La crisi ucraina nel contesto internazionale ed europeo

di Paolo Gentilucci, Prof.
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La vicenda dell’Ucraina si è imposta in tutta la sua drammaticità nel contesto internazionale e produrrà senz’altro per molto tempo conseguenze devastanti nei rapporti internazionali ed in quelli economici tra gli Stati. Il rafforzamento del blocco Russia – Cina ed il deterioramento dei rapporti nei confronti del mondo occidentale potranno dar luogo ad effetti allo stato non prevedibili e che difficilmente potranno essere sanati nell’ambito degli attuali organismi internazionali, con il possibile verificarsi di un conflitto nucleare.

Indice:

  1. Cenni sulla storia recente dell’Ucraina
  2. La vicenda dell’invasione russa e la violazione del diritto internazionale
  3. L’Ordinamento dell’Unione Europea e il possibile allargamento ad est
  4. L’Ordinamento della NATO ed il suo  ampliamento ad est
  5. L’arma a doppio taglio delle sanzioni contro la Russia
  6. Conclusioni

1. Cenni sulla storia recente dell’Ucraina

Per poter cercare di comprendere le vicende odierne della crisi ucraina bisogna quantomeno risalire alla Rivoluzione russa del 1917 ed al periodo sovietico.

Infatti, tra il 1917 e il 1922, in seguito alla Rivoluzione Russa, vi fu un lungo periodo di guerra civile e di anarchia con continui cambi di fazioni al potere; questo periodo fu caratterizzato dall’esistenza di più entità statali separate: nei territori austroungarici di lingua ucraina fu proclamata la Repubblica Nazionale dell’Ucraina Occidentale, mentre nell’area appartenuta all’Impero Russo si scontrarono la Repubblica popolare ucraina con capitale Kiev e la Repubblica socialista sovietica ucraina con capitale Charkov. La Repubblica Popolare di Kiev fu riconosciuta dall’Impero Germanico, che ne impose il riconoscimento ai Bolscevichi nel trattato di Brest-Litovsk. Dal 1918 divenne un centro dell’Armata Bianca.[1]


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Ponendo termine ad un periodo di aspre lotte, la Pace di Riga assegnò la Galizia e la Volinia alla Polonia, i sovietici ottennero il resto del paese e nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Quanto ai territori di lingua rutena dell’Impero Austro-ungarico, dopo l’esperienza effimera delle repubbliche indipendenti (Repubblica di Lemko-Rusyn, Repubblica huzula), gli stessi furono divisi fra Polonia, (attuali Oblast’ di Leopoli, Volinia, Rovno, Ivano-Frankivs’k, e Tarnopol), Cecoslovacchia (Oblast’ di Transcarpazia) e Romania (l’odierno Oblast’ di Černivci). Questi territori furono assegnati all’Ucraina (e quindi all’Unione Sovietica) solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Fra il 1929 ed il 1933 la collettivizzazione forzata della terra provocò la morte per fame di milioni di persone: si tratta dello Holodomor, ricordato come il genocidio ucraino.[2]

Fra il 1941 ed il 1944 l’Ucraina fu occupata dalle forze dell’Asse nell’ambito della campagna di Russia. Oltre 30.000 ucraini si arruolarono nelle Waffen-SS in funzione antibolscevica e antirussa. In questo contesto si inserì anche l’attività nazionalista ed indipendentista dell’Esercito Insurrezionale Ucraino contro l’Armata Rossa.

Nel 1954, per celebrare “i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia” (fatti coincidere con la pace di Perejaslav), l’U.R.S.S. decise di annettere la Crimea all’Ucraina, togliendola alla Federazione Russa, durante la presidenza di Nikita Sergeevič Chruščëv.

Nel periodo sovietico ebbe grande sviluppo industriale il bacino carbonifero del Donbass e ciò spostò l’equilibrio economico dell’Ucraina a favore delle aree più orientali e russofone.[3]

Il 26 aprile 1986 ebbe luogo il disastro di Černobyl’, che ebbe conseguenze devastanti in termini di morti, malati, menomati, sfollati, nonché in termini di danni economici.

Il 16 luglio 1990, durante la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il nuovo Parlamento adottò la Dichiarazione di sovranità dell’Ucraina.[4] La dichiarazione stabilì i principi di autodeterminazione dell’Ucraina, la democrazia, l’economia politica e l’indipendenza, la priorità della legge ucraina sul territorio ucraino rispetto al diritto sovietico. Un mese prima, una simile dichiarazione fu adottata dal Parlamento della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Iniziò un periodo di confronto fra il Soviet centrale e le nuove autorità repubblicane. Dopo il fallito golpe di agosto, il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino adottò l’Atto d’indipendenza dell’Ucraina attraverso il quale il Parlamento dichiarò l’Ucraina uno Stato indipendente e democratico.[5]

Un referendum e la prima elezione presidenziale ebbero luogo il 1º dicembre 1991. Quel giorno, più del 90% dell’elettorato espresse il proprio consenso all’Atto d’Indipendenza, e venne eletto come presidente del Parlamento Leonid Kravčuk. Con un meeting l’8 dicembre a Brest, in Bielorussia, seguito dall’incontro di Alma Ata del 21 dicembre, i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Unione Sovietica e formarono la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI).

