Il SSN ed effetti collaterali da Coronavirus

di Alessandro Zampino

Il Sistema Sanitario Nazionale indebolito sempre da riduzioni di spesa pubblica e sempre maggiore carenza di personale medico e infermieristico. L’avanzare della pandemia da SARS-CoV-2, il sotto finaziamento della sanità, insieme alla frammentazione che ha di fatto creato 21 diversi sistemi sanitari regionali diversamente performanti, ha determinato conseguenze per i cittadini, che non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura, se di garanzie si può parlare.

Decantato e Depotenziato

Il Servizio Sanitario Nazionale Italiano, nonostante le difficoltà strutturali ed economiche nelle quali versa continua a occupare le posizioni più alte nelle classifiche sulle migliori in Europa e al mondo.

In effetti, eliminando i limiti e i difetti, il nostro sistema di sanità universale, libera e gratuita per tutti, è un punto di orgoglio per il Paese e questo grazie alla grande professionalità e dedizione dei suoi operatori, non certo grazie agli investimenti, che, anzi, sono progressivamente diminuiti negli ultimi quindici anni, i tagli alla spesa non sono stati sempre accompagnati da un aumento di efficienza dei servizi, e spesso si sono tradotti piuttosto in una riduzione dei servizi offerti ai cittadini, affaticando straordinariamente il sistema organizzativo nel suo complesso.

Il Servizio Sanitario Nazionale, sin dalla sua istituzione con la L. 833/1978 e dalle riforme L. 421/1992 e L. 419/98 riforma Bindi, è stato gestito come una azienda da rendere più efficiente e quindi capace di rispondere alle domande attuali con minori risorse. Si è smesso di pensare ad esso come ad una organizzazione non solo sanitaria, ma sociale e politica e anche simbolica. Una organizzazione che è espressione dei diritti, e c’è un diritto calpestato se l’organizzazione è inadeguata.

A tal proposito il Direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica afferma “La crisi drammatica determinata da Covid-19 ha improvvisamente messo a nudo fino in fondo la debolezza del nostro sistema sanitario e la poca lungimiranza della politica nel voler trattare il SSN come un’entità essenzialmente economica alla ricerca dell’efficienza e dei risparmi, trascurando il fatto che la salute della popolazione non è un mero ‘fringe benefit’, ma un investimento con alti rendimenti, sia sociali sia economici”.

Sistema garantisco ma poco rassicurante

La pandemia Covid – 19 è chiaro che si tratta di un evento unico negli ultimi anni. Ma la natura sociale della presenza di una organizzazione sanitaria sta anche nell’essere una sorta di garanzia per ogni singolo cittadino, una garanzia che mira proprio a proteggere le persone sul fatto che un evento straordinario, imprevedibile come un terremoto, una calamità, una epidemia possa essere sostenuto dallo Stato. Invece, come è accaduto per la stragrande maggioranza delle politiche senza visione di questi anni, lo sguardo è stato breve, il risultato che si voleva raggiungere è stato immediato, numerico, temporaneo.

La politica dei numeri, quella senza progetto per il futuro, quella per cui la sanità è una azienda “no profit” che deve rispondere alle domande costando il meno possibile, ha scelto di trascurare alcuni bisogni, come quello di darci sicurezza anche per un futuro incerto come quello che stiamo attraversando.

Questa drammatica esperienza ha posto in primo piano l’esigenza di ridiscutere le politiche sanitarie rivolte al territorio, superando il concetto di mercato. L’ipotesi di affidare la gestione della sanità alla concorrenza a somma zero tra erogatori in competizione ha mostrato i suoi limiti e di riflesso ha rafforzato la necessità di tornare ad un’articolazione distrettuale che supporti la continuità dell’assistenza e l’integrazione per fronteggiare le situazioni emergenziali, al pari della cronicità.

La gestione delle cure primarie non richiede competizione tra comparti del SSN ma coordinamento tra i diversi livelli sistemici e attori professionali. Lo choc della pandemia può essere l’occasione per ricostruire la comunità di pratica dei medici del territorio e per un cambiamento organizzativo che faccia leva sulle potenziali risorse delle cure primarie.

 

Piaghe da decubito e la giustizia mette il dito

Si è creato un dibattito piuttosto acceso attorno alla sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, N. 11991/2020 del 16 novembre 2020. Il sindacato dei Medici italiani (Smi) incardinava un ricorso al Tar Lazio ritenendo improprio l’affidamento ai medici di medicina generale dell’assistenza domiciliare ai malati positivi di Covid, che non necessitano di ricovero ospedaliero, in quanto spettante alle Usca, unità speciali di continuità assistenziale che sono state istituite appositamente nell’emergenza da Covid-19 con il decreto legislativo n. 14 del 9 marzo 2020  all’art. 8 e nell’art. 4 bis n. 18 del 2020, per sgravare da tale compito i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta tenuti a prestare solo assistenza ordinaria.

Il Tar Lazio, con la sentenza de qua, precisa che “nel prevedere che le Regioni “istituiscono” una unità speciale “per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero”, la citata disposizione rende illegittima l’attribuzione di tale compito ai MMG, che invece dovrebbero occuparsi soltanto dell’assistenza domiciliare ordinaria (non Covid). Hanno cioè ragione i ricorrenti quando affermano che il legislatore d’urgenza ha inteso prevedere che i Medici di Medicina Generale potessero proseguire nell’attività assistenziale ordinaria, senza doversi occupare dell’assistenza domiciliare dei pazienti Covid. E tale previsione è stata replicata in modo identico nell’art. 4-bis del D.L. 17.3.2020 n. 18. Oltretutto, a ulteriore chiarimento della descritta impostazione, al comma 2 del citato art. 4 bis, è specificato pure che “il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o il medico di continuità assistenziale comunicano all’unità speciale di cui al comma 1, a seguito del triage telefonico, il nominativo e l’indirizzo dei pazienti di cui al comma 1”.

Pertanto, l’affidamento ai MMG del compito di assistenza domiciliare ai malati Covid, secondo il parere dei Tar Lazio, risulta in contrasto con le citate disposizioni, cosicché, assorbite ulteriori censure, il ricorso è stato accolto con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.

 

Mi piace concludere questo lavoro ricordando l’art 9 del codice deontologico medico: Il medico in caso di catastrofe, di calamità o di epidemia, deve mettersi a disposizione dell’Autorità competente. E’ fuori di dubbio che di fronte all’emergenza in atto tutti i medici hanno il dovere deontologico (ma anche giuridico) di mettersi a completa disposizione delle Autorità.

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