Anonymous dichiara guerra a Putin: chi si nasconde dietro il misterioso collettivo di hacker e quali conseguenze ne possono derivare

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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A meno di una settimana dall’attacco della Russia all’Ucraina, si sta realizzando quello che è stato definito come il fenomeno di una guerra ibrida, che si combatte non solo sul campo, con uomini, missili, bombe e carri armati, ma anche in quell’altro mondo, quello online che ormai fa talmente parte delle nostre vite da essere diventato imprescindibile. È online che si fronteggiano i diversi eserciti di hacker, quelli russi, che nei giorni scorsi hanno lanciato HermeticWiper, il primo malware ufficiale del conflitto armato, che ha lo scopo di distruggere, fare danni nel sistema per renderlo inutilizzabile e soprattutto impossibile da ripristinare, e quelli ucraini.

E, come nella vita reale tutto il mondo è sceso in campo a favore dell’Ucraina, così nella rete la mobilitazione a favore del Paese invaso è stata pressoché totale, con la discesa in campo di Anonymous, il misterioso collettivo di hacker che nei giorni scorsi ha lanciato un messaggio online direttamente a Putin, dichiarandogli apertamente guerra.

Anonymous, chi è costui

La cosa che si sa per certo di Anonymous…è che non se ne sa nulla.

Non si tratta di un circolo a cui è possibile entrare su presentazione o esibendo una tessera o possedendo requisiti particolari ed è anche scorretto definirlo un “gruppo” di hacker.

La prima apparizione di Anonymous risale all’ormai lontano 2003 ed è legata all’imageboard 4chan, una piattaforma basata sulla pubblicazione di immagini da parte dei propri utenti (chan è l’abbreviazione di channel) nata per la condivisione e la discussione inerente anime e manga (fumetti e cartoni animati giapponesi, tipo Lady Oscar, per intenderci, o One Piece). Il nickname Anonymous veniva assegnato agli utenti che commentavano senza loggarsi ed identificarsi, impostando i commenti sempre in ottica di lotta contro ingiustizie, soprusi e poteri forti. In breve tempo gli utenti di 4chan cominciarono a personalizzare Anonymous, identificandolo con una persona reale.

Tuttavia, Anonymous identifica non tanto una persona o un gruppo di persone, ma un’ideologia, un’etica di comportamento che, almeno nelle intenzioni iniziali, si identifica nella difesa della libertà di pensiero e di espressione. La definizione migliore di Anonymous è quella di collettivo ed i componenti stessi del collettivo si definiscono hacktivisti, neologismo inglese che fonde i termini di hacker e attivisti, ovvero quegli hacker che utilizzano la propria abilità in rete per scopi sociali, trasferendo le tradizionali azioni sociali di protesta e manifestazione di piazza in rete. Le azioni tipiche degli hactivisti sono il netstrike (sciopero telematico, corteo telematico, cioè il rallentamento delle attività di un sito tramite la moltiplicazione delle connessioni), il domain squatting (quale alternativa online all’occupazione: è l’attività che consiste nell’occupare abusivamente nomi di dominio altrui), l’invio massivo di email come risposta in rete al classico volantinaggio ed il defacciamento dei siti web, moderna forma di graffiti, ovvero la modifica temporanea delle pagine web altrui, che vengono “sporcate” con immagini o testi di protesta.

Se da un lato le azioni di Anonymous si manifestano come quelle classiche di hacktivismo, volte da un lato alla condivisione con la collettività delle informazioni reperite sul web a seguito di incursioni illecite su server e siti altrui, ed al blocco temporaneo delle attività dell’azienda o dell’istituzione target, dall’altro il collettivo di hacker si caratterizza per la sua presenza fisica a scioperi, manifestazioni, o messaggi video inviati sul web, come quello che sta girando in questi giorni nei confronti di Putin, con cui Anonymous ha promesso (e sta di fatto attuando) una guerra cyber ai danni del Presidente Russo.

Quando si presentano in pubblico, i partecipanti di Anonymous indossano la maschera di Guy Fawkes, diventata famosa grazie al celeberrimo film V per Vendetta.


