L’economia quale identità

L’economia quale identità

Sabetta Sergio

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La percezione dell’Italia in ambito internazionale è quella di uno Stato con una forte debolezza strutturale, frastornata dalle sbornie del passato, che cerca disordinatamente e faticosamente di ristrutturarsi; percezioni e opinioni che si possono definire esperienza e aspettativa (Modello di Oonagh Harpur), in una situazione di competizione globale l’identità diventa un fattore potenzialmente rilevante tanto economico che sociale, la quale favorisce quella che è stata definita come “strategia di nicchia globale” capace di valorizzare la differenziazione materiale e immateriale del sistema (Parrish, Cassil, Oxenham), ciò comporta la necessità di sviluppare forti relazioni interaziendali oltre che adeguati strumenti finanziari, a queste occorre tuttavia affiancare reti interorganizzative sociali fondate su relazioni durature a base fiduciaria, non essendo sufficienti puri accordi contrattuali e formali (Alberti, Sciascia, De Vita).

Molti studi evidenziano la rilevanza, nel creare vantaggi competitivi, dall’azione mediatrice di quegli attori che fungono da collegamento tra strutture diverse, fornendo la spinta necessaria all’innovazione, emerge quindi la rilevanza del posizionamento in strutture rese coese e stabili (Soda,Comè), una funzione che deve essere sostenuta dalla mano pubblica, ancor più in un territorio fornito di forti risorse simboliche dove le imprese sono strettamente connesse alla storia artigianale e produttiva del territorio; l’identità costituisce un valore fortemente insidiato dai grandi gruppi internazionali, che tendono ad appropriarsi dell’immaginario territoriale, occorre ricollegarsi alle capacità delle persone che il territorio esprime e a quelle valenze territoriali difficilmente catturabili dai grandi gruppi, il territorio quale risorsa specifica non riproducibile, dove qualità ed identificabilità vengono collegate al territorio non nel suo stereotipo ma nella sua concretezza storica e geografica tanto che a beneficiarne non è più un singolo produttore bensì una collettività.

Il recupero di rituali non commerciali ma sedimentati nei secoli, avviene attraverso una ricerca di autenticità non ancora sfruttate, reinterpretando la cultura locale differenziandola dagli altri operatori (Carù, Cova), il valore del marchio risulta quindi di capitale importanza nella creazione sia di un valore attraverso esperienze che di una forte identità sociale del territorio, si ha quello che è stato denominato come “effetto made in” (Busacca), il quale si risolve sul consumatore o in un “effetto alone” o in un “effetto sintesi”(Johansson ), i distretti industriali sviluppano quella che è definita come un’economia dell’esperienza, frutto di sistemi cognitivi territoriali fondati su linguaggi, esperienze condivise e identità collettive (Alberti), si possono quindi costituire e valorizzare marchi di “territorio”, di “distretto” o di “settore”, dove vi è una più o meno ampia variabilità del rapporto tra omogeneità dei prodotti e ampiezza del territorio interessato.

Tradizione, qualità ed affidabilità sono elementi riconoscibili ed apprezzati dal mercato che possono essere riassunti simbolicamente in un marchio che lega la produzione di qualità al territorio (Saviolo, Corbellini), nascono delle criticità organizzate e strategiche che impongono precisi Regolamenti d’uso del marchio, Disciplinari sulla qualità, sistemi di controllo, vi è inoltre la necessità di una comune forte visione che imponga la virtù del marchio rendendone non solo necessaria ma anche orgogliosa l’adesione, si crea quindi una forte e penetrante identità operativa che diventa un rafforzativo del territorio (Alberti, Sciascia), si devono quindi superare le resistenze in ambito europeo non solo sull’uso del Made in Italy ma anche sugli altri marchi di territorio, a seguito di un male inteso senso di cobcorrenza che viene a negare le identità storico-culturale radicate sul territorio ma economicamente minori.

Nella configurazione e implementazione dei marchi di territorio, si inserisce la capacità degli enti locali di essere catalizzatori per una pianificazione strategica di sostegno, dove si manifesti una capacità di promuovere la cooperazione interistituzionale, risolvere gli eventuali conflitti e mobilitare e attrarre risorse, gli organi di confronto, discussione e negoziazione, nonché di indirizzo e governo del piano non devono debordare sull’autonomia privata del Consorzio, ma agire in termini di implementazione, monitoraggio e supporto tecnico-organizzativo, preferibilmente quale strumento di raccordo in un alto grado di integrazione, secondo una configurazione multipolare dove la leadership resta al Consorzio depositario del marchio (Nidasio), senz’altro alla continuità territoriale occorre affiancare il concetto di filiera comune ma questi sono due concetti o realtà che possono benissimo convivere a seconda della tipologia produttiva, in cui ai marchi territoriali e di distretto possono affiancarsi marchi di settore.

Gli enti territoriali devono assumere funzioni di catalizzatori senza intervenire direttamente sul mercato, pensando in termini di aree economiche e non amministrative, concentrandosi su alcuni elementi di qualità verificabili, secondo bisogni specifici del territorio legati a obiettivi strategici in supporto alle imprese e non quale assistenza tecnica, non puntando ai singoli incentivi e attività promozionali bensì agli elementi fondamentali dello sviluppo, evitando pertanto l’intervento individuale per la singola impresa ma per cluster di imprese in cui parchi tecnologici, incubatori, fondi acquistino valore non di per sé ma integrandoli in strategie di sviluppo, sì da costruire reti di attori che impattino sulla crescita in termini di processi di sviluppo, senza che questo passi obbligatoriamente per delle apposite agenzie (Waits, Kahalley, Heffernon), i valori aggiunti che si generano vengono a superare le valutazioni tradizionali basate esclusivamente sulla contabilità, si crea un circolo virtuoso tra crescita economica del territorio e radicamento identitario, dove il negozio giuridico nel creare il vincolo acquista un proprio valore di rafforzamento di una identità recuperata e alternativa al mare magnum di un appiattimento globalizzato.

La creazione di questi marchi, in particolare quelli territoriali, possono condurre a conflitti interpretativi sul concetto di concorrenza nell’U.E., se è pur vero che sono vietati comportamenti tendenti a falsare il libero gioco della concorrenza (art.85, 86, 92 – Trattato di Roma) e in questi vengono fatte rientrare tra le “intese” di cui all’art. 85 gli accordi “orizzontali”, mediante i quali viene regolata la reciproca concorrenza, a cui si affiancano le intese “verticali” nella catena di produzione o distribuzione, difficilmente può considerarsi limitativa del libero mercato la creazione di consorzi che tendono ad aumentare o mantenere la qualità in determinati settori attraverso il controllo dei metodi di produzione e valorizzando al contempo le specificità territoriali che ne sono alla base, emerge la ricchezza del territorio e la sua identità che diventa collante nel modo di fare.

E’ stato rilevato che vi è una ambiguità di base nel concetto di esistenza di un pregiudizio “sensibile” relativo al funzionamento del mercato, tanto da potere entrare in conflitto con lo stesso efficientismo economico che si intende proteggere con l’art. 85, si è così avanzata l’ipotesi che in presenza di effetti economici favorevoli dimostrati non possa intervenire tale divieto, secondo il modello statunitense del rule of reason, sollevando la Commissione dai carichi di lavoro crescenti nella richiesta di esenzioni e superando l’ondivago comportamento della Corte, che ha comportato un approccio del tutto casistico in cui possono prevalere interessi lobbistici supportati dai sistemi economico-sociali più forti, in un conflitto interno all’U.E. tra aree geografiche.

 

BIBLIOGRAFIA

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