Essere e avere: la primazia dell’essere.

Essere e avere: la primazia dell’essere.

Ianni Vincenzo

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Scorrendo i secoli ci si avvede che nella storia dell’uomo pochi concetti risultano connotati di una valenza che trascende la datità delle culture.
   Tra questi, in particolare, quelli dell’“essere” e dell’“avere” sono rimasti indenni nella coscienza dell’uomo senza dimensione di spazio e di tempo.
    Può dirsi che essi si situano in una sorta di collettore di antiche memorie, sedimenti spirituali e morali che si depositano nella coscienza individuale, sin dalla sua primigenia.  
   Le locuzioni “essere” e “avere”, in quanto simboli intemporali, fanno parte del linguaggio universale di tutti gli uomini, costituendo una sorta di minimo comune denominatore di quel patrimonio culturale cui tutti noi attingiamo.
   In tal senso può affermarsi che essi rappresentano gli elementi permanenti e stabili del pensiero, gli archetipi che permettono di nominare, distinguere e pensare gli esseri e gli oggetti del mondo fisico. In sostanza, l’essere e l’avere ci permettono di codificare le differenze; sono, insomma, quei “contenitori” rispetto ai quali tutto in un certo senso, diviene “contenuto”.
   L’“essere” e l’“avere”, allora, non sono che le facce del medesimo prisma: l’uomo, con il suo bagaglio di esperienze esistenziali.
   Nulla è rimasto più indenne nella sua mente che tali concetti primordiali, privi di ogni connotazione spazio-temporale, ma sempre concepiti come due entità diverse e concorrenti nella definizione delle umane vicissitudini.
   Epperò, oggi nell’immaginario collettivo quelli che storicamente nascono come concetti distinti assumono sempre più le fattezze di un’endiadi.
   Difatti, l’originaria coesistenza dei due concetti assume ben altre proporzioni: l’essere sembra cedere il passo all’avere fino a subordinarsi ad esso. 
   L’assunto per il quale “habeo ergo sum” riceve costante conferma nelle giovani generazioni.
   Nell’evo moderno quello che necessariamente è un prius, ossia l’essere(si è prima ancora di avere), sembra divenuto il “predicato” di un espressione che riecheggia la tautologia: si è quel che si ha.
   Leonida Repaci, scrittore calabrese, in un suo romanzo scriveva: “Sarmura è uno strano paese, dove le persone hanno quasi sempre il nome della cosa che meglio le rappresenta” (REPACI, Un riccone torna alla terra, Rubbettino, 2002, p. 15).
   Sono passati diversi decenni da quando queste parole furono proferite, eppure la loro attualità è di meridiana evidenza.
 Le cose, l’avere, nell’odierna temperie divengono uno degli elementi conformativi di una persona, orientandone il pensiero e le emozioni, finanche condizionandone la percezione che di essa ne hanno gli altri consimili.
   Le cose, insomma, finiscono per darci il norme, per dirci e dire agli altri chi siamo, svilendo mestamente il nostro essere.
   Già, potere dell’avere.
   Per avere si è disposti a snaturare la propria persona, il proprio essere, fino ad arrivare ad essere delle persone “di circostanza”, cioè quello che normalmente non siamo, perché l’uomo è un essere fondamentalmente spontaneo e veritiero.
    Eppure lo stesso talvolta inclina a temperare gli istinti della sensibilità, ad ottundere le emozioni in nome di un falso mito: l’avere, divinità ctonia che trova sempre più adulatori.
   Già, perché sa essere oratore brillante, consumato, a tratti silenzioso affabulatore.
   La sua potenza di mediazione sul nostro agire è evidente: l’avere è lo scarto che si situa tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo.
   Si, perché vorremmo avere sempre di più di quanto abbiamo.
   E ciò perché? Per essere altro da quello che siamo.
   Ma non sarà forse che questo atteggiamento ci impedisce di accorgerci che non siamo “grandi esseri” perché inseguiamo l’avere?
   La bramosia di ricchezza sembra stravolgere un dogma: la primazia dell’essere.
   È questa una legge universale cui non può sottrarsi l’avere, fisiologicamente un quid di diverso e di posteriore.
   Basti considerare che siamo responsabili di quello che siamo, non di quello che abbiamo.
  Si è quello che si è, si ha ciò che si vuole avere, sebbene entro certi limiti.
   Non si può essere persona diversa da quella che si è: sarebbe contronatura.
   L’essere sfugge alla logica, l’avere ne è intriso.
   Si ha sempre per qualche motivo: desiderio di possedere, di esibire, e non da ultimo per sembrare di essere un’altra persona.
   Si è, semplicemente.
