Il problema del conflitto d’interessi nell’azione collettiva di impugnazione dei risultati elettorali: brevi note sull’azione popolare, la legittimazione “diffusa” e l’interesse “neutro” insuscettivo di conflitto

di Gambetta Davide, Avv.

SOMMARIO 1. Quaestio facti 2. La normativa di settore e le analogie con il rito elettorale innanzi al giudice amministrativo 3. La formulazione delle norme e il problema della legittimazione 4. L’impugnazione dei risultati elettorali come azione “popolare”: quali conseguenze in tema di conflitto di interessi? 5. Un’azione a “legittimazione diffusa” e ad “interesse neutro” 6. Il problema del petitum

Le Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione (sentenza n. 29106 depositata il 18 dicembre 2020) hanno recentemente risolto una rilevante questione in tema di conflitto di interessi tra reclamanti nell’ambito del giudizio di impugnazione dei risultati delle elezioni dei componenti dei Consigli degli Ordini degli Avvocati innanzi al Consiglio Nazionale forense nel rito di cui all’art. 28, comma 12 della L. 31 dicembre 2012, n. 247.

Tale questione assume rilievo sistematico non soltanto per la parziale novità delle questioni relative all’azione collettiva sottoposte all’attenzione del giudice, ma in particolare per i significativi riflessi che le considerazioni delle Sezioni Unite possono spiegare sul giudizio elettorale per le elezioni di comuni, province, regioni e Parlamento europeo in particolare innanzi al giudice amministrativo, considerato che la sentenza affronta profili comuni ai due riti.

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Quaestio facti

Per quanto qui rileva, avverso gli esiti delle elezioni dei componenti di un Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, avevano proposto unico reclamo collettivo una numerosa compagine di avvocati, contestando l’incandidabilità ed ineleggibilità di uno tra i colleghi risultato eletto.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva dichiarato inammissibile il reclamo[1], ritenendo che sussistesse, tra i reclamanti, una profonda diversità di interessi specifici e dunque un potenziale conflitto intersoggettivo. Secondo il decisum del giudice speciale, ne conseguirebbe un difetto in ordine ai due fondamentali requisiti necessari ai fini della proponibilità di un unico gravame collettivo[2]: il requisito positivo dell’identità delle posizioni sostanziali e processuali, ma soprattutto quello negativo dell’assenza di interessi confliggenti[3].

La sentenza dichiarativa dell’inammissibilità veniva gravata con ricorso per Cassazione, deciso con la sentenza che qui sommessamente si richiama.

 

La normativa di settore e le analogie con il rito elettorale innanzi al giudice amministrativo

Per quanto specificamente concerne le elezioni nei Consigli degli Ordini degli Avvocati, la normativa di settore (e in particolare l’art. 28, comma 12 della L. 31 dicembre 2012, n. 247[4]) specificamente prevede la possibilità di proposizione di un reclamo elettorale il cui giudice speciale è il Consiglio Nazionale Forense.

La norma prevede che tale ricorso possa essere proposto da “ciascun avvocato iscritto all’albo”, senza che sia determinata una limitazione soggettiva sulla base dell’interesse effettivo alla decisione o della titolarità di una particolare situazione giuridica qualificata.

Tale norma ricalca quindi l’art. 130 del Codice del Processo Amministrativo (D.Lgs. 2 luglio 2020, n. 104) che, in relazione al rito elettorale innanzi al giudice amministrativo, espressamente riconosce la legittimazione di “qualsiasi candidato o elettore[5].

In entrambi i casi quindi, quanto alla legittimazione a proporre l’azione, le norme speciali la determinano in termini più ampi rispetto a quelli consueti del giudizio, disconoscendo la necessità di una particolare situazione di interesse personale.

