L’evoluzione storica delle associazioni sindacali di datori di lavoro in Italia

L’evoluzione storica delle associazioni sindacali di datori di lavoro in Italia

Sgueo Gianluca

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1. Introduzione – 2. Le associazioni sindacali di datori di lavoro all’inizio del secolo XX – 3. Le associazioni sindacali di datori di lavoro nel ventennio fascista – 4.1 Le associazioni sindacali di datori di lavoro nel periodo repubblicano – 4.2 Il progetto Pirelli – 4.3 Dalla presidenza Agnelli a confindustria agli anni novanta – 4.4 Gli anni novanta e la politica della concertazione
 
1. Introduzione
La presente indagine ha lo scopo di sintetizzare il lungo periodo che va dall’inizio del secolo, fino ai giorni nostri, con riguardo specifico al ruolo che le associazioni sindacali dei datori di lavoro hanno svolto in esso.
Si vedrà che, nonostante le profonde trasformazioni che hanno interessato la politica nazionale nel corso del secolo, l’importanza del ruolo delle maggiori associazioni non sono non è venuto meno, ma ha costituito un impegno costante nelle agende dei politici italiani.
La migliore comprensione delle basi storiche che fondano l’associazionismo imprenditoriale può dunque trasformarsi in una significativa chiave di lettura per il futuro economico e politico del Paese.
 
2. Le associazioni sindacali di datori di lavoro all’inizio del secolo XX
Le associazioni degli imprenditori in Italia si sono sviluppate molto più tardi rispetto agli altri Paesi europei. Tra le ragioni principali vi è senz’altro la relativa debolezza della classe degli industriali italiani ed il mancato completamento della rivoluzione politica[1]. Nella fase del decollo industriale infatti, durante gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e i primi del ventesimo, gli imprenditori italiani si servirono, per i loro fini, dell’alleanza con forti gruppi preindustriali, in particolar modo i proprietari terrieri, e cercarono la protezione dello Stato contro la concorrenza estera e le lotte operaie all’interno.
I primi segnali di associazionismo si intravedono con l’accelerazione della crescita e l’ammodernamento del quadro politico si intravedono[2]. Le prime organizzazioni degli imprenditori nascono dunque alla fine dell’Ottocento per la rappresentanza degli interessi ed il loro scopo primario è triplice: aggregare un numero sufficiente di associati, ottenere riconoscimento e legittimazione, costruire canale di acceso privilegiato al decisore pubblico.
La stessa aggregazione, inoltre, può essere utilizzata per ottenere economie di scala che dominano nel momento in cui le associazioni erogano anche dei servizi. In alcuni casi poi, i servizi nascono proprio da esigenze di rappresentanza e di tutela dei propri associati.
É importante sottolineare, in proposito, che la funzione di erogazione di servizi si viene a sovrapporre a quella di rappresentanza degli interessi, ma non la sostituisce. La funzione di rappresentanza degli interessi permane nel tempo e ancor oggi è attività fondamentale anche se in molte la funzioni di erogazione di servizi tende ad assumere un peso preponderante. Invece, solo in anni molto più recenti si verrà ad aggiungere alle due funzioni già presenti una terza: quella di promozione di politiche economiche. Ciò, in virtù di ragioni strettamente connesse all’evoluzione e trasformazione del sistema economico e industriale[3].
Un altro fattore di cruciale importanza nel caratterizzare il modello originario di una associazione di rappresentanza degli interessi è l’esistenza o meno di una organizzazione esterna che ne “sponsorizzi” la sua nascita[4]. Si possono distinguere, a tale proposito, associazioni imprenditoriali a legittimazione interna o esterna. Nel primo caso, la confederazione stessa con la sua azione di rappresentanza genera le fonti della propria legittimazione. In altri casi, invece, la fonte è esterna ossia la sua legittimazione deriva da un’altra organizzazione che offre sostegno, legittimazione e talvolta anche risorse economiche.
Stabilire se una associazione si sia formata per legittimazione interna o esterna è molto importante non solo perché ciò ha un effetto fondamentale sul grado di istituzionalizzazione ma anche perché, come nel caso della Confindustria, qualora esista una organizzazione sponsorizzatrice, è assai probabile che essa tenda a plasmare l’associazione facendole assumere una struttura simile alla propria. La prima associazione padronale di cui si hanno notizie in Italia è l’Associazione dei fabbricanti di lana, fondata a Biella nel 1864. A questa ne seguirono altre con ritmo più sostenuto a partire dai primi del ‘900[5].
Queste prime forme associative avevano delle strutture organizzative molto semplici, erano studi di liberi professionisti che, oltre a fornire consulenza ai loro clienti, offrivano anche una sede dove potevano riunirsi, mettersi in contatto con altri industriali e commercianti, cercando di affrontare i problemi che avevano in comune. La loro attività associativa non aveva quindi tratti di continuità e, dopo le prime riunioni, spesso cessavano di operare, in quanto non avevano una seppur minima struttura burocratica e si reggevano unicamente sulla attività volontaria dei loro membri.