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La maschera di Guy Fawkes

Forse non tutti sanno che l’immagine ormai familiare di Anonymous, della maschera stilizzata su sfondo bianco, con le guance rubizze, il sorriso beffardo, i baffi all’insù e la riga di pizzo sul mento appuntito, creata nel 1982 per rappresentare il protagonista del fumetto V, ha radici storiche molto antiche. La maschera deve il suo nome ed il suo aspetto a Guy Fawkes, militare e cospiratore inglese, membro di un gruppo di cospiratori cattolici che tentò di uccidere il re protestante Giacomo I nel 1605, nell’azione che viene storicamente ricordata come la congiura delle polveri. Il 5 di novembre di quell’anno la congiura venne scoperta e trentasei barili di polvere da sparo, che avrebbero dovuto far esplodere la Camera dei Lord vennero disinnescati. Il piano si concluse con la condanna a morte di tutti i cospiratori, compreso Fawkes, che rappresentava una figura importante, in quanto conosciuto di nome, ma non di persona. La figura del misterioso cospiratore, paladino della gente comune contro il potere dei Lord e del re, entrò nell’immaginario collettivo come una sorta di vendicatore delle masse. E mentre il 5 novembre di ogni anno la storia viene ricordata in quella che è diventata la bonfire night, o Guy Fawkes night, in cui i bambini del Regno Unito cantano una filastrocca in cui viene ringraziato Dio per aver risparmiato la vita del re, il congiurato misterioso è diventato, inaspettatamente, il simbolo di tutte le azioni di libertà e di rivolta delle masse oppresse nel modo.

I componenti di anonymous

Chiunque può essere Anonymous, basta che voglia lavorare per una serie di obiettivi comuni. Esiste un programma su cui gli hacker di Anonymous concordano, si coordinano ed agiscono, ma ognuno realizza le azioni in modo autonomo ed indipendente, senza ambire ad alcun riconoscimento. Gli utenti che si identificano come Anonymous costituiscono una “libera coalizione degli abitanti di internet” e si riuniscono e comunicano in rete tramite 4chan ed altre imageboard, mentre i social tradizionali sono utilizzati per coordinare le proteste e le mobilitazioni nel mondo reale.

Anonymous non ha un leader e non è controllato da alcuna entità o partito. Le azioni vengono rivendicate direttamente da chi le compie in maniera indipendente ed autonoma, oppure vengono loro attribuite dai mezzi di comunicazione.

Gli attacchi di Anonymous

I primi attacchi rivendicati da o attribuiti a Anonymous risalgono ai primi anni 2000. Negli ultimi 20 anni, Anonymous ha attaccato gli obiettivi più disparati, dalla chiesa di Scientology al Wall Street Journal, dai siti governativi di Egitto e Tunisia, alla corte costituzionale ungherese, dal Vaticano a Facebook, Youtube, Trenitalia, Equitalia, l’Enel, la borsa di New York, l’Autorità Garante delle Comunicazioni italiana, vari ministeri, i Carabinieri e la Polizia di Stato, il Ku Klux Klan, i siti inneggianti il terrorismo islamico e numerose banche, dimostrando, in quest’ultimo caso, come siano sufficienti quindici minuti per carpire le credenziali di qualsiasi utente di una banca online. E questo, solo per citare i casi più eclatanti.

La caratteristica di tutti questi attacchi è che Anonymous non agisce per guadagno o tornaconto personale. Non è nella natura degli hacker (parola che spesso, ed erroneamente, viene considerata sinonimo di criminale informatico o pirata informatico) infatti agire a scopo di lucro, quanto piuttosto promuovere la cultura e l’etica del software libero e, nella sua ulteriore accezione di hacktivist, aderire a cause sociali particolarmente nobili o meritevoli (nel 2020 Anonymous Italia ha lanciato l’operazione RevengeGram, pubblicando indirizzi email ed IP di soggetti coinvolti in diffusione di materiale pedopornografico e revenge porn).

Tutti gli attacchi di Anonymous, infatti, sono caratterizzati da “motivazioni” basate sostanzialmente sull’intenzione di raddrizzare un torto, riparare ad un’ingiustizia, colpire prepotenti, capitalisti, criminali o anche solo per dimostrare di essere in grado di arrivare ovunque e in qualunque condizione.

