L’invasione dell’Ucraina e il nuovo volto dell’impero russo: i possibili crimini di guerra

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La guerra in Ucraina si sta prolungando mettendo in luce orrori inenarrabili. In questa vicenda l’impero russo ha evidenziato un volto disumano e ha manifestato la tendenza ad espandere ad ovest la sua sfera di influenza effettuando forse anche crimini di guerra. Gli equilibri mondiali sono stati rimescolati e si è ritornati in maniera ancora più accentuata e pericolosa alla guerra fredda risalente al periodo sovietico. In questo clima la soluzione pacifica del conflitto si allontana sempre più e vi è il rischio di una guerra permanete tra oriente ed occidente.

Indice:

  1. La nascita dello Stato Socialista
  2. Il crollo dell’Unione Sovietica
  3. L’invasione dell’Ucraina e la caduta della maschera
  4. Conclusioni: i possibili crimini di guerra Conclusioni: i possibili crimini di guerra

La nascita dello Stato Socialista

Per poter cercare di comprendere le vicende odierne della crisi ucraina e l’attuale comportamento della federazione russa bisogna quantomeno risalire alla Rivoluzione del 1917 ed alla nascita dello Stato socialista.

Il modello socialista ha caratterizzato numerosi ordinamenti del novecento contrapponendosi alla democrazia liberale.[1]

In particolare, la Russia è stato uno dei pochi Paesi europei a non aver vissuto, nel corso del XIX secolo, una trasformazione in senso democratico e liberale delle proprie strutture economiche, sociali e politiche. Le tensioni tra le esigenze di cambiamento espresse da una parte della popolazione e un modello politico statico, basato su una monarchia autocratica, furono all’origine di tre rivoluzioni. La prima, senza esito, ebbe luogo nel 1905, successiva alla sconfitta nella guerra contro il Giappone. La seconda e la terza avvennero, invece, nel 1917, rispettivamente a marzo (febbraio secondo il calendario giuliano, seguito dalla Chiesa ortodossa russa e a quei tempi in vigore in Russia) e novembre (ottobre), innescate da gravi problemi politico-sociali, da un diffuso malcontento nei confronti della monarchia e dalla tremenda crisi sofferta dall’Impero russo durante la prima guerra mondiale.

Il 23 febbraio 1917 un’insurrezione, in gran parte spontanea, degli operai e della guarnigione di Pietrogrado portò all’occupazione della città e al rovesciamento della dinastia Romanov, ratificata con l’abdicazione dello zar Nicola II a favore del fratello Michele e la rinuncia al trono, il 3 marzo, da parte di quest’ultimo. Il 27 febbraio era stato intanto formato il Soviet, organo parlamentare di origine elettiva, di Pietrogrado, primo di un gran numero di assemblee che sarebbero di lì a poco sorte in tutta la Russia. Nell’organismo ottennero una posizione dominante i menscevichi e i socialrivoluzionari, che consegnarono il potere nelle mani della borghesia e del Governo provvisorio, costituitosi a marzo con la presidenza del principe Georgij Evgen’evič L’vov.[2]

Con il ritorno di Lenin dall’esilio in Svizzera e la pubblicazione delle sue Tesi di aprile, approvate dalla VII Conferenza del Partito bolscevico, acquisì sempre più consenso presso le masse l’obiettivo della trasformazione della rivoluzione borghese in una rivoluzione socialista.[3]

Intanto si creò forte tensione fra il Governo e il Soviet a proposito della prosecuzione della partecipazione alla guerra, e si arrivò alla formazione di un gabinetto di coalizione con la partecipazione di menscevichi e socialrivoluzionari insieme ai ministri borghesi.[4]

A luglio una manifestazione di operai e soldati guidati dai bolscevichi dopo un inizio spontaneo fu respinta dalle forze governative, ma anche il secondo gabinetto cadde e fu sostituito da un nuovo Governo di coalizione guidato da Aleksandr Kerenskij. Le forze conservatrici ritennero giunto il momento di sopprimere i soviet e ad agosto organizzarono un colpo di Stato guidato dal generale Lavr Kornilov, fermato da un sollevamento di massa degli operai e dei soldati su iniziativa dei bolscevichi. Questi ultimi acquisirono sempre maggiore popolarità e la maggioranza in numerosi soviet (di quello di Pietroburgo divenne presidente Trockij), mentre anche le posizioni dei soldati e dei contadini si radicalizzavano.[5]

Il successivo 7 novembre fu concretizzata l’insurrezione precedentemente deliberata dal Comitato centrale del Partito bolscevico: soldati, operai (le c.d. “Guardie Rosse”), marinai della Flotta del Baltico occuparono in breve i punti chiave della città e l’indomani venne preso il Palazzo d’Inverno, sede del Governo. La sera stessa il potere venne consegnato al Congresso panrusso dei Soviet, che formò un nuovo governo, il Consiglio dei commissari del popolo, guidato da Lenin.[6]

La Rivoluzione si estese subito dopo a gran parte dei territori dell’ex Impero russo, di cui i bolscevichi presero il controllo in alcuni casi in modo pacifico, in altri dopo accesi scontri con gli oppositori.[7]


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Sempre nel 1918 nacque l’Armata Rossa, che sostituì il vecchio e disgregato esercito. La reazione delle forze escluse dal potere e delle potenze straniere non si fece attendere. Nella primavera del 1918 gli inglesi occuparono i porti di Murmansk e Arcangelo, mentre i giapponesi si impadronirono del porto di Vladivostok. In seguito intervennero anche i francesi e gli statunitensi. In Ucraina, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania si instaurarono regimi nazionalistici con l’aiuto tedesco, mentre in Russia nacquero diciotto governi opposti a quello sovietico. Successivamente, nell’estate del 1918 vennero arrestati anarchici e scioperanti, e vennero fucilate alcune migliaia di oppositori politici.[8] La guerra civile vide l’Armata Rossa, guidata da Trockij, combattere in particolare contro gli eserciti dell’Armata Bianca, guidati dall’ammiraglio Kolčak in Siberia e del generale Denikin nella Russia meridionale. Al conflitto parteciparono anche gli eserciti dell’Armata Verde, che durante il conflitto si alleò sia con l’Armata Rossa sia con l’Armata Bianca e a volte le combatté entrambe; e quelli dell’Armata Nera.