Per trovare una associazione imprenditoriale in senso stretto[6] dobbiamo arrivare agli inizi del secolo, cioè al 1902, anno in cui venne fondata la Federazione degli industriali di Monza, la quale si distingueva dalle precedenti anzitutto perché nasceva come fusione di due associazioni ed era dotata di una sede propria, con dei suoi uffici, del personale amministrativo, un organo di stampa e una struttura organizzativa relativamente articolata.
Tra il 1902 e il 1906 il fenomeno associativo ha un notevole sviluppo, infatti nel 1902 nascono oltre alla Federazione Industriali Monzesi, l’Unione Saponaria Italiana, e Associazione Industriale della Valle Strona, nel 1904 l’Unione Zuccheri, nel 1906 l’Unione Industriale della Valsesia, il Collegio dei costruttori edilizi e degli imprenditori di opere pubbliche e private del Piemonte, e la Federazione Nazionale costruttori edilizi e degli imprenditori di opere pubbliche.
Infine, sempre nel 1906 venne costituita a Torino una Lega industriale, da cui nascerà poi nel 1910 la Confindustria, con lo scopo di imprimere un orientamento comune alla politica sindacale degli imprenditori, tutelando i loro interessi anche mediante una funzione negoziale per la soluzione delle vertenze di lavoro[7]. Secondo il suo statuto, la Lega ha il compito primario di tutelare e difendere gli interessi collettivi dei soci e dell’industria e sostenere efficacemente il rispetto e la difesa della libertà di lavoro.
L’otto marzo nasce poi la Federazione Industriale Piemontese composta dalla Lega di Torino, di Biella ed altre 450 aziende.
Bisogna soffermarsi sulle diverse caratteristiche che ha assunto l’associazionismo imprenditoriale in Lombardia e in Piemonte, dove si sviluppa soprattutto come strumento di lotta degli industriali per fronteggiare la sfida del movimento operaio; mentre nel primo caso questa dimensione classista è molto attenuata e prevale un orientamento inter-classista, finalizzato a prevenire i conflitti più che ad affrontarli[8]. Queste differenze mettono in luce la differente natura di queste due associazioni, infatti da ciò consegue l’esigenza di creare unità e coesione all’interno del fronte padronale nella Lega industriale di Torino, mentre la Federazione di Monza non sente di escogitare meccanismi di ingegneria organizzativa per la formazione di un fronte padronale unito e compatto.
Il carattere fortemente classista della Lega di Torino si manifestò attraverso una strategia di espansione e concentrazione. Espansione dei legami associativi oltre i confini geografici di Torino e centralizzazione dei processi decisionali al fine di creare un unico fronte padronale capace di fronteggiare l’attacco delle classi lavoratrici portarono alla nascita nel 1910 della Confindustria. Alla confederazione aderirono undici associazioni, di cui nove erano associazioni territoriali e due merceologiche locali.
Dall’analisi del primo statuto emerge che è un’associazione mista in quanto è prevista l’adesione sia di singoli imprenditori che di associazioni e si propone di promuovere l’unione delle organizzazioni padronali esistenti in Italia e la fondazione di nuove associazioni allo scopo di tutelare e difendere con tutti i mezzi opportuni gli interessi collettivi dell’industria e degli industriali e per promuovere il rispetto e la libertà di lavoro, infine per favorire la buona intesa con gli operai.
Dopo la prima guerra mondiale viene approvato un nuovo Statuto, precisamente nel 1919, che distingue gli scopi economici da quelli sindacali attribuendo gli uni ad una apposita sezione economica, gli altri ad apposita sezione sindacale e che ribadisce il perseguimento di fini sindacali da parte dell’associazione.
3. Le associazioni sindacali di datori di lavoro nel ventennio fascista
Con l’ascesa del fascismo, nel 1922, i rapporti tra organizzazioni degli imprenditori e Stato si consolidarono. Ad esempio la Confindustria sostenne il partito e l’ideologia dei fascisti, esprimendo una posizione largamente diffusa tra gli industriali, i quali vedevano nel fascismo un mezzo per reprimere le organizzazioni operaie e restaurare l’ordine in una società sconvolta da gravi conflitti sociali.
Con il Patto di Palazzo Vidoni, stipulato nell’ottobre del 1925, inizia il processo di conferimento esclusivo della rappresentanza dei lavoratori ai sindacati fascisti; con tale accordo la Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste si riconoscevano reciprocamente come i rappresentanti esclusivi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e si impegnavano a condurre tutte le future relazioni industriali collettive esclusivamente attraverso le proprie organizzazioni ad esse affiliate[9].