Anonymous e la guerra

Il 25 febbraio scorso, Anonymous ha dichiarato guerra a Putin, per dimostrare la propria solidarietà all’Ucraina, a seguito dell’invasione da parte della Russia. Ne sono seguiti una serie di attacchi informatici al sito del Cremlino, bloccato, alla Duma, il parlamento russo, allo yatch personale di Putin, ai colossi energetici russi. Successivamente Anonymous ha attaccato la televisione di Stato russa, un fatto senza precedenti, perché finora nel codice etico di Anonymous non era mai stato previsto (né posto in essere) un attacco ai mezzi di comunicazione, in nome del sacrosanto diritto e libertà di espressione e comunicazione, sempre rispettato dal collettivo di hacker.

L’attacco di Anonymous si caratterizza come una vera e propria chiamata alle armi: hacker di tutto il mondo, unitevi, prendete di mira la Russia nel nome di Anonymous.

Allo stesso tempo, Anonymous ha fatto sapere che farà di tutto per facilitare e agevolare la connessione online del popolo ucraino, a dimostrazione che questa guerra si combatte non solo a colpi di missile, ma anche di tweet, come ci sta mostrando in queste ore il Presidente Ucraino, che on una serie di messaggi e tweet di incoraggiamento fa sentire la sua presenza e la sua vicinanza al proprio popolo combattente.

Anonymous ha spiegato, in un video di circa tre minuti diffuso online, le ragioni a sostegno della OpRussia, rivolgendosi direttamente a Putin ed ai militari russi, a cui viene chiesto di deporre le armi. “Contro di noi non puoi vincere” ha dichiarato rivolgendosi al Presidente russo, promettendo attacchi alle infrastrutture, non solo della Russia, ma anche della Bielorussia di Lukashenko, storico alleato di Putin.

Dalle parole ai fatti il passo è stato immediato anche in risposta alle censure del governo russo che ha censurato Facebook e Twitter.

Conclusioni

Ma quali saranno, in concreto, le conseguenze delle azioni intraprese da Anonymous? Ed è proprio vero che contro di loro Putin non può vincere?

Che la guerra in Ucraina si sarebbe combattuta anche a colpi di click si sapeva fin dall’inizio. Non stupisce nemmeno il coinvolgimento del collettivo di hacktivisti più famoso del mondo, visti i precedenti casi in cui Anonymous è intervenuto.

Per quanto l’azione del collettivo possa essere considerata lodevole e per quanto, di pancia, tutti noi stiamo dalla parte degli hacker mascherati, così come tutti noi siamo sempre stati dalla parte di Robin Hood e Little John contro lo sceriffo di Nottingham ed il perfido principe Giovanni, non dobbiamo dimenticare che comunque Anonymous agisce commettendo una serie di reati che, a circostanze diverse, non saremmo così ben disposti a tollerare. Oggi l’azione di resistenza e di attacco contro Putin è considerata sacrosanta, ma domani nel mirino di Anonymous potrebbe esserci la nostra organizzazione, per un motivo che oggi ci è del tutto sconosciuto.

Se esistono le leggi, se viviamo in uno stato di diritto e se la possibilità di farsi giustizia da sé di base è esclusa dalle regole del vivere civile, un motivo c’è, ed è evitare che si cada nel caos, nell’anarchia e nella guerra. L’attacco di Putin all’Ucraina è fuori da ogni norma di legge internazionale, così come è fuori da ogni norma di legge l’azione di Anonymous, anche se giustificata da nobili intenzioni (ed anche se a me personalmente i paladini del web mascherati da Guy Fawkes stanno pure molto simpatici).

Inoltre, per quanto abili siano gli appartenenti al collettivo, risulta difficile pensare che i servizi segreti russi non abbiano al proprio interno uomini e donne per lo meno altrettanto bravi, ed altrettanto pronti a scatenare ritorsioni cyber, come dimostrato dal malware HermeticWiper, di cui abbiamo già parlato.

Mentre quindi tutti facciamo il tifo per l’Ucraina ed applaudiamo all’iniziativa di Anonymous, non ci resta che stare alla finestra e stare a vedere quali saranno le azioni ulteriori messe in campo dal collettivo e le contromisure prese dalla Russia.

Io, nel dubbio, e per non sapere né leggere né scrivere consiglio a tutti di prendere una sana, vecchia chiavetta e fare un backup manuale e off line di tutti i dati e documenti a cui teniamo particolarmente, da tenerci gelosamente conservato nel cassetto.

Funziona come mettere i soldi sotto il materasso, e non c’è nemmeno il problema dell’inflazione.

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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