Sin dal 1919 l’Armata Rossa ottenne diverse vittorie conquistando alla fine del 1920 la Crimea e, nel 1921, l’area del Caucaso. La guerra civile durò comunque fino al 1923, quando si concluse con la sconfitta degli ultimi eserciti contadini. L’Armata Rossa dovette però desistere in Estonia, Lettonia e Lituania, dove si formarono i tre Stati indipendenti, che sarebbero poi stati annessi all’Unione Sovietica in occasione della seconda guerra mondiale.

La guerra si concluse con la vittoria dell’Armata Rossa e la fondazione dell’Unione Sovietica, il primo Stato socialista del mondo, il 30 dicembre 1922, sotto la guida di Lenin. L’Unione Sovietica succedette all’Impero russo, ma la sua estensione fu inferiore a causa dell’indipendenza ottenuta dalla Polonia, Finlandia e dei Paesi baltici e sancita dal Trattato di Versailles.

Dopo la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio 1924, ci fu una lotta per la conquista del potere all’interno della leadership del partito tra chi sosteneva che per sopravvivere la rivoluzione avrebbe dovuto estendersi ai Paesi a capitalismo avanzato (soprattutto l’allora Repubblica di Weimar), consentendo così l’intervento armato della classe operaia di quei Paesi al fianco di quella russa per schiacciare i contadini, concepiti come intrinsecamente controrivoluzionari – così la pensava per esempio Trockij[9] – e chi teorizzava la necessità, scaturita dal fallimento dei moti del 1919 in Germania e Ungheria del “socialismo in un solo Paese”. Il segretario del partito Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, fautore del “socialismo in un solo Paese”, emerse come nuovo capo contrapponendosi a Lev Trockij. Al fianco di Stalin e contro Trockij si schierò tutta la vecchia guardia bolscevica, con in testa Nikolaj Ivanovič Bucharin e, in un primo momento, Grigorij Evseevič Zinov’ev, in seguito entrambi processati e fucilati come elementi controrivoluzionari. La compattezza del partito nel respingere le tesi di Trockij portò a una sua rapida emarginazione e al suo allontanamento dal partito, culminato nell’esilio iniziato nel 1929.

Stalin avviò un programma di rapida industrializzazione e di riforme agricole, sviluppando rapidamente l’economia socialista, grazie ai successi della pianificazione. Per fare ciò ampliò la struttura della polizia segreta di Stato (prima NKVD, poi GPU e infine KGB) e fece sì che durante il suo governo un numero imprecisato di persone che non appoggiavano la sua politica, da alcuni autori stimato in alcune centinaia di migliaia di deportati,[10] da altri in decine di milioni[11] o addirittura fino a centodieci milioni,[12] venissero condannate alla pena capitale o incarcerate nei gulag. Particolarmente famoso è il periodo 1936-1939, conosciuto come periodo delle “grandi purghe”.

Nella fase staliniana l’URSS si configura come un classico esempio di regime totalitario, caratterizzato dall’ideologia ufficiale di Stato, dal ruolo determinante del partito unico e del suo capo carismatico, dall’organizzazione capillare e dalla mobilitazione permanente dei cittadini a sostegno del regime.[13]

A metà agosto del 1939 la Germania nazista di Hitler propose all’Unione Sovietica un patto di non aggressione, preceduto da un accordo commerciale fra i due Paesi (quest’ultimo fu firmato a Berlino il 20 agosto 1939).[14] Il 23 agosto veniva firmato a Mosca l’accordo di non aggressione fra Unione Sovietica e Germania nazista, che divenne famoso con il nome di patto Molotov-Ribbentrop. Il protocollo ufficiale prevedeva l’impegno, di ciascun Paese firmatario, a non attaccare l’altro. Inoltre, se una delle due parti fosse stata oggetto di aggressione da parte di una terza potenza, l’altro firmatario non avrebbe fornito all’aggressore alcun aiuto. Tuttavia il patto comprendeva anche un “protocollo segreto” che definiva fra le parti le rispettive sfere d’influenza nell’Europa orientale. Esso dava quindi mano libera all’Unione Sovietica per sottoporre a controllo le repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia, Lituania e della Finlandia, stabilendo il confine delle rispettive aree di influenza nella frontiera settentrionale della Lituania.

Per quanto riguardava la Polonia il confine fra le due sfere d’influenza dei firmatari del patto venivano stabilite nei corsi dei fiumi Narew, Vistola e San, mentre l’Unione Sovietica dichiarava il proprio interesse sulla Bessarabia (passata alla Romania nel 1917) e riceveva dalla Germania nazista una dichiarazione di “non interesse” a quel territorio. Subito dopo l’Unione Sovietica comunicava a Francia e Gran Bretagna di considerare ormai inutili i colloqui a lungo portati avanti fra le tre potenze, per giungere a un accordo contro la Germania nazista. Fu quindi il patto Molotov-Ribbentrop a dar mano libera a Hitler per procedere all’invasione della Polonia, essendosi questi così garantito il non intervento dell’Unione Sovietica e avendo scongiurato il pericolo di dover combattere su due fronti (essendo allora Il Terzo Reich sprovvisto delle risorse economiche e militari necessarie ad un eventuale guerra su più fronti), nel caso d’intervento di Francia e Gran Bretagna a fianco della Polonia, quando questa fosse stata attaccata dalla Germania; il che avvenne già il 1º settembre di quell’anno senza una dichiarazione di guerra.

Il 17 settembre l’esercito sovietico invadeva a sua volta la Polonia da est e due giorni dopo si fermava all’incontro a Brest-Litovsk con quello tedesco. Germania nazista e Unione Sovietica si dedicarono quindi il 28 settembre a definire nei dettagli la spartizione dell’Europa orientale secondo i criteri generali stabiliti dal patto Molotov-Ribbentrop: il confine fra le parti nel territorio polacco venne confermato e l’Unione Sovietica ebbe mano libera per occupare Lituania, Lettonia ed Estonia. Nel giugno 1940 l’Unione Sovietica invase e annetté Bessarabia e Bucovina settentrionale, sottraendole alla Romania. Per questi atti l’Unione Sovietica fu espulsa dalla Società delle Nazioni.