I rapporti con la Russia furono inizialmente molto tesi, in quanto restavano da risolvere la questione degli armamenti nucleari sul territorio ucraino e il controllo della flotta del Mar Nero ancorata a Sebastopoli.

L’economia del paese conobbe un periodo di crisi dovuto alla mancanza di riserve energetiche, si ebbero tassi elevatissimi di inflazione e le tensioni interne aumentarono. Kravčuk fu sconfitto nel 1994 da Leonid Kučma, riformatore filo-russo rieletto poi nel 1999. Già alla fine degli anni Novanta i rapporti fra Ucraina e NATO furono causa di nuove tensioni con la Russia.

Nel 2000 venne formato un governo riformista con a capo Viktor Juščenko. Nell’aprile 2001 la maggioranza parlamentare si dissolse e il Primo ministro Viktor Juščenko venne destituito, dando inizio a un periodo di instabilità. Dopo il breve mandato di Anatolij Kinakh, dal 21 novembre 2002 fu nominato primo ministro Viktor Janukovyč.

I risultati delle elezioni presidenziali dell’ottobre/novembre 2004, dopo proteste popolari per sospetti di brogli a favore del primo ministro Janukovyč (sostenuto dal presidente uscente moderato Kučma) e la cosiddetta “Rivoluzione arancione” da parte dei sostenitori di Juščenko, vennero sospesi dalla Corte Suprema.

Le elezioni si ripeterono il 26 dicembre 2004 e il nuovo presidente risultò Viktor Juščenko, entrato in carica il 23 gennaio 2005. Tale rivoluzione vide il forte sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione europea, che salutarono con favore la caduta di un’altra autocrazia post-sovietica.

Con l’ascesa al potere di Juščenko ed il conseguente spostamento politico dell’Ucraina verso l’Unione europea, Gazprom iniziò a tariffare il gas all’Ucraina al prezzo di 230 dollari per 1000 m³, aumentando considerevolmente la precedente tariffa di 50 dollari, da sempre un prezzo di favore della Russia verso l’Ucraina.

In seguito alle elezioni tenutesi il 26 marzo 2006 e vinte dal Partito delle Regioni di Janukovyč col 32,14% dei voti, la “coalizione arancione” presieduta da Juščenko uscì notevolmente ridimensionata, anche a causa del voltafaccia di una parte della coalizione, il Partito Socialista. Janukovyč, eletto primo ministro, riuscì poi a modificare la costituzione per via parlamentare riducendo i poteri del presidente. Ciò spinse Juščenko, il 2 aprile 2007, a firmare un decreto per sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni legislative; il decreto venne bocciato in parlamento, fra le proteste del premier Janukovyč e dei suoi sostenitori nelle piazze.

Il 30 settembre 2007 la crisi sfociò in elezioni parlamentari anticipate, frutto di un accordo tra Juščenko, Janukovič ed il presidente del parlamento, Oleksandr Moroz. L’esito fu controverso: se il Partito delle Regioni di Janukovič si riconfermò come primo partito, la coalizione tra il Blocco Elettorale di Julija Tymošenko e il Blocco Nostra Ucraina-Autodifesa Popolare di Juščenko ottenne la maggioranza dei seggi. Julija Tymošenko fu pertanto nominata Primo ministro il 18 dicembre 2007.

Nel 2008 si verificò un’altra crisi politica, causata dalle reazioni alla guerra in Ossezia del Sud; il presidente Viktor Juščenko sciolse, dopo circa un anno dalle precedenti elezioni, la Verchovna Rada (il parlamento monocamerale ucraino) e indisse nuove elezioni, poi annullate a causa della formazione di una nuova coalizione di governo, sempre guidata da Julija Tymošenko. Le sempre maggiori tensioni innescate dalla Russia sulla comunità russofona dell’Est dell’Ucraina e fatti gravi quali l’avvelenamento del premier Viktor Juščenko rimasto sfigurato, con tutta una serie di attacchi personali alla coalizione, segneranno la fine dell’esperienza arancione.

Nel 2010 alle elezioni presidenziali fu eletto Presidente della Repubblica Viktor Janukovyč, che sconfisse Julija Tymošenko di stretta misura. Nel 2011 la Tymosenko venne coinvolta in un procedimento penale per malversazione di fondi pubblici, con l’accusa di aver siglato con la compagnia russa Gazprom un contratto per la fornitura di gas naturale giudicato inutilmente oneroso per il paese. Il 29 agosto 2012 la Corte Suprema dell’Ucraina nell’ultimo grado di giudizio ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per abuso d’ufficio. A favore dell’ex Primo Ministro ucraino è intervenuta la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che il 29 aprile 2013 ha decretato “illegale” la detenzione di Tymošenko.[6]

Nonostante l’Ucraina sia rimasta, come altri paesi compresi in passato nell’Unione Sovietica, in parte dipendente dalla Russia, ha ultimamente manifestato un distacco da quest’ultima con il verificarsi nel paese di rivolte sempre più numerose di stampo filo-occidentale e scontri fra manifestanti e la polizia speciale Berkut istituita nell’era Janukovyč, che hanno portato il 22 febbraio 2014 alla fuga del presidente filo-russo. Quest’evento ha contribuito ad allargare la tensione fra i due paesi con ripercussioni sul lato economico, nonché politico: la Russia ha aumentato notevolmente il costo del gas che prima veniva fornito all’Ucraina ad un prezzo amichevole, e le relazioni diplomatiche tra i due paesi si sono inasprite considerevolmente.

