Il diritto e la morale tra politica, individualita’ e societa’: la contesa del bene e della giustizia

Il diritto e la morale tra politica, individualita’ e societa’: la contesa del bene e della giustizia

Alessandro M. Basso

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In ambito di politica sociale e giudiziaria, le operazioni ermeneutiche fondamentali da effettuare, prima di ogni successiva ed opportuna opzione, sono quelle relative all’indagine sulla volontà del soggetto agente, imprimendosi tale volontà nell’azione stessa (Capograssi), ed al profilo differenziale tra diritto e morale in riferimento ai valori di bene giuridico e di bene ideale.

Si ha moralità quando l’azione è compiuta per il dovere: al dovere è, infatti, attribuita una connotazione morale.

Si tratterebbe, in particolare, di libertà interna cui ciascuno può liberamente decidere di aderire o meno. Affermare il dovere morale senza presupporre la libertà di attuarlo sarebbe, infatti, assurdo e contraddittorio: la libertà si configurerebbe, cioè, un postulato della volontà morale.

La moralità denota, in altri termini, una condizione ed una possibilità di autonomia: essa ha le sue premesse nella ragione (Kant). Alla base di un sistema morale, comunque, vi è la sensibilità e l’attenzione verso gli altri.

L’atto è morale in termini di oggetto, forme e finalità. Secondo l’orientamento morale, non è possibile sostenere l’eticità di una condotta sulla base pura e semplice della mancata produzione di un danno. Un diritto di libertà deve, pertanto, sempre rispettare i principi di equità e, viceversa, l’esecuzione di un dovere deve tenere conto dell’altrui diritto.

All’uopo, non si potrebbe fare a meno della prudenza, virtù primaria e “retta norma dell’azione” (S. Tommaso): essa dirige le altre virtù, indicando regola e misura, e guida immediatamente il giudizio di coscienza. Grazie alla prudenza, segnatamente, si applicherebbero i principi morali e si supererebbero i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare ovvero si riuscirebbe a valutare le conseguenze delle proprie azioni.

In particolare, gli uomini dovrebbero occuparsi di quei problemi, ad es. quelli morali, che si pongono nell’esperienza (Leon Battista Alberti, 1404-1472).

Il concetto di morale non sarebbe connesso, peraltro, con quello religioso. Il pensiero greco, infatti, pur non conoscendo il cristianesimo, aveva valutato pienamente il senso della virtù: l’uomo morale ritrova in sé stesso e nella sua serenità la ricompensa della propria virtù (Leonardo Bruni, 1370-1444 e Pietro Pomponazzi, 1462-1524). La virtù è, cioè, premio a se stessa (stoicismo).

La moralità, in altri termini, è un momento indipendente da ogni giustificazione religiosa: un comportamento virtuoso, secondo tale ottica, può anche realizzarsi al di fuori di ogni fede religiosa in quanto il sentimento morale induce ad avvertire come buona o cattiva in sé una determinata azione (Shaftesbury). Al più, sarebbe l’esperienza morale a permettere l’edificazione della religione (Kant).

Il fondamento della moralità consisterebbe nell’utilità sociale ovvero nel significato di una certa azione (Hume): la morale sociale indurrebbe, così, gli uomini a comportarsi sempre in modo fraterno gli uni con gli altri (Saint-Simon).

Le azioni moralmente valide, comunque, non dovrebbero essere necessariamente utili: è sufficiente che esse siano riconosciute giuste e buone, magari anche a danno di chi le compie (Francis Hutcheson, 1694-1746).

Il problema morale sorge nel momento in cui bisogna garantire la sopravvivenza della società e la convivenza: così, emerge la necessità di distinguere tra bene e male, tra ciò che è utile e ciò che è dannoso (Baruch Spinoza, 1632-1677).

Per altro verso, è stato affermato, invece, che l’impulso morale o pratico non sia determinato esclusivamente da motivi empirici e contingenti bensì da imperativi categorici. L’uomo, infatti, si muove, il più delle volte, secondo determinati principi pratici: massime (di carattere soggettivo) ed imperativi (di carattere oggettivo) che possono essere ipotetici (aventi valore individuale) o categorici (aventi valore assoluto ed incondizionato). Quando, poi, l’uomo obbedisce alla volontà, egli dà a se stesso la legge morale ed è, quindi, eticamente autonomo (Kant).

Mancanze e debolezze, così, determinano l’imperfezione dell’uomo (male metafisico) e generano il peccato o male morale (Leibniz).

Diversamente, è stato affermato che la sottomissione alla morale, che può essere sia un atto di sottomissione ad un’autorità sia un atto di disperazione, non ha in sé alcunché di morale. La moralità stessa impedirebbe la formazione di costumi nuovi e migliori e, perciò addirittura, abbrutirebbe (F. Nietzsche, 1964).

Si ha legalità, invece, quando l’azione è compiuta secondo il dovere: in tal caso, si tratta di libertà esterna in cui si configura una situazione di eteronomia.

Soltanto la morale sarebbe costituita da norme imperative mentre il diritto avrebbe non la funzione di comandare ciò che si deve fare bensì di permettere ciò che si può fare (Fichte, 1796).

Il dibattito sulla legittimazione al diritto si estende a quello sulla morale. Per un verso, il diritto sarebbe morale sociale (Cicerone), per altro verso la morale sarebbe soltanto quella naturale.

