sahel, si serve di agenzie di comunicazioni islamiste radicali, come, giusto per citarne qualcuno, al-Saḥāb (che ha prodotto e distribuito la maggior parte dei messaggi audio e video di Osama bin Laden e di Ayman al-Zawahiri resi pubblici dal 2001 a oggi), Al-Baraq, Al-Furqan e via discorrendo.

Dal momento in cui l’AQMI ha stretto un patto o accordo con il gruppo terroristico di Al-Qaïda, questo movimento terroristico si è registrato sulle liste di diffusione di questa piattaforma o siti jihadisti, che ha come compito di trasmettere le nuove azioni di vari movimenti legati al terrorismo di matrice islamica e che agisce assieme per ogni operazioni che abbia luogo. Va portato alla mente, in aggiunta, che queste agenzie di informazione consentono una larga visibilità che si sia mai avuta in questi ultimi anni, facendo conoscere il gruppo o i gruppi terroristici attraverso la distribuzione di video contenenti operazioni di compimento di azioni criminose, la procedura di arruolamento, l’addestramento, la presa di ostaggi, il finanziamento, la propaganda di viaggi in territorio estero e via dicendo.

Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza del 24 maggio 2017, dove i quindici Stati membri hanno adottato la risoluzione n.2354, alcuni rappresentanti hanno sottolineato la necessità di sradicare il fenomeno della propaganda violenta attuato da vari gruppi che servono il terrorismo, che è la radice principale che sta mutando le abitudini del modus vivendi di molti cittadini. Quindi, lottare contro la propaganda e l’ideologia dei terroristi, contenitori di odio e violenza, è l’unica strada fondamentale che l’intera comunità internazionale deve intensificare per debellare in maniera definitiva questo cancro che sta ponendo in serio pericolo la pace e la sicurezza internazionale.

La propaganda e l’ideologia potrei definirli quali punti di forza di cui queste entità non statali terroristiche si servono con lo scopo di diffondere il suo veleno di menzogna e di odio, di giustificare i suoi crimini, di mobilitare i soggetti più vulnerabili come i giovanissimi e spingerli al suicidio in zone affollate, convinti che vanno a compiere un atto nobile ed eroico. Perciò, credo che sia necessario tenere in considerazione che vadano esaminati, per poi essere depennati, tutti i fattori che favoriscono la metastasi del terrorismo attraverso il finanziamento, il fornimento di armi, il supporto politico, ideologico e mediatico. Tuttavia, non si può non tenere presente che un terrorista non è solo colui che porta le armi, ma anche colui che lo forma, lo sonvenziona e che gli offre una copertura politica e finanziaria.

L’adozione della risoluzione n.2354 del 2017 consente di delineare i compiti affidati al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ogni misura adottata che abbia come fine il contrasto al terrorismo deve essere intrapresa evitando di intaccare i pilastri su cui si poggiano il diritto internazionale generale, il diritto d’umanità o internazionale umanitario, il diritto internazionale dei diritti umani, come pure il diritto internazionale dei rifugiati.

Il documento riguardante il quadro internazionale globale della lotta contro la propaganda terroristica pone in rilievo tre passaggi che ritengo di grande rilevanza o, meglio, potrei definirli i tre punti chiave.

Il primo passaggio concerne le misure giuridiche e quelle di repressione in conformità a quelli che sono gli obblighi adottati dalla Nazioni Unite e ai vincoli di ogni Stato membro, secondo le norme di diritto internazionale, di interdire e prevenire l’incitazione a compiere atti terroristici che si erano e continuano ad essere considerevolmente intensificati nella comunità internazionale a causa della recrudescenza dei messaggi negativi propagati dalle tecnologie della comunicazione e informazione; per questo è fondamentale che ciascuno Stato, che agisce nella vita di relazioni internazionali e membro della famiglia umana, deve rafforzare e diversificare le soluzioni apportate per poter dare una forte risposta al fenomeno della propaganda di matrice terroristica islamica.

La forza dello strumento informatico

Il secondo passaggio, sempre del documento adottato dal Consiglio di Sicurezza – menzionando nuovamente che esso è vincolante per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite –, riguarda la necessità di una piena collaborazione tra il pubblico e il privato, cioè a dire l’esigenza di una cooperazione tra i due soggetti che può svolgere un ruolo di forte impatto fondamentale nel contrastare il fenomeno dell’incitazione a compiere atti terroristici, soprattutto il settore privato che può avere un ruolo chiave in materia di lotta contro la propaganda terroristica on-line o su rete.

Bisogna, inoltre, perseguire le ricerche che sono inerenti il ruolo di internet, come pure i fattori della radicalizzazione di individui molto fragili che possono divenire elementi determinanti a commettere azioni violente. L’esempio può essere tratto dallo Stato islamico/DAESH e da altri attori non statali che utilizzano l’informatica e le comunicazioni per favorire le proprie attività di carattere terroristico. Per questo è della totale importanza tenere in considerazione il ruolo di società o enti private/i che gestiscono piattaforme informatiche, le quali possono ostacolare e prevenire la propaganda di soggetti che non sono entità statli legati al fenomeno del terrorismo.