Questo Patto è l’immediato predecessore della legge sindacale del 1926. Con questa legge, approvata il 3 Aprile 1926, n. 563, recante il titolo “Disciplina giuridica dei rapporti collettivi”, il legislatore, oltre a vietare il ricorso allo sciopero ed alla serrata[10], ed a prevedere sanzioni per coloro che non rispettavano tale imperativo, regolava anche il conferimento del “riconoscimento giuridico” alle associazioni imprenditoriali, ai sindacati dei lavoratori ed alle associazioni professionali. All’articolo 1 di suddetta legge si affermava che: “possono essere legalmente riconosciute le associazioni sindacali di datori di lavoro a di lavoratori, intellettuali e manuali.” Questo provvedimento dunque, che può essere considerato come il manifesto della politica fascista in materia di lavoro, si rivolgeva tuttavia esclusivamente alle organizzazioni con natura sindacale, mentre non venivano prese in particolare considerazione le associazioni economiche.
Con questo provvedimento inoltre la rappresentanza legale degli interessi veniva concessa dallo Stato come monopolio solo alle associazioni giuridicamente riconosciute, formalmente l’organizzazione sindacale rimaneva libera; la legge non prevedeva l’obbligatorietà dell’iscrizione alle associazioni riconosciute[11]. Libertà limitata però dal fatto che all’interno di ciascuna categoria dei datori di lavoro e di lavoratori poteva venire legalmente riconosciuta un’unica associazione.
La legge stabiliva che per ottenere riconoscimento giuridico ogni associazione di datori di lavoro comprendesse tanti membri da avere complessivamente alle loro dipendenze almeno un decimo dei lavoratori della categoria entro la giurisdizione territoriale dell’organizzazione, tale prescrizione era imposta in maniera analoga anche per le associazioni dei lavoratori[12].
L’iscrizione non era obbligatoria, ma l’organizzazione che otteneva il riconoscimento aveva la rappresentanza legale rispettivamente di tutti i datori di lavoro e di tutti i lavoratori che appartenevano a quella categoria, fossero o meno iscritti all’associazione stessa. Oltre alla rappresentanza legale le associazioni riconosciute possedevano la personalità giuridica w questa caratteristica era il tratto distintivo rispetto alle associazioni di fatto.
In questo sistema giuridico i contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle associazioni riconosciute avevano efficacia nei confronti di tutti i datori di lavoro e di tutti i lavoratori, e sia gli uni che gli altri erano obbligati a versare alle rispettive associazioni di categoria a prescindere dall’effettiva iscrizione.
Nel 1926 viene istituita una speciale magistratura del lavoro per la soluzione pacifica delle controversie in materia per le quali non fosse stato raggiunto un accordo soddisfacente attraverso le normali procedure della contrattazione collettiva. Risultato dell’applicazione del dispositivo del 1926 è che le forze produttive della nazione si trovarono organizzate in dodici confederazioni nazionali di associazioni giuridicamente riconosciute, sei in rappresentanza dei datori di lavoro e sei in rappresentanza dei lavoratori, i settori di riferimento erano i seguenti: agricoltura, industria, commercio, credito e assicurazione, trasporti terrestri, trasporti marittimi ed aerei.
Le associazioni, che si rafforzarono in maniera consistente, diedero così al fascismo il loro sostegno sia politico che finanziario per la restaurazione di un clima favorevole ad un’intensa accumulazione del capitale. Si badi però che la convergenza di interessi non significava né la subordinazione degli industriali al regime fascista, né la riduzione dello Stato fascista al ruolo di strumento politico del potere degli imprenditori. Diversità di obiettivi e conflitti d’interesse restavano, ma, nel complesso, l’alleanza di fondo durò fino alla guerra mondiale.
Nel Febbraio del 1934 con il provvedimento che ha istituito le corporazioni, l’esecutivo fascista avviò una completa riorganizzazione del sistema di rappresentanza degli interessi, stabilendo che le associazioni collegate ad una corporazione diventassero autonome nel campo dei rapporti sindacali, pur continuando ad aderire alle rispettive confederazioni. Ciò significava in pratica che tutti i contratti collettivi di lavoro e gli altri accordi fino ad allora negoziati tramite le confederazioni avrebbero dovuto essere conclusi in maniera diretta e indipendente tra le diverse federazioni di lavoratori e datori di lavoro, conseguentemente veniva attribuito pieno riconoscimento e autonomia giuridica alle federazioni nazionali di categoria; queste ultime erano pertanto libere di negoziare gli accordi collettivi in maniera indipendente.
Questa riorganizzazione funzionale fu accompagnata da una riduzione del numero delle confederazioni, da dodici passarono ad otto, i settori di riferimento divennero solo quattro: agricoltura, industria, commercio e credito e assicurazione.