Aggredita dalle truppe di Hitler con l’operazione Barbarossa, iniziata il 22 giugno 1941, l’Unione Sovietica vide la porzione occidentale del territorio rapidamente occupata dal nemico, che vi commise eccidi e devastazioni. Grazie anche al trasferimento a oriente delle industrie belliche, reso possibile dal periodo di pace guadagnato con il patto di non aggressione con la Germania nazista, e ai massicci aiuti in armi e altro equipaggiamento ricevuti da Stati Uniti e Gran Bretagna,[15] l’Unione Sovietica riuscì a bloccare l’invasione e, a partire dalle vittoriose battaglie di Stalingrado e Mosca, a respingere le truppe dell’Asse. L’avanzata dell’Armata Rossa si concluse a Berlino nel maggio 1945.

Tra il 4 e l’11 febbraio del 1945 nel palazzo imperiale di Livadia si tenne la conferenza di Yalta, il più famoso degli incontri fra Stalin, Churchill e Roosevelt, nei quali fu deciso quale sarebbe stato l’assetto politico internazionale al termine della seconda guerra mondiale. In particolare a Yalta furono poste le basi per la divisione dell’Europa e del mondo in zone di influenza. In seguito agli accordi di Yalta l’Unione Sovietica dichiarò guerra all’Impero Giapponese l’8 agosto 1945 (nonostante fosse ancora in vigore con l’Impero Giapponese il patto di non aggressione del 1941) e il giorno successivo lanciò un milione di soldati veterani del fronte orientale contro la Manciuria, dove erano di stanza circa 700 000 giapponesi.[16] E proprio nel tentativo di creare un nuovo ordine mondiale si deve anche l’aggressione della Russia dell’Ucraina.

Sotto Stalin l’Unione Sovietica uscì dalla seconda guerra mondiale (chiamata nell’URSS “grande guerra patriottica”) come una delle principali potenze mondiali, con un territorio che inglobava gli Stati baltici e una porzione significativa della Polonia ante-guerra, unitamente a una sostanziale sfera d’influenza nell’Europa orientale (c.d. Impero sovietico). Il confronto politico tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti persistette per molti anni e viene denominato con il termine di guerra fredda.

Dopo la morte di Stalin si scatenò una nuova lotta per il potere che vide Nikita Chruščёv come vincitore. Sotto la sua guida l’Unione Sovietica fu protagonista dell’appoggio al processo di liberazione delle nazioni africane e asiatiche dalla dominazione coloniale europea e statunitense, intervenendo ad esempio, nel 1956, a difesa dell’Egitto di Nasser, minacciato di aggressione militare da parte di Francia e Regno Unito per la sua decisione di nazionalizzare la Compagnia del Canale di Suez.

Uno dei momenti peggiori nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu la crisi dei missili di Cuba, quando Chruščёv, dopo essere venuto a conoscenza della presenza di missili balistici nucleari statunitensi sul suolo di Italia e Turchia, iniziò a installare missili nucleari a medio raggio in difesa dell’isola di Cuba, che aveva proclamato il carattere socialista della rivoluzione vittoriosa nel 1959 ed era stata attaccata nell’aprile 1961, con lo sbarco nella baia dei Porci delle forze contro-rivoluzionarie provenienti dal territorio statunitense su mandato dell’amministrazione statunitense. L’elevata tensione raggiunta tra le due potenze, che per giorni tenne il mondo sull’orlo della guerra atomica, si risolse in un accordo comprendente lo smantellamento delle postazioni missilistiche sovietiche in territorio cubano. Come contropartita l’Unione Sovietica ottenne l’impegno statunitense a non aggredire mai la Repubblica di Cuba e lo smantellamento dei missili statunitensi Jupiter dispiegati dal 1960 nelle dieci basi italiane delle Murge, tra Basilicata e Puglia, e nelle cinque basi in Turchia.[17]

Chruščёv, che per tutto il suo periodo al potere oscillò tra i poli opposti di una radicale “destalinizzazione” (conosciuta come distensione) e di una difesa del vecchio ordine (come nel caso dell’invasione dell’Ungheria durante la rivoluzione del 1956), fu rimosso nel 1964 da un blitz interno al partito, guidato da Leonid Brežnev, che prese il potere e governò fino alla morte nel 1982. Questo evento inaugurò quella che sarebbe stata conosciuta negli anni seguenti come il periodo della “stagnazione”.

Il crollo dell’Unione Sovietica

Dopo la prematura scomparsa di Jurij Vladimirovič Andropov e il breve interregno di Konstantin Ustinovič Černenko – esponente della vecchia guardia del partito ed ex braccio destro di Breznev – negli anni ottanta il nuovo presidente Michail Gorbačëv riformò drasticamente il sistema politico sovietico con il suo programma detto glasnost.

Il complesso delle sue riforme politiche ed economiche, conosciuto con il nome di perestrojka (“ristrutturazione”), portò a forti alterazioni in direzione dell’autogestione della pianificazione centralizzata, con la conseguenza del rapido collasso dell’economia, di pesanti disfunzioni nelle filiere produttive.[18] In politica estera la nuova direzione sovietica negoziò con gli Stati Uniti una riduzione degli armamenti, in un’ottica di riavvicinamento che avrebbe di lì a poco significato la fine del socialismo reale.

La riforma attuata da Gorbačëv attraverso importanti revisioni costituzionali tra il 1988 e il 1990, consisteva in un’attenuazione del carattere collettivistico e pianificato dell’economia, nel riconoscimento del principio della separazione dei poteri negato dallo stato socialista, nel rafforzamento del parlamento, nella modificazione del sistema elettorale in modo da incoraggiare una pluralità di candidature, nella previsione di un presidente come organo monocratico, nel ridimensionamento dei poteri del Presidium, nel riconoscimento del pluralismo politico, dei diritti fondamentali della persona, dell’indipendenza della magistratura e infine nella creazione di un organo di giustizia costituzionale.[19]

L’amministrazione Gorbačëv, con la cosiddetta “dottrina Sinatra”, si propose, inoltre, d’instaurare un nuovo atteggiamento di “non ingerenza” verso gli altri Paesi socialisti dell’Europa orientale.[20] Di fatto questa situazione permise una quasi immediata transizione politica che, tra la fine del 1989 e la prima metà del 1990, avrebbe portato al disfacimento dell’URSS e del blocco orientale e alla transizione degli Stati che ne avevano fatto parte all’economia di mercato.

I Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), invasi da Stalin prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e annessi con la forza nel dopoguerra all’Unione Sovietica, videro prevalere al loro interno un forte senso di nazionalismo, che li avrebbe portati a richiedere e ottenere l’indipendenza, prima ancora che la stessa Unione Sovietica si sfaldasse.[21] La Germania Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, si staccò dall’influenza sovietica e, sulla spinta della direzione di Gorbačëv che aveva sostituito, con i buoni uffici di Mosca, Erich Honecker e la vecchia direzione della SED, nel 1990 venne unita alla Repubblica Federale.

Il 28 giugno 1991 venne dichiarato sciolto il Consiglio di mutua assistenza economica e il 1º luglio il patto di Varsavia; questi due eventi sancirono quantomeno simbolicamente la fine dell’influenza della Russia sovietica nell’Europa orientale e preclusero agli eventi  successivi.

Infatti nel mese di agosto 1991 l’Unione Sovietica si dissolse dopo un fallito colpo di Stato, tentato da alcuni elementi dei vertici militari e dello Stato (Janaev, Jazov e altri), che osteggiavano la direzione verso cui Gorbačëv stava guidando la nazione e il nuovo patto federativo delle repubbliche sovietiche che doveva essere siglato dopo poche settimane.

Settori politici liberisti e filo-occidentali guidati da Boris El’cin usarono il colpo di Stato come pretesto per mettere in un angolo Gorbačëv, bandendo il Partito Comunista e determinando la dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono a Belaveža l’accordo che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico, accordo non rispettato come dimostra l’attuale conflitto.

In seguito l’Unione Sovietica venne sciolta formalmente dal Soviet delle Repubbliche del Soviet Supremo il 26 dicembre 1991.[22] Il giorno prima Gorbačëv aveva rassegnato le proprie dimissioni da presidente dell’Unione Sovietica e il 1º gennaio 1992 la Russia ufficializzò l’indipendenza dall’URSS.[23]

Successivamente, l’11 marzo 1990 la Lituania aveva dichiarato la propria indipendenza. La seguirono, nel corso del 1991, prima le repubbliche baltiche e poi le altre repubbliche sovietiche.

L’eredità politica e militare dell’Unione Sovietica fu raccolta dalla Russia, tanto da subentrarle già nel 1991 nelle Nazioni Unite e nel suo Consiglio di sicurezza come membro permanente.

L’invasione dell’Ucraina e la caduta della maschera

In questo contesto caratterizzato dal regime autocratico della Russia e dalla ricerca di un ruolo egemone analogo a quello del periodo sovietico, sia all’interno che nei rapporti internazionali, si inserisce la vicenda drammatica dell’invasione dell’Ucraina iniziata alle 4 del mattino del 24 febbraio 2022 annunciata dal presidente russo, Vladimir Putin, come una “operazione militare speciale” per “demilitarizzare” e “denazificare” la nazione confinante. L’attacco di Mosca, ancora in atto, si sta svolgendo su tre fronti, da Sud, Nord ed Est, ma di recente si è focalizzato sul settore sud-orientale dell’Ucraina.[24]

L’offensiva prosegue con il lancio di missili da crociera, colpi d’artiglieria e bombardamenti aerei ed esplosioni sono in atto in numerose città ucraine: da Odessa alla capitale Kiev, da Kharkiv a Dnipro. A Mariupol, parte del territorio del Donbass ancora controllato da Kiev, l’invasione di terra è stata quasi completata con un enorme spargimento di sangue.[25]

La maggior parte dei bombardamenti si sono concentrati nell’Est, dove si trovano le aree controllate dai separatisti, i quali, dopo l’inizio dei bombardamenti russi, hanno attaccato le posizioni dell’esercito ucraino ai confini delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk. Successivamente hanno interessato l’intero Paese e si stanno estendendo al sud nella zona di Odessa.

Lo spazio aereo è stato chiuso ed è stato sospeso tutto il traffico aereo civile all’interno del Paese. Secondo quanto riferito da fonti ucraine, le truppe russe sono entrate nel Paese da tre direzioni: a Nord dall’avamposto di frontiera di Senkivka, ovvero dalla Bielorussia; a Est, in direzione di Kharkiv; a Sud, dalla Crimea.

Il presidente ucraino, Voldymyr Zelensky, ha proclamato la legge marziale ed ha sciolto i partiti di opposizione. L’esercito ucraino ha affermato di aver ucciso migliaia di militari russi, allo stato circa 17mila (1541 secondo il governo russo) e di aver abbattuto numerosi mezzi aerei.

Le forze di Kiev, nonostante gli aiuti occidentali, soffrono però di una forte sproporzione numerica di fronte al nemico. Mosca ha circondato il Nord e l’Est dell’Ucraina con circa 190 mila truppe, 30 mila delle quali in Bielorussia, ha ammassato le sue forze navali nel Mar Nero e ha chiuso il Mare d’Azov alla navigazione. Sono intervenuti, poi, nella zona di Kiev numerosi mezzi corazzati russi che ultimamente si stanno riposizionando sul fronte sud orientale per conquistare definitivamente la zona del Donbass.

In totale la Russia può contare su 900 mila effettivi, due milioni di riservisti e mezzo milione di militari impiegati in altre forze. L’Ucraina ha invece un esercito di terra di 145 mila effettivi, più 45 mila nell’aeronautica e altri 11 mila nella marina. I riservisti sono 900 mila, ai quali si aggiungono altri 100 mila impiegati in altre forze. Il divario è ancora più largo in termini di armamenti.

Mosca, inoltre, ha 16 mila veicoli corazzati da combattimento, carri armati inclusi, anche se taluni obsoleti, contro i 3.300 dell’Ucraina. Le dotazioni di artiglieria mostrano una sproporzione analoga, mentre l’aeronautica ucraina è un decimo di quella russa. Dopo l’annessione russa della Crimea, l’Ucraina ha ricevuto armi per 2,5 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e istruttori americani hanno formato i militari ucraini per l’utilizzo del materiale bellico fornito da Washington: armamenti leggeri, navi da pattugliamento e missili anticarro Javelin. A questi aiuti si aggiungono oltre un miliardo di dollari stanziati dagli Stati Uniti dopo l’inizio del conflitto e consistenti mezzi militari. Altrettanto significativi sono gli aiuti da parte dell’Unione Europea e di altri paesi occidentali.

Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS) del 26 febbraio 2022 che ha “deplorato nella maniera più assoluta” l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto il voto favorevole di 11 dei 15 membri del Consiglio, ma non è stata approvata a causa del veto della Russia (presidente di turno, oltre che membro permanente del CdS). Tuttavia, l’astensione di Pechino al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro l’invasione russa non si può considerare una notizia del tutto positiva per Mosca.[26]

La risoluzione riafferma la sovranità dell’Ucraina e chiede alla Russia di “cessare immediatamente l’uso della forza” contro il Paese.

Ma la parola ‘condanna’ è stata sostituita da ‘deplora’ ed è stato anche cancellato un riferimento al capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che consente ai membri di intraprendere un’azione militare per ristabilire la pace.

Non vi è dubbio, quindi, che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia abbia costituito un evidente violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Una conferma di queste conclusioni si è avuta con la risoluzione in data 2 marzo 2022 con la quale l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha chiesto alla Russia di fermare la guerra in Ucraina. I voti a favore sono stati 141, 5 i contrari, 35 astensioni. Si tratta della prima sessione d’emergenza dell’Assemblea dal 1997.

Le risoluzioni dell’Assemblea non sono legalmente vincolanti, ma hanno un peso politico rilevante, anche in vista del procedimento di incriminazione della Russia per crimini di guerra.

La risoluzione ha deplorato “l’aggressione” della Russia contro l’Ucraina “nei termini più forti” e ha chiesto un ritiro immediato e completo di tutte le forze di Mosca.

Sono stati solo cinque i voti contrari all’Assemblea generale delle Nazioni unite alla risoluzione di condanna dell’operazione militare russa in Ucraina. Oltre alla Federazione russa, hanno votato contro Corea del Nord, Siria, Bielorussia ed Eritrea.

Con l’invasione dell’Ucraina, pertanto, la Russia ha fatto cadere la maschera manifestando il suo vero volto di regime autoritario e incurante del diritto internazionale.

Infatti la federazione russa costituisce il principale esempio di una democrazia di facciata caratterizzato da una gestione accentrata del potere da parte del Presidente, dalla debolezza del parlamento, dal ruolo importante di gruppi affaristici e criminali, dalla repressione nei confronti dell’opposizione, dall’assassinio di giornalisti indipendenti, dalle leggi limitative dei diritti civili e politici, tutti aspetti che si sono aggravati dopo l’invasione dell’Ucraina.[27]

Conclusioni: i possibili crimini di guerra

Nel dibattito sulla guerra in Ucraina si è inserito prepotentemente il discorso della commissione di crimini di guerra da parte del governo russo. Il bombardamento di numerosi ospedali, di edifici scolastici e universitari, del teatro di Mariupol con forse circa trecento morti, di edifici residenziali per civili abitazioni, l’utilizzo di bombe a grappolo ed al fosforo, l’assassinio di sindaci prima rapiti e poi ritrovati morti, la chiusura di corridoi umanitari anche alla Croce Rossa Internazionale, l’assassinio di volontari e giornalisti, le accuse di stupro da parte di soldati russi, le violenze e le torture ingiustificate su civili e militari da parte delle truppe di invasione ed altri episodi non conformi alla convenzione di Ginevra e alle direttive dell’ONU, se accertati, potrebbero portare all’incriminazione dei massimi esponenti del Cremlino ed, in primis, del suo presidente Vladimir Putin, del potente ministro degli affari esteri Sergej Viktorovič Lavrov e del ministro della difesa Sergej Kužugetovič Šojgu. Infatti, sin dai primi giorni di marzo 2022, la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalla Russia nell’invasione dell’Ucraina, come annunciato da Karim A. Khan, Procuratore capo della stessa Corte dal 2021.[28]

Un’ ulteriore riprova della commissione di crimini di guerra è stato il ritrovamento in data 3 aprile 2022 nelle strade di Bucha, città del nord ovest dell’Ucraina alla periferia di Kiev, già conquistata dalle forze occupanti e poi liberata dalle truppe ucraine, di decine di cadaveri di civili, alcuni con le mani legate, allo stato 360, dieci dei quali bambini, vittime di presumibili esecuzioni sommarie e arbitrarie da parte dei militari russi. Successivamente, in data 8 aprile, è stata bombardata la stazione ferroviaria di Kramatorsk, nel Donetsk, in Ucraina orientale e ci sarebbero oltre 50 vittime, secondo i media di Kiev, mentre nella città di Borodyanka sono stati rinvenuti i corpi di circa 200 civili sotto le macerie dei palazzi colpiti dai bombardamenti russi. Un nuovo orrore si è verificato a Makariv, dove 133 civili sono stati torturati e uccisi e ci sono stati casi di cadaveri trovati con le mani legate e almeno due casi di donne stuprate e poi uccise. E ci sarebbe anche chi ha visto i militari russi lanciare le granate nei rifugi, perché i civili non fossero al sicuro. Infine, il 10 aprile, sempre nella periferia di Kiev, vi è stato il ritrovamento di una fossa comune nel villaggio di Bukova.

Le immagini delle stragi compiute, cui presumibilmente seguiranno altre, unitamente alle probabili testimonianze, rappresentano una prova incontrovertibile di cui la Corte Penale Internazionale non potrà non tener conto.

La Corte, conosciuta anche con l’acronimo ICC dalla sua dizione in inglese (International Criminal Court), è un tribunale per crimini internazionali con sede all’Aia, in Olanda. Fondata nel 2002, ha competenza per i crimini più rilevanti che riguardano la comunità internazionale: il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e di aggressione. Non è un organo dell’Onu, ma ha legami con il suo Consiglio di Sicurezza che può assegnare alla Corte quei casi che non sarebbero sotto la sua giurisdizione. La Corte ha una competenza complementare a quella dei singoli Stati, dunque può intervenire solo se gli Stati non possono (o non vogliono) agire per punire crimini internazionali.

