Come difendersi dalle fake news ai tempi della guerra ibrida

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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“Chi controlla la percezione della realtà controlla la realtà”.

Così scriveva 50 anni fa Philip Dick, autore del non molto noto romanzo “Il cacciatore di androidi” da cui venne tratto il moltissimo noto film Blade Runner.

Aveva ragione. Non è un caso che le grandi dittature del ‘900 abbiano fatto del controllo dell’informazione il loro punto di forza: un’informazione unica, controllata, manipolata, falsa, in grado di ingenerare rispetto, panico, o entusiasmo a seconda dei casi.

Anche oggi vediamo che nei Paesi in cui la democrazia è considerata un’opinione personale, i Governi controllano i media ed in particolare controllano internet. Perché oggi la percezione della nostra realtà avviene per lo più attraverso il web.

L’ho letto su internet, rispondiamo quando qualcuno ci chiede dove abbiamo preso una notizia. Così, vaghi, come se il solo fatto di averlo, appunto, letto su internet, sia garanzia di qualità. Ma dire “l’ho letto su internet” equivale a dire l’ho letto per strada, o l’ho visto su un cartellone pubblicitario, non significa nulla, non fornisce alcuna referenza sulla veridicità di quello che abbiamo visto o letto. Internet è un mondo, un grande contenitore di ulteriori piccoli contenitori, che sono le piattaforme e i siti, i quali a loro volta sono portatori di notizie, alcune genuine ed altre, purtroppo un po’ meno.

A poco più di 24 ore dallo scoppio della guerra in Ucraina, che per la prima volta dopo 80 anni riporta il conflitto bellico alle porte di casa nostra, assistiamo già ad un proliferare di fake news.

Titoloni sensazionalistici nel migliore dei casi, fotografie montate ad arte, notizie manipolate e nella peggiore delle ipotesi inventate di sana pianta.

Perché? Chi ci guadagna?

Fake news e clickbaiting

Se, come dicevamo in apertura, manipolare l’informazione vuol dire manipolare i popoli, e dunque esercitare un maggior potere, il fenomeno delle fake news in rete non è legato soltanto a motivi politici. In tempo di guerra, così come, ad esempio, in tempo di campagna elettorale, diffondere notizie false può servire a influenzare i risultati di un voto o ribaltare le sorti del conflitto, come parte di una strategia della cosiddetta guerra ibrida, che associa ai missili ed alle bombe la diffusione di malware in rete (come abbiamo analizzato in questo articolo) e di notizie false sull’andamento delle operazioni belliche. Ma, come abbiamo visto, ad esempio, durante i due anni della pandemia di Covid19, l’utilizzo di titoli sensazionalistici e di articoli acchiappa click (clickbaiting, letteralmente “esca da click”) è diventata pane quotidiano purtroppo anche per le testate giornalistiche serie. Un titolo forte, possibilmente evocativo di scenari drammatici, colpisce infinitamente di più di un titolo neutro o, Dio non voglia, attinente al contenuto dell’articolo. Il titolo colpisce ed induce a cliccare e una volta cliccato partono i banner pubblicitari e gli strumenti di tracking online e a quel punto poco importa se il soggetto non rimane sulla pagina a leggere l’articolo o se il contenuto non rispecchia precisamente ciò che il titolo prometteva: l’esca è stata lanciata ed ha funzionato, ed è questo quello che conta.

Non solo, ma contribuire a diffondere notizie false (e tendenzialmente negative e allarmanti) contribuisce a creare panico, ed il panico forma la paura e con la paura è più semplice governare la realtà. Si controlla la percezione, e quindi si controlla la realtà, appunto.

Il resto lo facciamo noi. Senza cattiva fede o intenti malevoli, ma nella nostra ansia di condivisione da social, nella fretta di essere sul pezzo, di dare la notizia, di arrivare primi, clicchiamo senza pensare, senza verificare e così facendo contribuiamo anche noi alla diffusione di notizie false, in una catena di Sant’Antonio potenzialmente infinita, che nel migliore dei casi è solo fastidiosa, nel peggiore è decisamente pericolosa.