Nel corso del 2013 iniziarono forti proteste pro-europee contro il presidente Janukovyč, politicamente filo-russo, che esplosero in novembre quando il governo sospese un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea. Tali proteste sfociarono nel corso di gennaio e febbraio 2014 in feroci e violenti scontri con feriti e morti, culminati con stragi nei giorni 18,19 e 20 febbraio. Prima dell’alba del 22 febbraio il presidente Janukovyč scappò via da Kiev, ed il 22 mattina si dimise il Presidente del Parlamento Volodymyr Rybak, un fedelissimo di Janukovyč. Immediatamente il Parlamento si riunì in seduta plenaria, e fu eletto Oleksandr Turčynov quale nuovo Presidente, ricoprendo da subito anche la carica di premier ad interim.  Nella stessa giornata avvenne la scarcerazione di Julija Tymošenko. Dopo qualche giorno, fu formato anche il nuovo governo dell’Ucraina, con Arsenij Jacenjuk come Primo Ministro.

Il governo Jacenjuk ha gestito le successive elezioni presidenziali che, tra il 25 maggio 2014 (1º turno) ed il 15 giugno (2º turno), hanno portato Petro Porošenko a divenire il nuovo presidente dell’Ucraina.

Il 27 giugno 2014 il presidente ucraino Petro Porošenko a Bruxelles ha firmato l’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea.[7]

Successivamente, nell’ottobre del 2014 si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno aumentato i consensi (43,96%) per i due partiti coalizzati di Poroshenko e Jacenjuk (132 + 82 seggi dei 450 totali).

In seguito, manifestazioni filorusse si tennero in Crimea il 22 e 23 febbraio 2014. Il 26 febbraio militari russi senza insegne (come ammesso in seguito) presero il controllo della penisola di Crimea, e il giorno successivo occuparono le istituzioni politiche (parlamento e governo locale) e installarono come nuovo leader locale il filo-russo Sergej Aksënov, il quale annunciò l’intenzione di indire un referendum per una maggiore autonomia da Kiev. Nel frattempo, in tutta la penisola le bandiere ucraine venivano sostituite da quelle russe. Il 28 febbraio l’ex presidente Janukovyč, dalla città russa di Rostov, invitò Putin a “ristabilire l’ordine” in Ucraina – pur specificando che un intervento militare sarebbe stato “inaccettabile”. Lo stesso fece Aksënov. Il 1º marzo le due camere della Duma russa autorizzavano il presidente Putin ad utilizzare le truppe russe in Crimea.

La nuova leadership filorussa in Crimea dichiarò unilateralmente l’indipendenza l’11 marzo 2014[8] ed organizzò un referendum sull’autodeterminazione il 16 marzo, a seguito del quale la penisola venne annessa alla Russia tramite un trattato firmato due giorni dopo.

Il governo ucraino dichiarò sciolto il parlamento regionale il 16 marzo 2014,[9] e dal 20 marzo viene considerato dall’Ucraina “territorio temporaneamente occupato dalla Federazione Russa”.[10]

Il 27 marzo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione non vincolante che dichiarò il referendum della Crimea appoggiato da Mosca non valido. La risoluzione venne approvata con 100 voti a favore, 11 contrari e 58 astensioni tra le 193 nazioni membri ONU.

Con l’aumentare del malcontento tra le popolazioni dell’est dell’Ucraina, anche a causa di una crescente crisi economica e la sempre maggiore instabilità politica all’interno del paese, la popolazione ribelle dell’est, appoggiata politicamente e militarmente dalla Russia (definiti omini verdi), si è detta contraria al nuovo governo di Kiev e in segno di protesta ha occupato diversi edifici governativi, militari e non, in particolare nelle zone del Donbass e dintorni. In Ucraina dell’est si è dunque andata creando una vera e propria invasione del territorio da parte di ribelli paramilitari e militari di stampo russofono, aiutati da volontari e militari russi.

Il 7 aprile 2014 anche l’Oblast’ di Donec’k ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dall’Ucraina in seguito a un referendum e pochi giorni dopo l’autonominato presidente della Repubblica Popolare di Donetsk Pavel Gubarev ha sancito la futura annessione alla Russia.

La crisi ucraina ha avuto conseguenze anche fuori dal paese inasprendo le relazioni tra Russia e Occidente, in particolare gli Stati Uniti, i quali si sono scambiati accuse a vicenda sul lato politico: se da un lato l’Occidente ha accusato la Russia di appoggiare in ambito militare i ribelli dell’est dell’Ucraina contribuendo a fomentare le rivolte, la Russia ribadisce le violazioni da parte di quello che definisce come illegittimo governo di Kiev nel sopprimere le rivolte con la violenza, non curandosi dei diritti umani e bombardando i civili nella parte russofona del paese senza fare nulla per distendere la tensione. Da parte sua, la Russia ha intensificato lo schieramento di truppe militari al confine con l’Ucraina, fatto che è stato denunciato più volte dalla NATO come atto d’aggressione.

Infine, in data 20 maggio 2019, Volodymyr Zelens’kyj, è stato eletto presidente della repubblica semipresidenziale dell’Ucraina con il 73,22% dei voti.


