Interessi ultralegali: richiesta la forma scritta “ad substantiam”

Redazione 24/05/16
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L’obbligo del correntista di pagare alla banca interessi in misura superiore a quella legale richiede la forma scritta ad substantiam, non rilevando un comportamento delle parti per facta concludentia. 

Lo ha affermato la Corte di Cassazione, sez. I Civile, con la sentenza n. 10516 depositata il 20 maggio 2016.

Il caso

Un’impresa agiva in giudizio, unitamente al proprio fideiussore, per ottenere la ripetizione dell’indebito pagato ad un istituto di credito derivante dall’illegittimità dei tassi applicati sul conto corrente. Con separato giudizio, la banca otteneva decreto ingiuntivo verso l’impresa per recuperare il proprio credito. Il decreto ingiuntivo veniva opposto e le due cause riunite.

Il Tribunale di Palermo revocava il decreto ingiuntivo e condannava gli opponenti al pagamento a favore della banca della somma dovuta a seguito del ricalcolo delle somme.

La Corte di appello di Palermo confermava la sentenza di primo grado disattendendo le doglianze degli appellati relative alla capitalizzazione annuale, agli interessi ultralegali ed alla commissione di massimo scoperto.

L’impresa ed il fideiussore proponevano ricorso per cassazione.

La decisione

Gli Ermellini hanno osservato che la costituzione dell’obbligo di pagare interessi in misura superiore a quella legale richiede la forma scritta ad substantiam, sicché nel caso di mancata sottoscrizione del relativo patto da parte di entrambi i contraenti non può ritenersi che un accordo siffatto si sia concluso per facta concludentia (Cass. 3017/2014).

La mancata contestazione degli estratti conto inviati al cliente dalla banca, oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 c.c., non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali perché l’unilaterale comunicazione del tasso d’interesse non può supplire al difetto originario di valido accordo scritto in deroga alle condizioni di legge, richiesto all’art. 1284 c.c. (Cass. n. 17679 del 29 luglio 2009).

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