Il terzo ed ultimo passaggio chiave è inerente l’elaborazione di attuazione di una contro-propaganda tale da poter affrontare le minacce mediatiche e su rete del terrorismo islamico. Ma per concretizzare ciò, bisogna che ogni Stato dia la propria disponibilità nel coinvolgere le popolazioni del luogo e le ONG (organizzazioni non governative) competenti all’elaborazione di piani per contrastare la propaganda estremista e violenta che possa favorire all’incitamento a compiere azioni di terrore e di violenza fisica e psicologica. Altro aspetto fondamentale è il ruolo dell’educazione, in particolar modo quella culturale, che può giocare nella lotta contro la cultura della violenza e della morte propagata dai terroristi.

La comunità internazionale ha anche posto in risalto il fatto che i gruppi terroristici di sovente fanno ricorso a differenti strategie per reclutare nuovi adepti per la loro causa. Ormai, è chiaro che i terroristi usano in maniera abusiva la rete informatica e le comunicazioni, non negando che essi sono pure attirati dai media elettronici, che costituiscono un ottimo mercato facilmente penetrabile nell’ambito di un ampio pubblico.

Credo che un altro aspetto vada chiarito cioè a dire che vi è una larga fetta di popolazioni a cui è negata la possibilità di accedere ai social network o a internet come nei Paesi del quarto mondo o in quelli in via di sviluppo, dove il reclutamento e la radicalizzazione avviene per il tramite di contatti diretti con persone molto vulnerabili, soventemente con scambi con amici o vicini. In determinati Stati, soprattutto quelli con alta densità di analfabeti e poveri, dei gruppi terroristici sono penetrati senza alcun ostacolo negli ambiti degli insegnamenti, nelle istituzioni culturali e religiose. Tuttavia, la propaganda è anche presente all’interno delle carceri – altro aspetto da non sottovalutare –, in altri luoghi in cui i simpatizzanti del terrorismo usano lo strumento della divulgazione per reclutare e radicalizzare futuri adepti.

Dopo aver esaminato i tre punti chiave del documento sul quadro internazionale globale di contrasto alla propaganda violenta perpetrata dai gruppi terroristici, presentata al Consiglio di Sicurezza che ha dato parere favorevole adottandola con una risoluzione vincolante erga omnes, credo che sia necessario analizzare, pur se brevemente, il contenuto della risoluzione n.2354 del 24 maggio 2017, in cui si è voluto evidenziare la questione che il terrorismo, sotto ogni forma e in ciascuna manifestazione, rappresenta una minaccia preoccupante contro la pace e la sicurezza del pianeta e può essere vinto solo se vi è unione e collaborazione fra gli Stati stessi.

L’atteggiamento dell’ONU

Le Nazioni Unite sono profondamente preoccupate che questi gruppi legati al fenomeno terroristico siano in grado di edificare una propaganda fallace fondata su un’interpretazione del tutto non corretta e una presentazione distorta della religione per giustificare gli atti di violenza – sull’aspetto del legame con la religione, il Consiglio di Sicurezza ha sottolineato a chiare lettere che il terrorismo non va associato con alcuna religione – di cui fanno uso per reclutare individui, in particolar modo quelli provenienti da altri Paesi, i c.d. combattenti stranieri (foreign fighters) terroristi, per mobilizzare delle risorse e ottenere il supporto di simpatizzanti, in particolare sfruttandone le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come internet e i social network, come ho già avuto modo di porre in risalto prima.

Il Consiglio di Sicurezza, inoltre, si rivolge a tutti gli Stati e alle agenzie competenti connesse con l’Organizzazione delle Nazioni Unite affinché seguano una serie di direttive nell’attuazione del documento quadro internazionale di contrasto alla propaganda del terrorismo, attraverso l’azione avviata dalle Nazioni Unite nell’ambito della lotta per fermare la propaganda violenta emessa da gruppi terroristici e che dovrà essere basata sulle norme contenute nella Carta delle Nazioni Unite come i principi del rispetto della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica degli Stati.

In aggiunta, sempre il Consiglio di Sicurezza fa appello allo stesso Comitato, che si occupa di contrastare il terrorismo, di contribuire all’azione lanciata dalle stesse Nazioni Unite in modo da ottenere un’azione efficace contro la propaganda terroristica on-line e al di fuori della rete di internet.

Altro punto fondamentale, contenuta nella risoluzione de quo si sta trattando, concerne l’imposizione del Consiglio di Sicurezza allo stesso Comitato della necessità urgente di determinare dei contatti con strutture che hanno delle competenze accomunate alle esperienze nel contesto di un organo che possa essere di contro-propaganda, coinvolgendo i leader delle varie fedi religiose, le organizzazioni delle società civili, entità del settore privato e così via, con l’obiettivo di creare un coordinamento con lo stesso Comitato, in modo da tenere aggiornato un elenco di iniziative nazionali, regionali e internazionali sulla questione antipropaganda.

Il Consiglio di Sicurezza ha incaricato, difatti, il Comitato contro il terrorismo, in concerto con la Direzione esecutiva, di organizzare almeno una seduta pubblica una volta all’anno per analizzare i fatti accaduti nel mondo sul piano della lotta contro la propaganda terroristica.

 

 

 

 

 

 

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