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2. La vicenda dell’invasione russa e la violazione del diritto internazionale

In questo clima altamente conflittuale si inserisce la vicenda dell’invasione russa iniziata alle 4 del mattino del 24 febbraio 2022 annunciata dal presidente russo, Vladimir Putin, come una “operazione militare speciale” per “demilitarizzare” e “denazificare” la nazione confinante. L’attacco di Mosca si sta svolgendo su tre fronti, da Sud, Nord ed Est.[11]

L’offensiva è iniziata con un’ondata di missili da crociera, colpi d’artiglieria e bombardamenti aerei ed esplosioni sono state udite in numerose città ucraine: da Odessa alla capitale Kiev, da Kharkiv a Dnipro. A Mariupol, parte del territorio del Donbass ancora controllato da Kiev, l’invasione di terra è stata completata.

Putin ha affermato che non intende occupare il territorio del Paese e, a tre ore dall’inizio dell’attacco, il ministero della Difesa russo ha affermato di aver “neutralizzato” le difese aeree ucraine. La maggior parte dei bombardamenti in un primo momento si sono concentrati nell’Est, dove si trovano le aree controllate dai separatisti, i quali, un paio d’ore dopo l’inizio dei bombardamenti russi, hanno attaccato le posizioni dell’esercito ucraino ai confini delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk. Successivamente hanno interessato l’intero Paese.

Sono stati, però, riportati attacchi aerei anche a Ovest, su Lutsk, Kherson e Ivano-Frankivsk, vicino al confine polacco. Lo spazio aereo è stato chiuso nel Nord Est ed è stato sospeso tutto il traffico aereo civile all’interno del Paese. Secondo quanto riferito da fonti ucraine, le truppe russe sono entrate nel Paese da tre direzioni: a Nord dall’avamposto di frontiera di Senkivka, ovvero dalla Bielorussia; a Est, in direzione di Kharkiv; a Sud, dalla Crimea.

Il presidente ucraino, Voldymyr Zelensky, ha dichiarato la legge marziale, offerto un’arma a qualsiasi cittadino la richieda. Il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha assicurato che “l’esercito sta infliggendo perdite significative al nemico”. L’esercito ucraino ha affermato di aver ucciso migliaia di militari russi e di aver abbattuto diversi mezzi aerei, tra cui tre elicotteri che stavano attaccando Gostomel.

L’esercito russo sostiene invece che le forze schierate da Kiev alla frontiera non hanno opposto resistenza. Le forze di Kiev, nonostante gli aiuti occidentali, soffrono però di una forte sproporzione numerica di fronte al nemico. Mosca ha circondato il Nord e l’Est dell’Ucraina con circa 190 mila truppe, 30 mila delle quali in Bielorussia, ha ammassato le sue forze navali nel Mar Nero e ha chiuso il Mare d’Azov alla navigazione. Ultimamente sono intervenuti nel conflitto 64 km di mezzi corazzati russi.

In totale la Russia può contare su 900 mila effettivi, due milioni di riservisti e mezzo milione di militari impiegati in altre forze. L’Ucraina ha invece un esercito di terra di 145 mila effettivi, più 45 mila nell’aeronautica e altri 11 mila nella marina. I riservisti sono 900 mila, ai quali si aggiungono altri 100 mila impiegati in altre forze. Il divario è ancora più largo in termini di armamenti.

Mosca, inoltre, ha 16 mila veicoli corazzati da combattimento, carri armati inclusi, contro i 3.300 dell’Ucraina. Le dotazioni di artiglieria mostrano una sproporzione analoga, mentre l’aeronautica ucraina è un decimo di quella russa. Dopo l’annessione russa della Crimea, l’Ucraina ha ricevuto armi per 2,5 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e istruttori americani hanno formato i militari ucraini per l’utilizzo del materiale bellico fornito da Washington: armamenti leggeri, navi da pattugliamento e missili anticarro Javelin.

Le forze armate russe hanno però, a loro volta, attraversato una decisa riforma dopo la performance nella guerra con la Georgia del 2008, giudicata poco brillante. A ciò ha contribuito il banco di prova della Siria, dove i comandanti russi, a fianco del presidente Bashar al-Assad, hanno combattuto jihadisti e ribelli riconquistando buona parte del territorio che Damasco aveva perduto.

Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS) del 26 febbraio 2022 che ha “deplorato nella maniera più assoluta” l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto il voto favorevole di 11 dei 15 membri del Consiglio, ma non è stata approvata a causa del veto della Russia (presidente di turno, oltre che membro permanente del CdS). Tuttavia, l’astensione di Pechino al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro l’invasione russa non si può considerare una notizia positiva per Mosca.[12] La bozza di risoluzione era stata presentata da Stati Uniti e Albania.

La diplomazia statunitense è riuscita a convincere la Cina attenuando il testo della risoluzione. La bozza circolata nelle ore precedenti il voto era infatti diversa da quello poi votata che è stato ammorbidito nei toni proprio per catalizzare il consenso.[13]

La risoluzione riafferma la sovranità dell’Ucraina e chiede alla Russia di “cessare immediatamente l’uso della forza” contro il Paese.

Ma la parola ‘condanna’ è stata sostituita da ‘deplora’ ed è stato anche cancellato un riferimento al capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che consente ai membri di intraprendere un’azione militare per ristabilire la pace.