I paesi che aderiscono alla Corte sono 123, ben più della metà dei 193 Stati membri dell’ONU tra cui due dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Francia Regno Unito. Altri 32 paesi, tra i quali Stati Uniti, Israele Russia, hanno firmato il trattato di costituzione della Corte, ma non l’hanno ratificato. La Corte Penale Internazionale non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede all’Aia, che è il principale organo giudiziario del palazzo di vetro e ha il compito di dirimere le dispute fra gli stati membri.

Lo Statuto di Roma della Corte Internazionale è stato stipulato il 17 luglio 1998 e definisce in dettaglio la giurisdizione e il funzionamento della Corte; è entrato in vigore il 1° luglio 2002 dopo la ratifica da parte del sessantesimo Stato aderente.

La CPI ha giurisdizione sovranazionale[29] e può processare individui (non Stati) responsabili di crimini di guerragenocidiocrimini contro l’umanitàcrimine di aggressione commessi sul territorio e/o da parte di uno o più residenti di uno Stato parte, nel caso in cui lo Stato in questione non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello Stato e in armonia con il diritto internazionale.

La giurisdizione della Corte si esercita nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o da un cittadino di uno Stato parte. Ne consegue che anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte.

Uno Stato non parte non è tenuto a estradare propri cittadini che abbiano commesso tali crimini in un Paese parte e al giorno d’oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli Stati non aderenti a cedere alle richieste della Corte internazionale; il problema, tuttora aperto, è semmai l’esistenza di trattati internazionali (detti SOFA) che attribuiscono immunità a soldati di uno Stato non parte quando sono sul territorio di uno Stato parte.[30]

Gli organi della Corte penale internazionale sono:

  • Presidenza, composta da un nucleo di presidente e due vicepresidenti (primo e secondo vicepresidente) eletti dai giudici riuniti in consiglio. I diciotto giudici vengono nominati dall’Assemblea degli Stati parte, dal momento della loro elezione possono riunirsi in camera di consiglio ed eleggere a maggioranza assoluta il presidente e i due vice presidenti che mantengono la loro posizione per un periodo di tre anni (o per un tempo minore, se il loro mandato finisce prima) rinnovabile una sola volta. La Presidenza è responsabile per il corretto svolgimento delle attività giudiziarie e della Corte con l’eccezione dell’Ufficio del procuratore (OTP – Office of The Prosecutor) che dovrebbe mantenere un certo grado di indipendenza. Si suddivide in Divisioni, composte dai giudici e suddivise in un numero variabile di omonime ‘Camere’. Esse sono: Divisione preliminare (Pre-Trial Division, di cui fanno parte le Pre-Trial Chambers), che analizza le richieste a procedere dell’Ufficio del procuratore e autorizza o meno le indagini della Corte in un primo stadio e, in un secondo momento, quando le indagini hanno portato alla raccolta di elementi sufficienti per affrontare un processo, decide sull’ammissibilità del caso; Divisione giudicante (Trial Division, di cui fanno parte le Trial Chambers), che si occupa del dibattimento vero e proprio e del processo di primo grado; Divisione d’appello (Appeals Division, di cui fanno parte le Appeals Chambers), composta dal presidente e quattro giudici, decide sui ricorsi in appello ed emette sentenze definitive.
  • Ufficio del procuratore – anche detto OTP, dall’inglese Office of the Prosecutor – si occupa delle indagini, ha una sua indipendenza dalla CPI pur essendone un organo costitutivo. È composto da uffici investigativi, dal procuratore capo e dai procuratori. L’OTP agisce in modo relativamente indipendente, indaga sui casi sottopostogli dagli Stati, dal Consiglio di sicurezza ONU, ma anche da semplici cittadini. Può iniziare le indagini di propria iniziativa (motu proprio), ma deve chiedere autorizzazione alla Camera Preliminare, per l’autorizzazione a procedere nelle indagini preliminari. Oppure può iniziare le indagini dietro segnalazione (referral) da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o di uno Stato parte. Può ricevere informazioni da qualsiasi fonte, incluse organizzazioni non governative e vittime, ma per iniziare le indagini vere e proprie deve chiedere un parere di ammissibilità ai giudici preposti. L’ufficio del procuratore sostiene l’accusa durante il processo. L’OTP è suddiviso in sezioni, con responsabili per le varie divisioni (divisions), con lo stesso nome ma da non confondere con le divisioni giudiziarie. Il procuratore capo viene eletto con voto segreto dagli Stati membri, detti Stati parte, riuniti nell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) e deve ottenere maggioranza assoluta; i due Vice Procuratori vengono eletti con il medesimo meccanismo, ma con nomi scelti da una lista presentata dal Procuratore Capo.
  • Cancelleria (Registry ): il cancelliere è responsabile amministrativo della Corte. Nella Cancelleria è compresa un’unità di protezione per vittime e testimoni. L’organismo amministra lo staff della Corte e gli investigatori dell’ufficio del procuratore, organizza udienze e assiste i difensori. Inoltre, regola e garantisce il corretto flusso di informazioni e il rispetto del diritto degli imputati a una giusta difesa con presunzione di innocenza fino a prova del contrario. Per tutelare questo principio sono state costituite associazioni di difesa e un Consiglio di difesa che fa riferimento direttamente alla Cancelleria, pur non essendone formalmente parte integrante. Il Registrar è responsabile, anche, delle strutture penitenziarie della Corte (ICC Detention Centre); delle unità per la partecipazione e il risarcimento delle vittime e dei testimoni (grosso modo assimilabile alla ‘parte civile’), dell’unità di protezione e sostegno di vittime[31] e testimoni (protezione fisica e morale); del programma di Outreach e propaganda. Il cancelliere viene eletto dai diciotto giudici della Corte riuniti in consiglio, tenendo nella dovuta considerazione le richieste e i suggerimenti dell’Assemblea degli Stati Parte.

Inoltre, è prevista anche l’Assemblea degli Stati Parte (ASP) che non è un organo della CPI, ma ne è parte costituente. I due organismi internazionali sono indissolubilmente correlati l’uno con l’altro. L’ASP è l’organismo composto dai rappresentanti degli Stati membri, detti appunto Stati Parte, quindi dai rappresentanti di quegli Stati che hanno firmato e ratificato lo Statuto di Roma. I rappresentanti hanno uguali diritti in assemblea (uno Stato un voto) e l’ASP si riunisce per deliberare su questioni procedurali, per l’elezione dei giudici e del procuratore capo, per segnalare situazioni da riferire all’OTP, per l’approvazione del bilancio e lo stanziamento dei fondi, e per svolgere una funzione di controllo sull’operato della CPI e di interlocuzione diplomatica con i paesi di riferimento.

