Gli effetti patrimoniali della separazione consensuale e della separazione giudiziale

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia
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Di seguito una breve disamina relativa agli effetti patrimoniali della separazione tra coniugi, sia consensuale che giudiziale.

La separazione tra coniugi, in generale

In qualsiasi momento, e per le cause consentite dalla legge, i due coniugi, o uno di loro, possono chiedere la separazione legale, che comporta la sospensione dei reciproci doveri di collaborazione, di coabitazione e di contribuzione, lasciando intatti i doveri di assistenza e di reciproco rispetto.

A norma dell’articolo 150 del codice civile, la separazione legale comporta anche la cessazione della comunione dei beni tra i coniugi.

Significa che, da quel momento in poi, qualsiasi bene venga acquistato dal marito sarà di proprietà esclusiva del marito, e qualsiasi bene acquistato dalla moglie sarà di esclusiva proprietà della moglie.

L’articolo 150 del codice civile, rubricato “separazione personale”, recita:

“È ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi”.

La separazione consiste nella legale sospensione dei doveri reciproci dei coniugi, intendendosi compresi quelli di collaborazione, di coabitazione e di contribuzione, mentre restano quelli di assistenza e rispetto reciproco.

Un altro effetto, in ambito patrimoniale, è la cessazione della comunione legale tra coniugi.

Per conoscere gli effetti patrimoniali della separazione bisogna fare la differenza tra separazione consensuale e quella giudiziale.

Per approfondire consulta anche “Guida alle buone prassi per la composizione del contenzioso familiare” di Cesare Bulgheroni, Paola Ventura, Marzia Brusa.

La separazione consensuale

La separazione consensuale è uno dei due modi per ottenere la separazione legale tra coniugi, l’altro è la separazione giudiziale.

Si chiama consensuale perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che arrivano a un accordo sulla divisione dei loro beni in comunione e sull’affidamento dei figli nonché sulle possibili questioni collegate a una separazione.

Il consenso delle parti può essere originario se il ricorso è presentato da tutte e due le parti ma può anche essere successivo nel senso che la separazione può partire come giudiziale, su istanza di una  parte, e diventare consensuale in un momento successivo.

La dottrina è dibattuta su quale possa essere il termine ultimo per esprimere in consenso.

C’è chi lo individua nel tentativo di riconciliazione c’è chi dice addirittura che sia la fase dinanzi al giudice istruttore, quando si è oltre la metà della causa.

Il consenso si può anche revocare.

La dottrina prevalente dice che termine ultimo per revocare il consenso sia l’udienza di comparizione, vale a dire il momento nel quale il giudice dovrebbe prendere atto del fallimento del tentativo di riconciliazione.

L’accordo tra i due coniugi deve essere sottoposto all’esame del tribunale che, con le formalità della camera di consiglio, valuta che l’accordo sia coerente con la legge e che vengano rispettati i diritti della prole.

Se la valutazione è favorevole omologano l’accordo con decreto, impugnabile con appello in Corte d’appello.

Se la valutazione è non è favorevole gli atti vengono trasmessi al giudice istruttore in modo che la causa prenda il corso di una separazione giudiziale.

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La separazione giudiziale

La separazione giudiziale è il procedimento con il quale si ottiene una sentenza di separazione, che non fa venire meno lo status di coniuge ma incide su alcuni obblighi tipici del matrimonio.

Una volta separati non si ha l’obbligo di convivenza né di fedeltà né si è più in comunione dei beni, se quello era il regime patrimoniale prescelto dai coniugi.

Al contrario resistono gli obblighi di mantenimento del coniuge, di partecipazione alla gestione della famiglia e di educazione della prole.

La separazione giudiziale, secondo il codice civile (art. 151 c.c.), si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.

Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale del luogo nel quale è individuata l’ultima residenza della coppia.

Se non l’hanno mai avuta si segue il classico sistema del tribunale competente nel luogo di residenza del convenuto.

Nel ricorso l’istante dovrà fornire gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.

Il presidente del tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.

L’istante dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge.

Nel tempo che intercorre tra notifica e udienza, le parti potranno depositare presso la cancelleria del giudice le eventuali memorie scritte nonché le loro dichiarazione dei redditi, per individuare i beni patrimoniali con esattezza.

L’udienza di comparizione si svolge davanti al presidente del tribunale.

I coniugi sono obbligati a comparire personalmente.

Se non si presenta il coniuge attore, colui che ha promosso il processo, il presidente lo dichiara estinto per abbandono degli atti, se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente dovrà fissare un’altra udienza ed eventualmente decidere con ordinanza sulle questioni urgenti che non possono essere rimandate alla successiva udienza.

Una volta che i due coniugi compaiono entrambi, il presidente del tribunale compie un tentativo di conciliazione, nel quale cerca di fare desistere le parti dal loro intento di separarsi.

Se le parti si accordano e si riconciliano il presidente redige il processo verbale e la causa si estingue, se le parti non si accordano, il presidente è obbligato a fare proseguire la causa davanti al giudice istruttore.

Effetti patrimoniali della separazione consensuale

In caso di separazione consensuale, sono gli stessi coniugi a determinare quali saranno gli effetti patrimoniali provocati dalla loro decisione.

Saranno loro stessi a deciderlo nell’accordo di separazione da sottoporre al giudice.