Infatti, lo Statuto (o Carta) delle Nazioni Unite è l’accordo istitutivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). È un trattato e quindi, secondo le normative di diritto internazionale, è vincolante per tutti gli Stati che lo hanno ratificato. Tuttavia, quasi tutti i paesi del mondo hanno ormai aderito all’ONU, per cui la sua validità è pressoché universale.

Il trattato fu firmato a San Francisco il 26 giugno 1945 da 50 dei 51 paesi membri (la Polonia, non presente alla conferenza, ha firmato ad ottobre del 1945) a conclusione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale. Entrò in vigore il 24 ottobre 1945, dopo la ratifica da parte dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti) e della maggioranza degli altri Stati firmatari.

Nella Carta bisogna distinguere le disposizioni relative all’uso della forza, che riguardano gli Stati individualmente considerati, da quelle relative al sistema di sicurezza collettiva che fa capo al Consiglio di sicurezza.

Al primo gruppo appartengono le disposizioni che stabiliscono un divieto generale di usare la forza nelle relazioni internazionali e le relative eccezioni. Il divieto è stabilito dall’art. 2, par. 4, mentre le eccezioni hanno per oggetto la legittima difesa individuale e collettiva (art. 51), e le azioni contro Stati ex nemici, di cui all’art. 107 della Carta.

La Carta dell’ONU stabilisce infatti all’articolo 2, paragrafo 3 che “i membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia non siano messe in pericolo” e all’articolo 2, paragrafo 4 che “i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica. di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

Il sistema di sicurezza collettiva, di cui al Capitolo VII della Carta, fa perno sugli artt. 39 e ss., incluso il ricorso alla forza esercitato direttamente dal Consiglio di sicurezza (art. 42). Questa categoria di azioni coercitive presuppone, però, l’operatività di alcune disposizioni che non hanno mai trovato attuazione. A ciò si aggiungono alcune disposizioni del Capitolo VIII, relative alle azioni coercitive intraprese dalle organizzazioni regionali o in virtù di accordi regionali, azioni devono essere autorizzate dal Consiglio di sicurezza.

Lo Statuto afferma principi di base del diritto internazionale quali il rispetto reciproco tra Stati, l’integrità territoriale, la sovranità degli altri paesi, la non ingerenza negli affari interni altrui.

Non vi è dubbio, quindi, che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia abbia costituito un evidente violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Una conferma di queste conclusioni si è avuta con la risoluzione in data 2 marzo 2022 con la quale l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha chiesto alla Russia di fermare la guerra in Ucraina. I voti a favore sono stati 141, 5 i contrari, 35 astensioni. Si tratta della prima sessione d’emergenza dell’Assemblea dal 1997.

Per essere adottata, la mozione doveva essere approvata dai due terzi dei Paesi membri. L’esito è stato superiore a quella di una analoga mozione di condanna della Russia per l’annessione (incruenta) della Crimea nel 2014, che, come detto, aveva ricevuto 100 sì, 11 no e 58 astensioni.

Le risoluzioni dell’Assemblea non sono legalmente vincolanti, ma hanno un peso politico rilevante.

La risoluzione ha deplorato “l’aggressione” della Russia contro l’Ucraina “nei termini più forti” e ha chiesto un ritiro immediato e completo di tutte le forze di Mosca.

Sono stati solo cinque i voti contrari all’Assemblea generale delle Nazioni unite alla risoluzione di condanna dell’operazione militare russa in Ucraina. Oltre alla Federazione russa, hanno votato contro Corea del Nord, Siria, Bielorussia ed Eritrea.

Tra i 35 Paesi che si sono astenuti ci sono tra gli altri l’Algeria, la Bolivia, la Cina, Cuba, l’India, Iran e Iraq, Nicaragua, Sudafrica e poi Tagikistan, Kirgizistan e  Kazakistan.[14]

3.L’Ordinamento dell’Unione Europea e il possibile allargamento ad est

Prima di parlare dell’ordinamento dell’Unione Europea, un cenno meritano le organizzazioni euro atlantiche. Queste sono sorte dal patto di alleanza concluso dopo la seconda guerra mondiale tra gli Stati Uniti d’America e l’Europa. Non è pertanto un caso se la prima organizzazione del dopoguerra, vale a dire l’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Organisation européenne de coopération économique, OECE), fondata nel 1948, venne creata su iniziativa degli Stati Uniti. Nel 1947 George Marshall, allora ministro statunitense degli Affari esteri, sollecitava gli Stati europei a unire i loro sforzi nell’opera di ricostruzione economica. Allo scopo prometteva loro il sostegno degli Stati Uniti, sostegno che si concretizzò nel cosiddetto “Piano Marshall”, che gettò le basi di una ricostruzione rapida dell’Europa occidentale. La missione iniziale dell’OECE consisteva essenzialmente nel liberalizzare gli scambi tra gli Stati. Nel 1960 i membri dell’OECE, cui si aggiunsero anche Canada e Stati Uniti, decisero di estendere il campo di azione anche al terzo mondo tramite gli aiuti allo sviluppo. L’OECE diventava quindi l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che oggi conta oltre 35 membri.