La formulazione delle norme e il problema della legittimazione

Entrambe le norme non prevedono infatti la necessità di accertare una specifica utilità conseguente alla proposizione dell’azione e, dunque, nel giudizio elettorale – tanto quello ordinario di competenza del giudice amministrativo e normato dal relativo codice di rito, quanto quello speciale professionale in materia di elezioni dei Consigli degli Ordini degli Avvocati qui in particolare interessato – la legittimazione è riconosciuta a titolo diffuso, nel bacino degli elettori.

La Cassazione, nella sentenza da cui originano le presenti riflessioni, sottolinea significativamente il dato letterale della norma di settore, nella parte in cui quest’ultima individua la legittimazione al ricorso in qualsiasi avvocato iscritto all’ordine.

In effetti, la norma non frappone all’accesso alla giurisdizione alcun ostacolo in ordine all’interesse, in base al generale principio per cui ciascun elettore aziona un interesse “naturale” e “diffuso” alla regolarità delle operazioni elettorali.

Sicché, come osservato dalla Suprema Corte, in questo caso il reclamo al Consiglio Nazionale Forense, come il ricorso al Tribunale Amministrativo nelle parallele ipotesi relative alle elezioni disciplinate dal 130 c.p.a., si qualifica in sostanza come un’azione popolare[6].

L’impugnazione dei risultati elettorali come azione “popolare”: quali conseguenze in tema di conflitto di interessi?

Proprio tale qualificazione si rivela infine determinante per le riflessioni sul potenziale conflitto d’interessi tra più reclamanti (o ricorrenti, in relazione al rito elettorale di competenza del giudice amministrativo).

In effetti, l’azione popolare presenta caratteri di eccezionalità rispetto all’azione ordinaria, che invece deve essere sorretta da un “interesse ad agire” (nel diritto amministrativo interesse al ricorso), ossia dalla seria e attuale possibilità di conseguire un risultato benefico dall’esercizio della giurisdizione e, dunque, di ritrarre un’utilità dalla pronuncia del giudice.

Nell’azione popolare, il reclamante o ricorrente aziona non un proprio interesse particolare, bensì un interesse pubblico o quantomeno diffuso[7], che compete al singolo in quanto membro del gruppo e con il quale non vanta un particolare rapporto di biunivocità.

L’esercizio dell’azione non richiede infatti la titolarità di una particolare situazione giuridica soggettiva in capo a chi agisce.

Ciò premesso, non è dunque richiesto – almeno non nei termini consueti – l’accertamento del giudice in ordine ai presupposti dell’azione e dunque della legittimazione attiva e dell’interesse all’agire, che devono invece ripensati nella prospettiva dell’azione popolare.

Un’azione a “legittimazione diffusa” e ad “interesse neutro”

Ricorre dunque di una eventualità peculiare, in cui si agisce per azionare un interesse sovraindividuale e non particolare: non è un caso che le norme di riferimento chiariscano espressamente tale particolare legittimazione, per superare ogni ambiguità.

Ne deriva che – nei riti elettorali qui considerati – non è richiesta un’indagine del giudice in ordine alla legittimazione e all’interesse, bensì è sufficiente l’accertamento dell’appartenenza al bacino soggettivo di riferimento della legittimazione “diffusa” (gli elettori, nel caso disciplinato dal processo amministrativo, ovvero gli iscritti all’ordine, nel caso delle elezioni forensi).

È proprio la Suprema Corte ad utilizzare l’espressione “legittimazione diffusa”[8], pur sempre in senso relativo, ossia non riferita alla generalità dei consociati ma unicamente a coloro i quali si trovino nel bacino soggettivo interessato dalle ricadute dei risultati elettorali.