L’avvio del procedimento è una fase molto delicata potendo essere attuata da tre fonti diverse: il procuratore, che agisce motu proprio, o un referral che può provenire da uno Stato che ha firmato il Trattato o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I referral degli Stati sono molto più liberi, non avendo limiti, mentre il Consiglio di sicurezza deve far rientrare il suo atto in casi di violazione della pace, minaccia della pace o aggressione.

Il Consiglio ha tuttavia un potere molto criticato dalla dottrina di diritto internazionale, ovvero la possibilità di richiedere alla Camera Preliminare di bloccare le indagini del Procuratore per un anno qualora queste rientrino in un quadro complessivo sotto esame nello stesso Consiglio. La sospensione deve essere effettuata con un parere quantomeno non contrario all’unanimità dei membri permanenti del Consiglio, quorum che non si potrà raggiungere nel caso dell’Ucraina.

Se l’OTP inizia un’indagine motu proprio deve raccogliere un numero sufficiente di dati da presentare alla Pre-Trial Chamber per la richiesta di autorizzazione a procedere; in caso di parere affermativo della Camera preliminare l’OTP può iniziare le indagini e presentarsi nuovamente alla Camera Preliminare per la disamina degli elementi accusatori; la Camera Preliminare deciderà quindi se gli elementi ricadono o meno nella giurisdizione della CPI. A quel punto l’OTP deve fornire al Consiglio di difesa elementi sufficienti per preparare un’adeguata azione difensiva volta a garantire un equo processo e il principio di presunzione di innocenza. Il Cancelliere è preposto a controllare e a facilitare un corretto passaggio di informazioni tra accusa e difesa, nonché a vigilare per il rispetto dei principi fondamentali del giusto processo. Nel caso dell’Ucraina il procedimento è stato avviato da vari attori, in prevalenza referral di Stati che hanno firmato il Trattato originario. Infatti, deve rilevarsi che la Corte penale internazionale ha aperto l’indagine sull’invasione dell’Ucraina anche su richiesta di 39 Stati membri.[32]

L’origine della Corte deve farsi risalire alla conclusione della seconda guerra mondiale quando vennero creati dei tribunali militari internazionali. Il primo fu chiamato a giudicare il Processo di Norimberga, dal nome della città tedesca in cui si svolse, contro i criminali di guerra nazisti responsabili dell’Olocausto: tra i principali imputati figuravano Hermann Goring, Joachim von Ribbentrop, Martin Bormann e Rudolf Hesse. Un procedimento analogo fu il processo di Tokyo contro personalità dell’impero giapponese accusate di avere commesso crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel corso del secondo conflitto mondiale. Da quelle esperienze nacque una campagna per la formazione di un tribunale internazionale permanente incaricato di indagare e perseguire questo genere di crimini.

I due più noti precedenti della Corte sono stati il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia e quello per il Ruanda. Il primo è stato un organo giudiziario delle Nazioni Unite, con sede all’Aia, a cui fu affidato il compito di perseguire i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia durante la guerra dal 1991 agli anni seguenti. Gli imputati di maggior rilievo furono Slobodan Milosevic, presidente della Serbia, accusato di crimini di guerra in Croazia, Kosovo e Bosnia, morto d’infarto in carcere nel 2006 prima che si concludesse il procedimento a suo carico; Radovan Karadzic, presidente della repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1996, catturato nel 2008, estradato all’Aia e condannato all’ergastolo nel 2019; Ratko Mladic, comandante militare delle forze serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia, arrestato nel 2011, estradato all’Aia e condannato all’ergastolo nel 2017. Invece, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda è stato istituito in Tanzania nel 1994 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giudicare i responsabili del genocidio ruandese e di altre gravi violazioni dei diritti umani. Tale organismo ha processato e condannato una trentina di imputati fra leader politici e militari coinvolti nella guerra.

I casi più noti su cui ha indagato o indaga la Corte Penale Internazionale sono da rinvenirsi nella guerra in Afghanistan 2001-2021 e crimini connessi a Filippine, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Uganda, Kenya, Sudan Darfur, Libia, Burundi e Venezuela.

Per quanto concerne il conflitto in Ucraina, “Ci sono ragionevoli basi per credere che crimini di guerra o contro l’umanità siano stati commessi durante l’invasione russa dell’Ucraina e per aprire un’indagine”, ha affermato il giudice Khan. Il magistrato ha aggiunto che, vista la continua espansione del conflitto, la sua inchiesta includerà ogni nuovo crimine commesso in Ucraina che rientra nella giurisdizione della Corte e che chiederà il sostegno della comunità internazionale, compresa la concessione di fondi addizionali, contributi volontari e invio di personale per il suo staff.

E’ verosimile che ci vorrà molto tempo, forse anni, prima di giungere a una sentenza, anche se alcuni autori affermano che la Corte potrebbe prendere prossimamente una decisione con “misure cautelari” volte a fermare l’invasione russa.

Tuttavia, si deve tenere conto che né la Russia né l’Ucraina sono membri della Corte penale internazionale. L’Ucraina ha accettato però la sua giurisdizione dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014. La corte può perseguire persone singole per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2017, la CIPI ha introdotto il crimine di aggressione, ma un’azione penale può essere promossa solo a condizioni restrittive. Può perseguire questo crimine solo se entrambi gli Stati interessati sono membri o in caso di rinvio da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU, in cui la Russia ha diritto di veto. In sintesi, la CPI può perseguire i leader russi solo per gli altri crimini.

Inoltre, i crimini di guerra sono molto più difficili da dimostrare in quanto bisogna provare un legame diretto tra l’individuo e l’uccisione di civili. In questa guerra sarà ancora più difficile visto che il governo ucraino ha invitato, tra l’altro, la popolazione a produrre esplosivi fatti in casa. E se un civile lancia una bomba Molotov contro un soldato russo, quest’ultimo ha il diritto di difendersi poiché la persona è un obiettivo legittimo secondo il diritto internazionale umanitario (DIU). Inoltre, anche l’Ucraina ha violato proprio il DIU facendo sfilare i prigionieri russi o ferendoli alle gambe, come risulta da alcuni filmati messi in rete.