 
4.1 Le associazioni sindacali di datori di lavoro nel periodo repubblicano
Dopo la caduta del fascismo, nel 1943, le associazioni degli imprenditori, come i sindacati, furono ricostruite mantenendo, in gran parte, la struttura organizzativa dell’anteguerra, ma cominciarono ad operare nel quadro istituzionale del nuovo Stato democratico, basato, per quanto riguarda le relazioni industriali sulla libertà di associazione e sulla libera contrattazione collettiva[13].
La stabilizzazione della situazione interna ed internazionale, databile nel 1948, segnò l’inizio del periodo post-bellico che può essere suddiviso in tre fasi principali:
 
a.        Il periodo della crescita rapida, che corrisponde all’epoca dei governi centristi (1948-58);
b.        Gli anni del boom economico (1959-63) ed il periodo di crescita lenta (1963-68), che corrisponde all’epoca dei governi di coalizione di centro-sinistra;
c.          Il periodo di lotte operaie (1969-1972) e il periodo della stagnazione mondiale (dal 1973 in poi).
 
L’inizio del periodo fu segnato dal successo del partito della Democrazia Cristiana nelle elezioni generali, dalla fine della sua collocazione con i partiti socialista e comunista, iniziata nella lotta contro il fascismo, e dalla scissione della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), l’organizzazione sindacale unitaria diede il via alla formazione, nel 1950, delle tre principali confederazioni sindacali, di diversa ispirazione politica, ancora dominanti: la CGIL, la CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori), e la UIL (Unione Italiana del Lavoro).
Durante il primo periodo la crescita economica fu notevole, sostenuta da produttività crescente, bassi salari, sviluppo tecnologico ed esportazioni in espansione. I settori industriali chiave avevano una struttura fondamentalmente oligolistica che favoriva alti tassi di accumulazione e godevano di una forte protezione contro la concorrenza internazionale.
Anche l’aumento dei consumi delle classi medie ebbe un suo ruolo poiché stimolò una graduale crescita della domanda interna. Questo modello di sviluppo fece nascere nel paese gravi contrasti economici tra il Nord e il Sud, tra città e campagna, e tra i settori tecnologicamente avanzati e quelli arretrati; e determinò inoltre delle forti sperequazioni nella distribuzione del reddito tra salari, profitti e rendite[14]. Tuttavia, nel complesso, esso ha rappresentato una strategia di ammodernamento guidata da una forte coalizione sociale in cui i democristiani conservatori e la classe imprenditoriale erano, rispettivamente, la forza politica e la forza sociale dominante.
In questo sistema, sia i sindacati che le associazioni imprenditoriali erano associazioni private, libere da ogni controllo da parte dello Stato sulla loro organizzazione interna ma ciò non impediva ai tribunali di limitare rigidamente il diritto di sciopero ed agli imprenditori libertà di esercitare controlli sui lavoratori all’interno delle fabbriche attraverso poteri disciplinari. Gli importanti mutamenti economici e politici che presero avvio alla fine degli anni Cinquanta modificarono la situazione nel decennio successivo, l’accelerazione della crescita economica, insieme con l’apertura dei mercati internazionali e le innovazioni tecnologiche, trasformarono profondamente l’industria italiana.
Da un lato, crebbe l’importanza delle industrie pubbliche e private a produzione di massa operanti nei settori più avanzati; dall’altro anche le piccole imprese divennero una componente importante nel sistema industriale italiano[15].
Negli anni Sessanta poi la crescita economica, anche se irregolare, contribuì a rafforzare la posizione dei sindacati sul mercato[16] del lavoro. Le organizzazioni dei lavoratori furono anche rafforzate dallo sviluppo di nuove condizioni politiche e sociali: la fine della guerra fredda, l’apertura a sinistra della Democrazia Cristiana, il riavvicinamento delle tre grandi confederazioni, e un più generalizzato ammodernamento della società italiana.
Nel campo delle relazioni industriali lo Stato abbandonò le politiche di stretto astensionismo, ritenute incompatibili con la nuova condizione dell’economia italiana; divenne lentamente più aperto verso i problemi di lavoro e più incline a promuovere la contrattazione collettiva come un mezzo per controllare le tensioni sociali. In questo processo lo strumento principale furono le imprese controllate dallo Stato.
Nel dicembre del 1956 fu approvata una nuova legge che istituiva il ministero delle Partecipazioni Statali e dava alle imprese la direttiva di recidere i loro legami con la Confindustria, per quanto riguarda le relazioni industriali. ’ASAP e l’INTERSIND, due nuove organizzazioni per le imprese pubbliche istituite nell’ambito della nuova politica, erano infatti proprio l’espressione della preferenza delle autorità pubbliche per politiche più moderne di quelle seguite tradizionalmente dagli imprenditori privati.