Marito e moglie troveranno un’intesa su:

– L’eventuale assegno di mantenimento a favore della parte più debole o dei figli.

-La divisione dei beni comuni.

   – L’assegnazione della casa.

Effetti patrimoniali della separazione giudiziale

In caso di separazione giudiziale, non saranno i coniugi ma un giudice a determinare gli effetti patrimoniali della separazione, in particolare sulla spartizione dei beni acquistati dopo il matrimonio se la coppia avesse scelto per il regime di comunione.

I beni personali, ad esempio l’abbigliamento o le scarpe, e quelli acquistati prima del matrimonio restano di proprietà esclusiva di chi li ha comprati o avuti in regalo.

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Negli ultimi anni il principio di bigenitorialità rappresenta sempre più il principale punto di riferimento per tutti coloro che, a vario titolo, sono chiamati a confrontarsi con la crisi della famiglia conseguente alla separazione dei genitori. La fine dell’unione di coppia deve preservare la responsabilità genitoriale e l’accesso dei figli ad entrambi i genitori e ad entrambe le stirpi, nonni e famiglie di origine. Si promuove così la qualità della funzione genitoriale e la lealtà dei figli verso la famiglia e le sue storie generazionali; non esclusivamente verso l’uno o l’altro dei mondi genitoriali. Il percorso della separazione evolve in tempi non brevi e passa attraverso varie fasi. Riguarda l’aspetto mentale, sia sul piano cognitivo che emotivo, la relazione con l’altro e con i figli e la riorganizzazione del funzionamento della famiglia anche nella quotidianità. Può dare luogo a conflitto anche di elevata intensità con il rischio di pregiudizio di un adeguato esercizio della responsabilità genitoriale in una fase molto delicata della vita della famiglia.

È dunque maturata negli operatori – sia provenienti dalla cultura psicosociale che giuridica – la convinzione che la tutela giurisdizionale dei diritti non sia il modo più appropriato e completo per la neutralizzazione del conflitto familiare, mai comunque di prima scelta. Legislatore, giudici ed avvocati sono dunque alla ricerca di modalità alternative al processo che consentano una gestione più costruttiva del conflitto familiare, utile a salvaguardare il più possibile l’unità genitoriale al di là della separazione della coppia.

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Cesare Bulgheroni
Avvocato, è professore a contratto del corso di diritto dell’ADR e di quello di tecniche di gestione dei conflitti presso la LIUC, Università Cattaneo di Castellanza, nonché professore a contratto presso l’Università dell’Insubria a Como del corso di diritti religiosi e mediazione familiare e comunitaria. È mediatore civile, commerciale e familiare, formato al metodo della coordinazione genitoriale. Docente accreditato al Ministero di Giustizia per la formazione dei mediatori ai sensi del DM 180/10. Consigliere dell’Ordine Forense di Varese per oltre un decennio. Si occupa professionalmente di mediazione e gestione dei conflitti dal 1998. Mediatore presso l’Ordine Forense di Milano, Busto Arsizio e Varese. Autore di numerosi lavori in materia di mediazione civile e familiare. Ricercatore e critico dei sistemi di soluzione delle controversie alternativi al giudizio ha preso parte a numerosi convegni e gruppi di lavoro in tema di alternative dispute resolution.
Paola Ventura
Avvocato mediatrice familiare e civile; è formata alla Pratica Collaborativa, nonché al metodo della Coordinazione Genitoriale. All’interno dello Studio Legale LA SCALA S.T.A.P.A. (di cui è fondatrice), svolge attività professionale nell’ambito del diritto di famiglia, family office e quale esperta ADR in generale. Da oltre vent’anni si occupa di gestione del conflitto, di mediazione e A.D.R., sia come mediatore che come formatore. È docente accreditato al Ministero di Giustizia per la formazione dei mediatori ai sensi del DM 180/10. È membro del comitato scientifico dell’Associazione dei professionisti collaborativi – AIADC. Ha svolto attività di formazione per numerosi enti (Università e Associazioni Forensi) nell’ambito della mediazione civile e familiare, e, più in generale degli strumenti ADR.
Marzia Brusa
Psicologa Esperta in Psicologia Giuridica. Consulente Tecnico d’Ufficio per il Tribunale di Varese e Consulente Tecnico di Parte sul territorio nazionale. Formata al metodo della Coordinazione Genitoriale. Socio fondatore dell’Associazione Italiana Coordinatori Genitoriali e membro del Consiglio Direttivo. Ha esperienza decennale all’interno dei Servizi Tutela Minori, dove ha gestito casi di famiglie con minori su provvedimento dell’Autorità Giudiziaria in ambito civile e penale. È una delle socie fondatrici dello studio Teseo - Centro di Consulenza per la Famiglia, dove lavora in collaborazione ad altre figure professionali (sociali, psicologiche e legali) per la presa in carico integrata dei nuclei familiari in situazioni di crisi. All’interno dello Studio svolge attività clinica, oltre che di supervisione e formazione. Si occupa in particolare di percorsi di valutazione e sostegno alle capacità genitoriali e alla gestione della co-genitorialità in regime di separazione o divorzio.

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Cesare Bulgheroni, Paola Ventura, Marzia Brusa, 2019, Maggioli Editore
19.00 € 18.05 €

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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