La ricostruzione della Cassazione trasfonde dunque il problema del conflitto d’interessi sin dalle sue radici ontologiche nella particolare realtà dell’azione popolare. Secondo l’autorevole prospettiva della Corte, infatti, la legittimazione diffusa riconosciuta dalla norma è “a carattere neutro”, proprio in quanto prescinde dalla titolarità di una specifica situazione sostanziale qualificata e, pertanto, non vede azionarsi interessi personali, attuali e diretti, bensì un mero interesse astratto, aspecifico e – appunto – diffuso, «al corretto funzionamento del sistema democratico-rappresentativo» e prima ancora al «legittimo svolgimento delle relative consultazioni elettorali». Il problema di un potenziale conflitto finisce così, con rare eccezioni, per svaporare, non essendo l’interesse “neutro” alla regolarità delle operazioni elettorale suscettivo di generare un conflitto intersoggettivo, proprio per la sua natura diffusa.

Il problema del petitum

Questa ricostruzione generale deve però essere opportunamente rapportata al petitum, talché potrà effettivamente affermarsi la neutralità dell’interesse unicamente alla luce di un petitum unitario, a vocazione diffusa: a riprova l’azione sia originata dall’assicurare la correttezza delle operazioni elettorali. Così è nel caso sottoposto all’attenzione delle Sezioni unite, ove tutti i reclamanti, unitamente, chiedevano dichiararsi l’incandidabilità e ineleggibilità di uno degli eletti.

Tale petitum, effettivamente, per la sua struttura unitaria, è espressione del generale interesse alla regolarità della tornata elettorale e pertanto insuscettivo di generare conflitto di interessi. È pertanto del tutto legittima la proposizione di una domanda in forma collettiva, in quanto non sono specificamente dedotte situazioni giuridiche qualificate individuali idonee a confliggere.

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Note

[1] Sentenza n. 23 del 2020, depositata il 13 febbraio 2020.

[2] Requisiti, come osservato in dottrina, dai perimetri incerti, in particolare il primo, relativo alla comunanza di posizione sostanziale e processuale, cfr. S. Cassarino, Il processo amministrativo nella legislazione e nella giurisprudenza: Lo svolgimento del giudizio, Milano, Giuffré, 1987, p. 9.

[3] Si tratta di requisiti individuati dalla giurisprudenza ormai consolidata con riguardo alla proposizione dei ricorsi collettivi, in particolare nel processo amministrativo. Ex recentioribus, si confronti Tar Lazio, sez. III, 22 maggio 2018, n. 5685.

[4] La norma prevede testualmente che “Contro i risultati delle elezioni per il rinnovo del consiglio dell’ordine ciascun avvocato iscritto nell’albo può proporre reclamo al CNF entro dieci giorni dalla proclamazione”.

[5] Ma si veda la norma, per i termini di questa legittimazione.

[6] Vedasi, per approfondimenti, D. Borghesi, sub voce Azione popolare, in Enc. giur., IV, 1988, 2 ss e, per un approccio critico, S. Agrifoglio, Riflessioni critiche sulle azioni popolari come strumento di tutela degli interessi collettivi, in Riv. trim. dir. pubbl., XXIV, 1395. 1991.

[7] Forsanche in certe ipotesi, più precisamente, collettivo.

[8] Cfr. pag. 12 della sentenza, paragrafo 2.

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Gambetta Davide

Davide Gambetta è avvocato del foro di Roma e dottorando di ricerca in Scienze Giuridiche e Politiche. È giudice arbitro, contributore di riviste giuridiche, nonché responsabile di un portale di informazione sul diritto scolastico ed esperto esterno di un'amministrazione pubblica in materia di tutela dei beni culturali. È componente del comitato scientifico di una scuola giuridica. Ha all'attivo un volume, quattro contributi in volumi collettanei, oltre venti pubblicazioni e circa un centinaio di articoli giuridici. E’ Direttore del Portale web sui diritti degli studenti sportellosuidiritti.altervista.org Si occupa in prevalenza di diritto amministrativo, diritto condominiale e immobiliare, diritto alla privacy, diritto all'oblio, tutela del consumatore, tutela dei soggetti deboli, diritti emergenti. È autore di oltre 50 articoli di diritto, anche in lingua inglese, e di un volume in materia di arbitrato.


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