E’ ormai certo che la CPI ha già inviato i primi investigatori nella regione, anche se non è chiaro se si trovino nel Paese in conflitto o negli Stati limitrofi, come la Polonia dove si sono rifugiati i profughi ucraini.

In teoria, non si può escludere la possibilità che la CPI emetta un mandato di arresto per Putin, come sostenuto anche dall’ex Procuratore per i crimini di guerra Carla Del Ponte. Taluni autori ritengono, invece, che il presidente russo goda dell’immunità diplomatica e che la CPI non può emettere una richiesta di arresto agli Stati membri. La CPI non ha forze di polizia e per questo motivo deve affidarsi agli Stati membri. E quindi Putin potrebbe essere chiamato in giudizio solo se costretto a dimettersi o se lascerà la presidenza russa.

Nel caso in esame è presumibile ritenere che il procedimento si concluderà con la condanna di esponenti del governo russo, forse quando Putin non sarà più al potere. Le conseguenze non saranno di poco conto, in quanto oltre l’aspetto politico particolarmente rilevante, i soggetti condannati non potranno recarsi negli Stati aderenti alla CPI per non correre il rischio di essere arrestati.

Il comportamento dei dittatori non curanti dei più elementari principi di umanità e del rispetto della vita umana, quindi, non solo subirà il giudizio inappellabile della Storia, ma potrà avere anche un giudizio esemplare dal punto di vista giuridico, come avvenuto nel processo di Norimberga e come potrebbe avvenire per l’attuale aggressione dell’Ucraina.

 


Note

[1] T.E. Frosini, Diritto pubblico comparato, Le democrazie stabilizzate, Il Mulino, 2019, p.113.

[2] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica 1917-1927, vol. 1, L’Unità, 1990 [1976], p. 48-50.

[3] A. S. Orlov, V. A. Georgiev, N. G. Georgieva, T. A. Sivochina, Istorija Rossii: učebnik, 4ª edizione, Mosca, Prospekt, 2014, p. 333.

[4] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica 1917-1927 cit. p.59.

[5] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica 1917-1927 cit. pp. 58-60.

[6] John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, traduzione di Barbara Gambaccini, Marina di Massa, Edizioni Clandestine, 2011, p.145.

[7]  A. S. Orlov, V. A. Georgiev, N. G. Georgieva, T. A. Sivochina, Istorija Rossii: učebnik, 4ª edizione, Mosca, Prospekt, 2014, pp. 336-337.

[8]  Sergej Melgunov, Il Terrore Rosso 1918-1923, Jaca Book, 2010.

[9] N. Bucharin, Sulla teoria della rivoluzione permanente, in AA.VV. La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un paese solo Editori Riuniti, Roma, 1970.

[10] J. Ellenstein, Histoire de l’URSS, Parigi, Editions Sociales 1973, t. II, pp. 170 e segg. e 224 e segg.

[11] A. Glucksmann, La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento, Milano, L’erba voglio, 1977.

[12] M. Voslensky, La nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica, Longanesi, Milano, 1980.

[13] G. Morbidelli, L. Pegoraro, A. Rinella, M. Volpi, Diritto pubblico comparato, Giappichelli editore, 2016, p. 275.

[14] William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1963, p. 573

[15]  Winston Churchill, The second World War, London, Cassel & Company Ltd, 1964: vol. 6 (War comes to America), pp. 84-89; ibidem, vol. 8 (Victory in Africa), pp. 312-313; ibidem, vol. 12 (Triumph and Tragedy), pp. 191-192.

[16] Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989, p. 818

[17] Alessandro Marescotti, Le basi dei missili nucleari Jupiter in Puglia e Basilicata, su peacelink.it, 22 dicembre 2019.

[18]  Ezio Mauro, ‘L’economia sovietica è in pezzi’, su ricerca.repubblica.it, La Repubblica, 31 maggio 1989.

[19] G. Morbidelli, L. Pegoraro, A. Rinella, M. Volpi, Diritto pubblico comparato, cit. p. 279.

[20]  Mosca adotta la dottrina ‘Frank Sinatra’, su ricerca.repubblica.it, La Repubblica, 8 settembre 1989.

[21]  Philip Taubman, Gorbachev Says Ethnic Unrest Could Destroy Restructuring Effort, in The New York Times, 28 novembre 1988.

[22] Zbigniew Brzezinski e Paige Sullivan, Russia and the Commonwealth of Independent States: Documents, Data, and Analysis, M.E. Sharpe, 1997

[23] La Russia e l’ex Unione Sovietica, in accademiageograficamondiale.com.

[24] F. Russo, Ucraina attaccata su tre fronti: ecco come si è svolta l’invasione russa, in AGI del 24 febbraio 2022.

[25] P. Gentilucci, La crisi ucraina nel contesto internazionale ed europeo, in Diritto.it del 4 marzo 2022.

[26] N. Locatelli, L’astensione di Pechino al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro l’invasione russa non è un’ottima notizia per Mosca, in Limes del 26 febbraio 2022.

[27] G. Morbidelli, L. Pegoraro, A. Rinella, M. Volpi, Diritto pubblico comparato, cit. p. 281.

[28] E. Franceschini, La Corte Penale Internazionale e i crimini di guerra di Putin: ecco come funziona, in La Repubblica del 1° marzo 2022.

[29] Valentina, Andreini, Il principio di legalità nello statuto della corte penale internazionale, in Rivista penale, 2004.

[30] Bogdan, Attila, The United States And The International Criminal Court: Avoiding Jurisdiction Through Bilateral Agreements, in Reliance On Article 98.” International Criminal Law Review 8.1/2 (2008): 1-54.

[31] F. Benvenuto, Sulla centralità del procedimento di riparazione in favore delle vittime nel sistema della Corte penale internazionale: la sentenza della Camera d’Appello del 3 marzo 2015, Società editrice il Mulino, 2015.

[32] J. Crawford, I leader russi verranno messi alla sbarra per i crimini di guerra commessi in Ucraina?,  in Swissinfo,ch del 14 marzo 2022.

 

Prof. Paolo Gentilucci

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