In altri termini, le associazioni si collocano nel punto di snodo di complesse transazioni, alle quali la natura degli interessi che si addensano conferisce una funzione di sintesi che è, insieme, sindacale e politica e che, proprio in quanto tale, si presta ad essere apprezzata e recepita anche dal padronato privato. Le due confederazioni divennero fattori decisivi nell’indebolimento della posizione di monopolio della Confindustria alla guida degli imprenditori. Insieme con i sindacati e sotto gli auspici del Ministero del Lavoro essi diedero il via ad un nuovo e più decentrato sistema di contrattazione chiamato “contrattazione articolata” ossia le condizioni di lavoro più importanti venivano regolate da contratti validi per tutto un settore, mentre altri venivano lasciati alla contrattazione a livello d’impresa o di stabilimento.
Intervennero, inoltre, anche profondi mutamenti nella struttura del tessuto industriale italiano. Ad una progressiva diversificazione del tessuto che generava nuovi problemi di gestione delle diversità, si affiancò a partire dall’inizio degli anni ’60 un crescente peso delle piccole e medie imprese.
Il risultato di queste linee di tendenza è stato una crescente polarizzazione dell’industria italiana tra le grandi imprese private, pubbliche e multinazionali, da un lato, e la moltitudine delle piccole imprese dall’altro[17]. L’esito di questi mutamenti fu un indebolimento globale delle posizioni della Confindustria che divenne sempre più un’associazione che forniva solo servizi tecnici ai propri membri, soprattutto alle piccole imprese che non si potevano permettere propri staff interni o consulenti esterni.
 
4.2 Il progetto Pirelli
Di fronte a questi problemi si manifestò l’esigenza di costruire una rappresentanza politica organizzata degli imprenditori, dato che la difesa dei loro interessi individuali e collettivi non veniva più garantita[18]. La risposta giunse solo agli inizi degli anni ’70 grazie all’intervento dei giovani imprenditori, con la riforma del progetto Pirelli[19]. Alla base di questo progetto stava l’idea che per far fronte ai profondi mutamenti in atto nella società italiana non era più sufficiente attuare una politica repressiva nei confronti del sindacato e mantenere rapporti di convenienza con i partiti di governo, come aveva fatto la Confindustria, ma era necessario dotare gli industriali di una vera e propria organizzazione di rappresentanza in grado di fronteggiare un sindacato sempre più forte ed agguerrito.
Gli obiettivi del rapporto Pirelli sono essenzialmente tre: in primo luogo si cercò di aumentare il livello di integrazione sistematica delle singole componenti della Confindustria, ossia quest’ultima doveva trasformarsi da associazione di secondo grado in un sistema unitario integrato e articolato in componenti associative, categoriali e territoriali.
In secondo luogo si cercò di ottenere un maggiore coinvolgimento degli industriali nei processi decisionali. Infine di stabilire rapporti con le istituzioni, i mass media, l’opinione pubblica ed il mondo della ricerca. Per realizzare ciò il rapporto Pirelli introdusse delle innovazioni organizzative soprattutto per quanto riguarda la struttura delle componenti dell’associazione, la struttura degli organi rappresentativi e direttivi, la struttura degli organi di staff.
Ma la Confindustria nonostante la complessa architettura del progetto non era diventata un sistema ma era rimasta un insieme di associazioni[20]. In sintesi, l’effetto che la riforma Pirelli ebbe fu essenzialmente politico[21], infatti provocò un profondo rinnovamento dei quadri confindustriali, con un ricambio nel giro di quattro anni di circa il 40% dei direttori delle associazioni imprenditoriali e di categoria.
 
4.3 Dalla presidenza Agnelli a Confindustria agli anni novanta
Alle modifiche organizzative introdotte nel 1970 fecero seguito numerosi altri progetti di riforma della Confindustria tendenti ad aumentare i poteri di coordinamento e di controllo del centro confederale, sino alla fase di riassunzione organizzativo del 1984-1989[22]. I mutamenti organizzativi erano funzionali alla nuova strategia confindustriale, volta a riacquistare la leadership nella rappresentanza del settore industriale, a riavvicinarsi al sistema politico ed a riportare sotto controllo le relazioni industriali. Per attuare questa strategia la Confindustria dovette far ricorso ad una presidenza di prestigio, ovvero quella di Giovanni Agnelli.
In campo sindacale, la strategia della Confindustria trovò una convergenza con quella delle maggiori confederazioni dei lavoratori, ugualmente interessate a riprendere il controllo di una situazione che era loro sfuggita di mano. L’innovazione più significativa introdotta dal riassetto organizzativo entrato in vigore nel 1984 è stata l’istituzione dell’inquadramento unico da realizzarsi nel giro di alcuni anni per mezzo del doppio inquadramento incentivato, e, successivamente, del doppio inquadramento obbligatorio. Prima del riassetto le imprese aderivano alla Confindustria attraverso due canali distinti: le associazioni territoriali e le associazioni settoriali. Le imprese versavano i contributi alle associazioni le quali poi, a loro volta versavano delle quote alla Confindustria.