Tutti gli esseri sociali per poter vivere in gruppo devono, infatti, tenere a freno o modificare il proprio comportamento: queste coercizioni costituirebbero il nucleo comportamentale intorno a cui si è, poi, formato il senso morale dell’uomo. La moralità sarebbe, perciò, impossibile senza una sorta di presupposto emotivo (Frans De Waal, 2007, Emory).

E’ stato, così, ipotizzato che il cervello sia dotato di un apparato adibito ad acquisire le regole morali (Marc Hauser, 2006, Harvard): il comportamento, cioè, non soffrirebbe per le “regole sottostanti”. Per altro verso, invece, è stato sostenuto più semplicemente che la moralità si formi nella cultura e non nella genetica (Jesse Prinz) e sarebbe, quindi, valida per tutti, anche se non allo stesso modo.

Nel primo caso, l’atto immorale sarebbe sempre un atto cosciente, nel secondo caso sarebbe sempre un atto incosciente.

Il punto sarebbe, all’uopo, valutare la necessità, o meno, di codificazione della morale. L’ignoranza dell’atto immorale così “ordinato” non varrebbe, quindi, quale esimente o attenuante di responsabilità.

Tuttavia, in tal caso, si gioverebbe del diritto alla valutazione della capacità di coscienza (intendere e volere).

La moralità deriverebbe, in realtà, dalla consapevolezza della propria natura umana, fragile e limitata, fonte anche di comprensione degli altri (Michel de Montaigne, 1533-1592).

La prima regola morale sarebbe quella di adattarsi alle leggi ed ai costumi del proprio paese (religione ed ordinamenti politici). La seconda regola sarebbe seguire con tenacia le proprie opinioni, anche se dubbie, e cercare, infine, di cambiare le proprie idee (Cartesio).

La morale fondata sulla ragione, tuttavia, mostrerebbe i propri limiti: l’uomo, con la propria ragione, non potrebbe ordinare e stabilire un mondo in cui tutti possano vivere serenamente, in perfetto spirito di solidarietà. La ragione umana potrebbe, cioè, operare positivamente soltanto in un ambito molto ristretto (Blaise Pascal, 1623-1662).

La morale dovrebbe, invece, fondarsi su un principio assoluto ed inderogabile (Kant).

La moralità deriverebbe, così, dall’ordine dato da Dio all’universo (Samuel Clarke, 1675-1729) o dall’interiorità, intesa come sensibilità più che come ragione: soltanto l’esperienza morale restituirebbe un senso all’esistenza (Joseph Butler, 1692-1752).

La vita morale, secondo altro orientamento, sarebbe guidata dalle passioni dirette ed indirette (Hume) ovvero legata agli istinti ed alle pulsioni e sollecitazioni naturali (Diderot): sarebbe soltanto un gioco di contrasti tra le tre forze, egoismo, amore ed odio (D’Holbach).

Ogni cosa viene, cioè, edificata innanzitutto dentro ciascun individuo: il primo materiale sarebbe, quindi, sempre la forza morale (Carlo Sgorlon).

La vita morale consisterebbe, in particolare, nel vivere secondo uno svolgimento naturale che, razionalmente guidato, darebbe all’uomo il modo di instaurare un sistema di giustizia (Diderot).

Il diritto, comunque, non si identificherebbe con la morale bensì con l’economicità: il volere che tende a fini giuridici sarebbe, cioè, volere economico (Croce). Ciò anche in quanto la regola non potrebbe assurgersi a criterio per attribuire una sorta di “perfezione morale” al soggetto che la ottemperi. Nella sfera pratica, poi, può esservi utilità economica senza bene morale.

Il fine del diritto, comunque, sarebbe proprio nell’imporre l’etica all’economia (Carnelutti).

Il diritto, comunque, indicherebbe il giusto mentre la morale il bene ovvero, rispettivamente, il fine immediato e contingente ed il fine ultimo dell’uomo (Domenico Barbero, 1953). Entrambi, comunque, costituirebbero una finalità educativa.

Tuttavia, vi sarebbe una precisa sequenza educativa da rispettare. L’educazione, cioè, sarebbe da intendersi come un’opera di liberazione finalizzata a sottrarre le generazioni alle cattive influenze della società ed a distoglierle dalle costrizioni innaturali. Lo scopo dell’educazione sarebbe, quindi, eliminare le abitudini meccaniche ed abituare a non avere abitudini bensì ascoltando i propri impulsi naturali. Soltanto in un momento successivo, si potrebbe parlare di un’educazione di carattere intellettuale ed, infine, rivolta alla maturazione del senso morale (Rousseau).

 

Bibliografia essenziale

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A. M. BASSO, G. BASSO, S. CICCONE, Etica, legalità e prassi politica, in Rivista Bonifica, n. 4, p. 10, Foggia, 2005;

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S. COTTA, Il diritto come sistema di valori, San Paolo ed., 2004;

W. N. HOHFELD, Concetti giuridici fondamentali, Torino, 1969;

H. KELSEN, La teoria pura del diritto, Torino, 1952;

J. RAZ, Il concetto di sistema giuridico, Bologna, 1977;

J. P. SARTRE, L’essere e il nulla, rist., Net, 2002;

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