Alla creazione dell’OECE fece seguito, nel 1949, quella della NATO, sotto forma di patto militare con il Canada e gli Stati Uniti. La NATO ha come scopo la difesa e l’assistenza collettiva. È stata concepita nell’ambito di una cintura di sicurezza globale progettata per frenare l’influenza dell’Unione Sovietica. Dopo la caduta della “cortina di ferro” nel 1989 e il successivo crollo dell’Unione Sovietica, la NATO è diventata sempre più un’organizzazione per la gestione delle crisi e la promozione della stabilità. Essa comprende 30 Stati e di essa si parlerà più diffusamente in seguito.

Un altro gruppo di organizzazioni europee è caratterizzata dal fatto di consentire a quanti più Stati possibile di cooperarvi. Peraltro, è stato deliberatamente convenuto che la cooperazione tra tali organizzazioni non andasse di là della tradizionale cooperazione interstatale.[15]

Queste organizzazioni includono il Consiglio d’Europa, fondato il 5 maggio 1949 come organizzazione politica, che comprende attualmente 47 membri, inclusi tutti gli attuali Stati membri dell’UE. Nello statuto del Consiglio d’Europa non vi è alcuna indicazione circa la volontà di creare una federazione o un’unione, né circa un eventuale trasferimento o esercizio in comune di elementi della sovranità nazionale. Il Consiglio d’Europa prende le sue decisioni su ogni questione essenziale all’unanimità. Ciascuno Stato può pertanto opporre il veto all’adozione di una decisione. Nella sua concezione, il Consiglio d’Europa resta pertanto un organismo di cooperazione internazionale.

A tale gruppo appartiene anche lOrganizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), istituita nel 1994 in seguito alla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE). L’OSCE, attualmente composta da 57 paesi, è vincolata ai principi e agli obiettivi definiti dall’Atto di Helsinki del 1975 e dalla Carta di Parigi del 1990. Tra tali obiettivi figura, oltre alla promozione di misure intese a creare un clima di fiducia tra gli Stati membri, anche la realizzazione di una «rete di sicurezza» destinata ad appianare eventuali conflitti con mezzi pacifici.

L’Unione europea (UE), che costituisce il terzo gruppo di organizzazioni a livello europeo, si distingue dalle associazioni internazionali tradizionali di Stati per una novità fondamentale: essa riunisce, infatti, Stati membri che hanno rinunciato a una parte della loro sovranità a favore dell’UE e hanno conferito a quest’ultima poteri che le sono propri, indipendenti dagli Stati membri. Nell’esercizio di tali poteri, l’UE è in grado di emanare atti giuridici europei di efficacia pari agli atti sovrani nazionali.

Importanza fondamentale per rafforzare la legittimazione democratica e, in generale, per migliorare l’efficacia dell’azione dell’UE, assume il trattato di riforma, che ha preso il nome di trattato di Lisbona.

L’Unione europea si fonda, quindi, su un accordo sottoscritto dagli Stati membri e ratificato da parte di ciascuno di essi secondo le procedure stabilite dalle rispettive Costituzioni.  L’attuale assetto dell’Unione è stabilito dal Trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007 dai Governi di 27 Stati ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009, dopo la ratifica da parte di tutti gli Stati contraenti. Il Trattato di Lisbona ha riformato i Trattati allora esistenti, ovvero il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea, con una tecnica di tipo emendativo.  L’Unione sostituisce e succede alla Comunità europea; scompare, così, la distinzione tra “Comunità europea” e “Unione europea”. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è giunto a compimento un percorso di riforma dei Trattati avviato nel dicembre 2001 dal Consiglio europeo di Laeken, in occasione del quale fu deliberato di dare nuovo impulso al processo di integrazione europea. Il percorso era stato bruscamente interrotto dall’esito negativo delle consultazioni referendarie in Francia e Olanda, che bloccarono le ratifiche del “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa”, sottoscritto a Roma nel 2004. I negoziati per la revisione dei Trattati ripresero nel luglio 2007 con l’obiettivo di migliorare l’efficacia e la democraticità del processo decisionale dell’Unione europea e di adeguare la struttura e il funzionamento delle istituzioni all’ingresso di altri Stati e alle nuove sfide globali, rafforzando al tempo stesso il ruolo dell’Unione sulla scena internazionale. Nel dicembre dello stesso anno fu raggiunto l’accordo su un testo che recupera molte delle innovazioni contenute nel Trattato cosiddetto costituzionale. L’Italia è il paese depositario dei trattati costitutivi della Comunità economica europea e della Comunità europea dell’energia atomica del 1957, nonché di tutti i trattati successivi che li hanno modificati e integrati, compresi i trattati di adesione. Per questo, gli articoli 6 e 7 del Trattato di Lisbona specificano che il testo, redatto in unico esemplare nelle 23 lingue ufficiali dell’Unione, è “depositato negli archivi del governo della Repubblica italiana” e che “gli strumenti di ratifica sono depositati presso il governo della Repubblica italiana”. Il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) hanno identico valore giuridico. Con il TUE che si compone di 55 articoli, gli Stati contraenti  istituiscono l’Unione europea, alla  quale attribuiscono competenze per conseguire i  loro obiettivi comuni; il TFUE disciplina, in 358 articoli, il funzionamento dell’Unione  e determina i settori.

Tra i temi particolarmente controversi si annoverano la ripartizione delle competenze tra l’UE e gli Stati membri, lo sviluppo della politica estera e di sicurezza comune, il nuovo ruolo dei parlamenti nazionali nel processo di integrazione, l’inclusione della Carta dei diritti fondamentali nel diritto dell’Unione, oltre ai possibili progressi della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.