La norma del doppio inquadramento prevedeva che le imprese aderissero sia alle associazioni settoriali che alle associazioni territoriali. Di fatto, essendo in vigore la volontarietà del vincolo associativo, ed essendoci una sostanziale sovrapposizione di competenze tra associazioni settoriali e territoriali, erano ben poche le imprese che davano la loro adesione ad entrambe[23].
Il riassetto organizzativo prevede invece di istituire l’inquadramento unico delle imprese dopo una prima fase di doppio inquadramento incentivato ed una seconda di doppio inquadramento obbligatorio. Nel corso della prima fase il rispetto della norma viene premiato con opportuni incentivi alle imprese, mentre nella seconda fase è requisito indispensabile per l’appartenenza dell’impresa alla Confindustria ed entra in vigore una ripartizione di competenze e funzioni tra le componenti settoriali e territoriali. Infine, con la definitiva istituzione dell’inquadramento unico, le imprese danno la loro adesione all’intero sistema confederale, attraverso una associazione territoriale, e stabilire poi dei rapporti associativi, svincolati da quelli contributivi, con le altre associazioni merceologiche o territoriali di loro competenza.
Sempre con riferimento all’inquadramento delle imprese, è da notare come il riassetto dedichi ampio spazio alle situazioni particolari che si riferiscono a quelle imprese, o a quelle realtà associative tra imprese, che per il settore di appartenenza o per la natura della loro proprietà non rientrano nel domain tradizionale della Confindustria. Questo tentativo di regolare l’inquadramento di imprese originariamente non rappresentate dalla Confindustria risponde all’esigenza di adattare l’organizzazione confederale ai mutamenti in atto nel tessuto industriale e di agevolare l’adesione di quelle realtà produttive di beni e servizi che, pur non rappresentate da imprese industriali private, si identificano nella tutela comune degli interessi imprenditoriali e nello sviluppo dei valori d’impresa.
Parallelamente ai meccanismi di inquadramento e di adesione viene modificato anche il sistema contributivo; infatti, le imprese, secondo il riassetto del 1984, dovrebbero pagare, coerentemente con il nuovo inquadramento, un unico contributo alle associazioni territoriali che dovrebbe poi venire ripartito tra tutte le componenti del sistema in base a dei meccanismi automatici. Inoltre venne istituito presso la Confederazione un Registro delle Imprese che è considerato lo strumento essenziale e pregiudiziale per consentire la realizzazione dell’obiettivo dell’inquadramento unico. Le funzioni delle varie componenti associative vengono inoltre regolate attraverso un complesso schema che attribuisce a formazioni associative differenti una serie di ruoli di competenza, di coordinamento e di consultazione nei vari ambiti di attività. Infine, con il riassetto viene costituito un albo dei quadri dell’organizzazione gestito direttamente da un comitato nominato a livello centrale dalla giunta.
Un’ulteriore conferma che il riassetto organizzativo del 1984 si inserisce in un più ampio processo di centralizzazione viene dal fatto che prevede che alle componenti intermedie del sistema, federazioni regionali e di settore, venga garantito un finanziamento minimo ed autonomo dai contributi delle associazioni ad esse aderenti.
Come tutti i grandi progetti, e le grandi innovazioni, anche questo ha faticato ad imporre le proprie linee guida[24], infatti il riassetto organizzativo non ha raggiunto i risultati desiderati, l’inquadramento unico è ancora un obiettivo lontano così come lo è anche una più razionale ed efficiente ripartizione delle competenze e delle funzioni tra le varie componenti confederali.
Conferma di questa difficoltà e indice di come ancora agli inizi degli anni ’90 i problemi in agenda fossero sempre gli stessi, ovvero quelli legati alla struttura organizzativa, è la costituzione della Commissione Mazzoleni che aveva il compito di elaborare nuove proposte di ristrutturazione organizzativa.
 
4.4 gli anni novanta e la politica della concertazione
Gli anni novanta sono caratterizzati dalla politica della concertazione, ovvero dal sistema utilizzato dall’esecutivo e dalle altre istituzioni nel predisporre e nell’adottare i provvedimenti di politica sociale, industriale ed economica[25]. Negli anni della concertazione le associazioni imprenditoriali, ma anche i sindacati e le altre forze sociali del paese, sono stati protagonisti e per certi versi corresponsabili delle decisioni adottate dai governi, partecipando ai cosiddetti tavoli di lavoro.