   È forse per questo che sentiamo una naturale, istintiva, attrazione verso esseri che sono come noi.  
    Il detto “gli opposti si attraggono”, dunque, ben si attaglia a formule scientifiche, ma mal si presta a recepire esperienze relazionali e più in generale di vita, le cui formule sono ancora in parte sconosciute e forse resteranno tali.
   In sostanza, l’avere al più può affascinare, ma mai coinvolgerti veramente a livello emozionale come un altro essere. Potere dell’essere.
   Alla luce di quanto detto può dirsi che l’essere assurge a nume tutelare della dignità dell’uomo in quanto tale, in quanto essere capace di elevarsi verso una dimensione in cui tutto è mantenuto entro una misura di equilibrato dominio.
   Comprendere ciò è per l’uomo una delle tappe più significative della sua formazione.
   È l’essere che consente di enfatizzare i dettagli, anche insignificanti, della vita quotidiana.
   Li connota di un’aurea che l’avere con la sua fredda staticità misconosce.
   Per carità, le cose sono importanti, ci resta impresso un po’ di noi, ma siamo noi che diamo una storia alle cose.
   E la diamo con il nostro essere, eroe eponimo della nostra persona che ci eterna al di là della finitudine corporale.
   L’essere degli uomini è una delle più suggestive reliquie che la vita ci tramanda, apparentandoci con un passato che diviene parte del nostro vissuto.
   L’essere assurge a modello di chi resta in vita consacrandosi in quella patria degli affetti perduti che è la memoria.
   Gli ideali civili e morali che furono patrimonio degli estinti, e che ne connotarono la persona, divengono guida filiale degli altri esseri, a che possano guadagnare la strada maestra delle rettidutine.
   Questi ultimi vengono così partecipati di scorci di vita che provengono da un passato che dovrebbe renderli esseri migliori.
   È l’essere che illumina l’attesa di ciò che deve venire: come siamo, come saremo.
   Potenza di mediazione sull’agire, si è detto. Ma questa volta dell’essere.
   Sin dalla nascita pensiamo cosa dobbiamo essere, cosa diventeremo da grandi.
   Questa tensione è un continuum che con signorile riservatezza ci accompagnerà per tutta la vita, rendendo le giornate senza fine.
   Siffatto proiettarsi in una dimensione futura non impedisce che l’“essere dell’infanzia” resti sempre con noi, trascinando con se lo stupore di quegli anni.
   Quello che siamo oggi, dunque, è solo un punto di partenza verso un altro essere, prima che la morte intervenga a spianare e silenziare questa nostra naturale inclinazione.
   Chi durante l’esistenza si sarà preoccupato di “avere”, senza piuttosto premurarsi di “essere”, avrà avuto una “parvenza” troppo sontuosa per la sua “gracile” spoglia, il suo pallido essere.
   Un essere, improvvisamente travolto dal non sentirsi più attaccato a nulla.
   Chi è legato agli averi risulterà morto prima ancora di morire, prigioniero dello sterile soliloquio del suo avere.
   Avere che ad esso sarà sembrato molto, ma in realtà sarà lo specchio della pochezza della sua persona, del suo essere.
   “Il poco è molto a chi non ha che il poco”, diceva Giovanni Pascoli.
   In definitiva, ci portiamo il nostro “essere” al collo come fosse un diadema, uno spazio terso in cui rifletterci e che ci colora di accenti indimenticabili.
   È l’essere che, una volta spenta l’onda vitale, promuove nelle future generazioni la sollecitazione spirituale, l’accensione all’esempio, all’emulazione, alla grandezza.
   Il filosofo francese Jean Jaurès diceva: “Non si insegna quello che si vuole, dirò addirittura che non s’insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è”.
   Parole, queste, che devono servire da monito alle future generazioni perché si preoccupino di essere “grandi esseri” e non piccole persone che posseggono molto.
   L’essere può insegnarci tanto, l’avere in questo senso è poca cosa.
   Occorre pertanto che l’odierna umanità renda un omaggio di civile recupero della primazia dell’essere, nel quadro di quella precisa geografia terrestre che è la realtà di tutti i giorni, e che fa da sfondo discreto al nostro essere.
   Vincenzo Cordoma in una sua poesia scrive: “L’animo vede quanto lo sguardo cogliere non può” (CORDOMA, “Quanto lo sguardo cogliere non può”, in Canto quanto “Amor mi ispira”, Edizioni Tracce, 2006, p. 25).
   È questa la valenza apicale dell’essere. Il saper andare oltre l’esperienza sensibile.
   L’avere è troppo compenetrato in quest’ultima per poterne prescinderne.
   La finitudine dell’avere … profonda ed ancora inesplorata dalle giovani leve.

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