In particolare, per quanto concerne la politica estera e di sicurezza comune dell’UE, volta a risolvere i conflitti e a promuovere l’intesa a livello internazionale, la stessa si basa sulla diplomazia e il rispetto delle norme internazionali. Anche il commercio, gli aiuti umanitari e la cooperazione allo sviluppo sono elementi importanti per il ruolo internazionale dell’UE.

La politica estera e di sicurezza dell’UE si prefigge di:

  • preservare la pace;
  • rafforzare la sicurezza internazionale;
  • promuovere la collaborazione internazionale;
  • sviluppare e consolidare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

L’UE collabora con i maggiori protagonisti della scena mondiale, comprese le potenze emergenti e i gruppi regionali. L’obiettivo è garantire che tali relazioni siano basate su interessi e vantaggi reciproci.

L’UE non dispone di un esercito permanente, si basa su contingenti forniti di volta in volta dai singoli paesi, anche se vi è il progetto di costituire un esercito comune di 8000 unità. L’UE può inviare missioni nelle zone calde del mondo per monitorare e mantenere l’ordine pubblico, partecipare agli sforzi per il mantenimento della pace o fornire aiuti umanitari alle popolazioni colpite. In politica estera, l’organo decisionale supremo dell’UE è il Consiglio europeo, che comprende i capi di Stato dei paesi dell’UE e dei governi. La maggior parte delle decisioni in materia di politica estera e di sicurezza richiede il consenso di tutti i paesi dell’UE.

Appare, pertanto, in contrasto con i principi generali della politica di sicurezza dell’Unione l’invio di armamenti all’Ucraina, le cui conseguenze potrebbero portare ad un olocausto nucleare minacciato dal governo russo.

Ci sono cinque Paesi che sono riconosciuti come candidati per l’adesione: Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Turchia. La Bosnia ed Erzegovina e il Kosovo sono ufficialmente riconosciuti come potenziali candidati, con la Bosnia ed Erzegovina che ha presentato una domanda di adesione. Da ultimo anche l’Ucraina ha presentato domanda di adesione, ribadita nella seduta del parlamento europeo del 1° marzo 2022, ma le attuali vicende costituiscono un evidente impedimento al suo accoglimento immediato.

Si rileva, infine, che il 1° marzo c’è stata a Bruxelles una seduta plenaria straordinaria del Parlamento europeo, dopo che il giorno prima il Presidente ucraino aveva firmato la richiesta formale di adesione all’ UE. Il Parlamento ha approvato a larga maggioranza una risoluzione sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, che nel testo contiene anche l’attacco della Russia. Con la maggioranza favorevole gli eurodeputati chiedono che “le istituzioni dell’Unione si adoperino per concedere a Kiev lo status di paese candidato all’ adesione dell’UE” e che tale procedura “sia in linea con l’art. 49 del Trattato sull’ Unione Europea e sulla base del merito”.[16]

Infatti, l’art. 49 prevede che “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione”. Il riferimento è ad uno dei capisaldi fondativi dell’Unione Europea, e cioè l’articolo 2 che sancisce che l’unione stessa “si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.


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4. L’Ordinamento della NATO ed il  suo  ampliamento ad est

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord(in inglese: North Atlantic Treaty Organization, in sigla NATO) è un’organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa.

Il trattato istitutivo della NATO, il Patto Atlantico, fu firmato a Washington il 4 aprile 1949, ed entrò in vigore il 24 agosto dello stesso anno. Attualmente, fanno parte della NATO 30 Stati del mondo ed ha sede a Bruxelles.

Dalla caduta del muro di Berlino in poi, la NATO ha progressivamente perso la propria caratteristica di “Alleanza Difensiva” per orientarsi sempre più come un ambito di collaborazione militare tra Paesi aderenti. Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno richiesto l’intervento dell’Alleanza sulla base dell’art. 5 del trattato. In linea generale, la NATO oggi rappresenta l’organizzazione militare più utilizzata per l’imposizione del pieno rispetto della Carta dell’ONU e delle norme e convenzioni di Diritto umanitario e di Diritto bellico, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU relative a situazioni di crisi di importanza globale.

I principi generali che regolano le attività dell’Alleanza sono mutati nel tempo, adattandosi ai continui cambiamenti del panorama geopolitico internazionale, e attualmente possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • ogni attività dell’Alleanza avviene sulla base di decisioni prese secondo il principio del consenso, anche ai livelli organizzativi più bassi. Il principio del consenso, da non confondere con quello dell’unanimità, non richiede una votazione in cui ogni membro manifesti il suo assenso tramite il voto;[17]
  • ogni paese contribuisce alle capacità militari della NATO secondo un rigido principio di volontarietà;
  • le truppe o i materiali messi a disposizione della NATO, dalle varie Nazioni, sono sotto comando permanente della nazione che li esprime, e vengono assegnati alla NATO e impiegati da un Comandante NATO, solo in caso di necessità;
  • le truppe assegnate alla NATO durante un’operazione (per esempio, ISAF), vengono impiegate dal comandante NATO secondo criteri di impiego delle truppe definiti in un “piano operativo” (OPLAN) approvato a livello di “Comando strategico” (Comando Alleato per le operazioni, Allied Command Operations, ACO). Tuttavia, le “regole di ingaggio” (rules of engagement, ROE), ossia la caratterizzazione pratica delle azioni militari, sono espressamente concordate con il Governo della Nazione di appartenenza delle truppe che, per verificarne la loro osservanza, mantiene nell’Area di Operazioni un proprio Rappresentante Nazionale di alto livello (Senior National Representative, SNR);
  • i costi di funzionamento dell’Alleanza sono ripartiti tra i paesi membri in funzione dei loro PIL;
  • nessuna attività (operativa, logistica, o di addestramento militare) viene operata in ambito NATO senza che sia preceduta da un’apposita consultazione (in ambito NATO non esistono votazioni in quanto tali consultazioni si basano sul principio del silenzio-assenso), in cui ogni paese membro ha facoltà di esprimere la propria volontà;