In questa fase il potere delle organizzazioni imprenditoriali è cresciuto e i rapporti con le confederazioni dei lavoratori sono stati abbastanza distesi. La politica della concertazione è entrata in crisi con il cambio di maggioranza politica del 2001, dovuto all’elezione della XIV legislatura del parlamento repubblicano.
Gli anni ’90 oltre alla politica di concertazione hanno rappresentato un cambiamento radicale nell’assetto e nella prospettiva dell’azione politica delle organizzazioni di rappresentanza degli imprenditori, fino a quel momento il sistema politico e quello degli imprenditori era caratterizzato da una notevole dialettica ma anche da una incisiva e produttiva azione comune. I due partiti maggiori, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, avevano le loro associazioni di riferimento nei vari comparti della produzione nazionale[26]. Caduto il sistema incentrato su questi due partiti, le organizzazioni degli imprenditori hanno dovuto rivedere la loro impostazione politica, ovvero non potendo più avere i legami che si erano consolidati in quarant’anni di Repubblica hanno ripensato la loro azione secondo il nuovo sistema politico che andava a formarsi.
La Coldiretti, la Confcommercio, la Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato che erano tutte vicine alla Democrazia Cristiana hanno vissuto una prima fase di sbandamento causata proprio dalla mancanza dello storico riferimento politico, ma successivamente l’azione di dette organizzazioni si è rafforzata e sono riuscite ad imporre efficaci azioni di politica sociale. Discorso analogo può farsi per le associazioni che nei primi anni della Repubblica avevano come riferimento politici il P.C.I. o il P.S.I. anch’essi travolti e scomparsi nel corso degli anni ’90.


[1] Cfr. Martinelli A., Treu T., Le associazioni degli imprenditori in Italia, in Windmuller A., Gladstone J. P., Le organizzazioni degli imprenditori, Roma, 1985, pag. 329 ss. ; Lanzalaco L.., Le associazioni imprenditoriali tra eredità storica e sfide del futuro, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 24 ss., il quale ribadisce proprio l’importanza di un’analisi di lungo periodo al fine di considerare le caratteristiche strutturali del modello originario della rappresentanza, per ricavarne poi riflessioni sul presente ed anche sul futuro dello stesso.
[2] Un’analisi che ragioni di spazio impediscono di approfondire, ma che appare estremamente interessante, è quella che iscrive il fenomeno associazionistico, non necessariamente sindacale, all’interno del fenomeno della globalizzazione. In tal senso, si esprime soprattutto Bonomi A., Capitalismo di teriitorio e forme della rappresentanza, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 13: “La fase di trasformazione che interessa il sistema della rappresentanza si iscrive nel mutato scenario indotto dalla globalizzazione dei mercati. Questo scenario non è, come a volte si è portatia credere, omogeneo, ma vi si distinguono diversi modelli di capitalismo. Sono diversità che affondano le loro radici nella storia dei Paesi e che oggi danno forma a modelli socio-economici di cui occorre ricavare le possibili forme di integrazione”.
[3] Cfr. Castronovo V., L’industria italiana dall’ottocento ad oggi, Milano, 1980, pagg. 11 ss. ; Il concetto delle tre funzioni viene ripreso idealmente da Lanzalaco L., Dall’impresa all’associazione.Le organizzazioni degli imprenditori: la confindustria in prospettiva comparata, Milano, 1990, pagg. 46 ss., laddove sottolinea la fallacia di un approccio di natura atemporale.
[4] V. Panebianco A., Modelli di partito, Bologna, 1982, pagg. 57 ss. ; In senso ancora più ampio poi, parlano di modello all’italiana Carisano R., Garonna P., La transizione del sistema della rappresentanza imprenditoriale: declino o rinascita del “modello italiano”?, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 75 ss., interrogandosi sulla circostanza che si tratti di un modello destinato alla rinascita o al declino.
[5] In merito, Bettini M.N., Associazioni professionali dei datori di lavoro e sindacato, Milano, 1991, pagg. 23 ss.
[6] Cfr. Abrate M., La lotta sindacale nella industrializzazione in Italia, Milano, 1967, pagg. 206 ss.
[7] Cfr. Angelini P.., La Confindustria: profilo storico ed organizzativo, Milano, 1981, pagg. 98 ss.
[8] Cfr.Baglioni G.., L’ideologia della borghesia industriale nell’età liberale, Torino, 1981, pagg.76
[9] Cfr.Castronovo V., La storia economica, in Storia d’Italia, vol.4, “dall’Unità ad oggi”, Torino, 1975, p.253
[10] Cfr.Bettini M.N.., Associazioni professionali dei datori di lavoro e sindacato, Milano, 1991, pag. 83: “La caratteristica di sindacalità di un’associazione sindacale si evincerebbe, secondo una parte della dottrina, avendo riguardo oltre che alla attività di contrattazione collettiva, anche allo sciopero. Più precisamente, sarebbero sindacali gli organismi legittimati all’esercizio del diritto di sciopero”.