Ora, non è che tra pandemia prima e guerra adesso abbiamo molto da annoiarci in questi ultimi anni. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, in effetti, sono ulteriori emozioni forti: ne abbiamo avute ultimamente in dose ottima e abbondante.

Al contrario, se veramente vogliamo fare qualcosa, qualcosa di concreto, per rendere non solo il web, ma anche il mondo reale, un posto migliore, dovremmo imparare a riconoscere le fake news, a smascherarle, a non dare seguito alla lunga catena di condivisione che oltre a generare panico, paura, odio e violenza, come accade con la guerra ibrida, arricchisce anche soggetti che di tutto hanno bisogno, fuorché di essere ulteriormente finanziati dal nostro click.

Cinque consigli per riconoscere le fake news

  1. Verifichiamo la fonte: visto che su internet leggiamo tutto, impariamo anche quali sono i siti autorevoli, le fonti affidabili, sicure, ed i siti da cui è meglio guardarsi per ottenere informazioni attendibili. Soprattutto quando si parla di temi di attualità, come la guerra in Ucraina, è fondamentale che le notizie siano aggiornate e fresche. Qualche giorno fa un mio contatto mi ha girato un video che annunciava l’imminente aggiornamento della privacy policy di Whatsapp, annunciandomi l’intenzione di abbandonare immediatamente il social di Meta a favore di Telegram. Peccato che il video fosse non solo poco accurato, ma anche vecchio di un paio d’anni e che l’aggiornamento della policy sia ormai un argomento tutt’altro che attuale.
  2. Diffidiamo di titoli eccessivi. Come scritto poco sopra, il clickbaiting si basa sul fatto di colpirci per indurci a cliccare su quella pagina in modo da poter attivare i tracker ivi presenti ed i banner pubblicitari. È stato dimostrato che titoli fortemente negativi o catastrofici inducano a cliccare con una percentuale significativamente più alta rispetto a titoli più neutri ed equilibrati o positivi. Ecco perché internet pullula di tragedie, alcune delle quali, per fortuna, sono false come le borse firmate delle bancarelle al mare.
  3. Verifichiamo le date e le foto. Una volta che un post è in internet ci resta potenzialmente per sempre, internet non dimentica, spesso vengono condivisi come recenti articoli che risalgono a decine di anni prima. Per verificare le foto possiamo utilizzare uno strumento gratuito messo a disposizione da Google. Copiando l’URL della foto che vogliamo verificare (click col tasto destro del mouse) lo possiamo incollare nella barra di ricerca per vedere se la foto è autentica ed in quali altri contesti è stata utilizzata.
  4. Consultiamo i siti di debunking. I debunker sono smascheratori, si occupano di sbugiardare le bufale su internet. Ci sono diversi siti che si occupano di verificare e smascherare gli spara bufale online, basta una breve ricerca su Google per trovare i servizi migliori e con pochi click il gioco è fatto.
  5. Non è sempre obbligatorio condividere. Anche senza mala fede da parte nostra, limitando un minimo la nostra sete di condivisione possiamo frenare la diffusione di fake news e contribuire, nel nostro piccolo, a migliorare la qualità dell’informazione della rete. Invece di condividere le notizie, potremmo iniziare a condividere lo smascheramento delle notizie false, sbugiardando i falsi e limitando l’ossessiva ansia da condivisione di cui sembriamo essere tutti preda. Tra l’altro, spesso i siti che diffondono notizie bufala sono anche portatori sani di malware e virus. Quindi limitandone la diffusione non solo facciamo un favore al popolo di Internet, ma anche a noi stessi. Perché, si sa, la strada verso il ransomware che potrebbe infettarci il computer è lastricata di “condividi”.

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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