Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo anche nei casi di pena ridotta

Redazione 14/05/12
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Lucia Nacciarone

Con la sentenza n. 17799 del 10 maggio 2012 la Cassazione, conformandosi ad una precedente pronuncia della Corte costituzionale, ha stabilito un importante principio: l’indagato ha diritto all’equa riparazione per ingiusta detenzione anche quando ha scontato una pena superiore al dovuto, e non solo quando sia intervenuta una pronuncia liberatoria perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato.

E ciò per effetto della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 314 del codice di procedura penale nella parte in cui, nell’ipotesi di detenzione cautelare sofferta, condiziona in ogni caso il diritto all’equa riparazione al proscioglimento nel merito delle imputazioni.

La Consulta, rifacendosi alla propria precedente giurisprudenza ed in particolare alle decisioni che avevano affermato la natura ‘servente’ della custodia cautelare rispetto al perseguimento delle finalità del processo e alla necessità di bilanciare gli interessi in gioco, è pervenuta a ritenere che «ove la custodia cautelare abbia ecceduto la pena successivamente irrogata in via definitiva è di immediata evidenza che l’ordinamento, al fine di perseguire le predette finalità, ha imposto al reo un sacrificio direttamente incidente sulla libertà che, per quanto giustificato alle luce delle prime, ne travalichi il grado di responsabilità personale».

E, quindi, dato che solo in apparenza la posizione di chi sia stato prosciolto nel merito dell’imputazione penale si distingue da quella di chi sia stato invece condannato per una pena superiore a quella irrogabile in base alle accuse, poiché in entrambi i casi l’imputato ha subìto una restrizione del proprio diritto inviolabile, l’indennizzo è sempre dovuto.

Nel caso di specie, c’era stata una riqualificazione del capo d’imputazione, da associazione mafiosa a concorso esterno nella stessa.

E, poiché la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla pena astrattamente irrogabile o irrogata, deve essere riconosciuta secondo la Cassazione la riparazione per la parte di detenzione subìta in eccedenza.

Redazione

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