[11] Per una disamina complessiva delle associazioni riconosciute si rimanda alla lettura di Carlo A., Il contratto plurilaterale associativo, Napoli, 1967, pagg. 130 ss.
[12] V. anche Cella P.., Criteri di regolazione nelle relazioni industriali Italiane: le istituzioni deboli, Bologna, 1987, p.206
[13] D’ANTONIO M., Sviluppo e crisi del capitalismo italiano: 1945-72, Bari, 1973, p.17
[14] MARTINELLI A., SCHMITTER P., STEECK W., L’organizzazione degli interessi imprenditoriali, in Stato e Mercato, 1981, p.423
[15] Un’importanza che l’evoluzione storica ha confermato pienamente. In proposito è sufficiente vedere le osservazioni che svolge, in merito, Fumagalli C., L’importanza delle microimprese e la creazione di forme di metaorganizzazione, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 67 ss.
[16] Il concetto di mercato, nella prospettiva storica ed attuale, viene definito ampiamente da Lanzalaco L., Dall’impresa all’associazione.Le organizzazioni degli imprenditori: la confindustria in prospettiva comparata, Milano, 1990, pag. 18: “il mercato è un costrutto sociale regolato da norme il cui contenuto e la cui stabilità dipendono da decisioni (o non decisioni) prese in sede politica.
[17] MARTINELLI A., Borghesia industriale e potere politico, in Martinelli A., Chiesi A., Dalla Chiesa N., I grandi imprenditori italiani, Milano, 1981, p.262
[18] Torna sul tema dell’importanza della rappresentanza degli interessi politici degli imprenditori Lanzalaco L., Dall’impresa all’associazione. Le organizzazioni degli imprenditori: la confindustria in chiave comparata, Milano, 1990, pag. 11: “Le associazioni imprenditoriali sono attori politici che, paradossalmente, sono tanto influenti quanto poco studiati…Gli imprenditori possono agire, individualmente o collettivamente, sul mercato economico o nell’arena politica. Queste diverse forme di azione si svolgono all’interno e per mezzo di differenti tipi di organizzazioni e istituzioni…gli imprenditori sono sempre degli attori politicamente rilevanti”.
[19] ANGELINI, La Confindustria: profilo storico e organizzativo, Federlombarda, 1981, p.120
Cfr. anche Manzo G., I dilemmi dell’associazionismo imprenditoriale, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 97: “Nella riforma Pirelli degli anni settanta Confindustria, per la prima volta, ha preso esplicita presa di coscienza da parte degli industriali italiani di dover prestare maggiore attenzione ai cambiamenti indotti nella vita del Paese, dallo sviluppo economico di cui loro stessi erano stati e rimanevano i principali protagonisti”.
[20] Sebbene incentrate sul sistema attuale di confindustria, sembrano divergenti da quelle appena esposte le valutazioni che svolge Manzo G., I dilemmi dell’associazionismo imprenditoriale, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 96: “La rappresentanza ed i servizi sono il prodotto che Confindustria offre alle imprese, ma mentre la rappresentanza è un prodotto che risponde a bisogni più sofisticati, i servizi rispondono a bisogni più semplici ed oggi le imprese si aspettano più rappresentanza e servizi ad elevato valore aggiunto che solo le associazioni imprenditoriali possono elargire”.
[21] ANGELINI P., La Confindustria:profilo storico e organizzativo, Milano, 1981, p.74
[22] LANZALACO L., Relazioni industriali e scienza politica, in Riv.It.Sc.Pol., n.1, 1990, p.8
[23] CONFINDUSTRIA, Relazione della Commissione per la formulazione della proposta di riassetto organizzativo, Roma, 1983, p.11
[24] Non è un caso infatti che alcuni autori – tra i quali Morese R.., Per una ridefinizione della rappresentanza imprenditoriale, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 102 ss. – indichino proprio in questo aspetto una delle cause della crisi che vivrà il sistema associativo imprenditoriale negli anni immediatamente successivi.
[25] Ed infatti, nota Lanzalaco L.., Le associazioni imprenditoriali tra eredità storica e sfide del futuro, in Diritto delle relazioni industriali, 1/XVI, Milano, 2006, pag. 29 ss., sono questi gli anni in cui, a fronte della frammentazione della rappresentanza imprenditoriale, si ha comunque il ruolo di leadership di Confindustria. L’autore sottolinea peraltro che: “oggi non è più così. Le associazioni che rappresentano il lavoro autonomo hanno assunto anche recentemente posizioni che si allontanavano da quelle di Confindustria, così come queste associazioni hanno assunto una visibilità che prima non avevano”.
[26] V. morlino M., Costruire la democrazia. Gruppi e partiti in Italia, Bologna, 1991, p.52

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