Tutti i paesi membri della NATO hanno la stessa importanza e uguale peso al tavolo negoziale. Ognuno di essi ha facoltà, a tutti i livelli decisionali, di mettere in discussione l’unanimità esprimendo il proprio parere contrario alle varie questioni poste sul tavolo del Comitato Atlantico o di ogni altro comitato a esso subordinato. In pratica il parere contrario di un qualsiasi Alleato, anche il più piccolo, equivale a un veto in quanto impedisce il raggiungimento del consenso stabilito dal Trattato Atlantico.

Come procedura per i paesi che vogliono aderire (pre-adesione) esiste un meccanismo chiamato Piano d’azione per l’adesione o Membership Action Plan (MAP) che fu introdotto nel vertice di Washington del 23-25 aprile 1999. La partecipazione al MAP prevede per un paese la presentazione di un rapporto annuale sui progressi fatti nel raggiungere i criteri stabiliti: la NATO provvede poi a rispondere a ciascun paese con suggerimenti tecnici e valuta singolarmente la situazione dei progressi.

È previsto che entrino nel MAP i seguenti paesi:

  • Bosnia ed Erzegovina(relazioni in corso).
  • Georgia(relazioni in corso).
  • Ucraina(MAP ottenuto a metà dell’anno 2021. Approvato in Parlamento all’inizio di gennaio 2022).

L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è quindi in una fase avanzata e ciò spiega l’intervento armato della Russia per tutelare i propri interessi geo-politici.

I membri sono trenta, tra cui figurano Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna. Dal 1999 si sono aggiunti, negli anni, Paesi dell’est Europa come Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia, e ex repubbliche sovietiche come Estonia, Lituania e Lettonia. Proprio queste adesioni hanno irrigidito la Russia, che considera minacciata la propria sfera di influenza. [18]

Alla guida della Nato c’è un politico norvegese di 62 anni, considerato un pacifista, Jens Stoltenberg, nominato Segretario generale dall’1 ottobre 2014, dopo aver ricoperto, per due volte, l’incarico di primo ministro della Norvegia. La sua posizione sulla crisi in Ucraina è stata chiara: non ha intenzione di dispiegare le truppe NATO. I piani sono soltanto di difesa, come nella natura dell’Alleanza.

Tra il 1992 e il 1995 la NATO è intervenuta in un conflitto per la prima volta nella sua storia: nella ex Jugoslavia, in Bosnia, anche se già nel 1990 e nel 1991 aveva preso parte alle prime operazioni militari, “Anchor Guard” e “Ace Guard”, legate alla Prima Guerra del Golfo. Poi è scesa in campo nel 1999 con l’operazione “Allied Force”, molto criticata dall’opinione pubblica, per bombardare la Serbia, azione che porterà alla nascita della “Kosovo Force”, Kfor. A seguire, nell’Alleanza Atlantica sono entrati Paesi dell’est come Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, a cui seguiranno Bulgaria, Paesi Baltici, Romania, Slovacchia e Slovenia.

La NATO non può intervenire in Ucraina perché questa non fa parte dell’organizzazione. Tuttavia, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, molti Paesi membri hanno chiesto l’intervento della NATO appellandosi all’articolo 4. Se l’articolo 5 del Trattato stabilisce che “le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti”, diverso è l’articolo 4, che recita: “Le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata”. Questo è la norma a cui fanno riferimento quegli Stati, come Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, che si sentono in pericolo davanti alla strategia aggressiva di Mosca. La NATO potrebbe intervenire a difesa dell’Ucraina non in quanto membro dell’Alleanza, ma perché segnale di un pericolo allargato ad altri Paesi, che fanno parte dell’organismo internazionale. Infatti, la diplomazia è convinta che l’obiettivo del presidente russo Vladimir Putin non sia solo quello di annettere l’Ucraina, ma di aggredire, in un secondo momento, anche i Paesi del Baltico, per realizzare il grande sogno originario: la ricostituzione dell’Unione Sovietica. Non è un caso che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, abbia deciso lo spostamento di soldati, jet militari e elicotteri Apache sulla linea del Baltico.

La struttura di vertice della Nato consiste in un Consiglio Atlantico formato da rappresentanti permanenti, come per le Nazioni Unite, ministri e capi di Stato e di governo. Il braccio operativo militare è formato da capi di Stato maggiore della Difesa dei Paesi membri, formato da due comandi strategici: l’Allied Command Operations, che pianifica le operazioni, con sede a Mons, in Belgio, mentre l’Allied Command Transformation, che si occupa di sviluppare le strategie e l’aggiornamento, si trova a Norfolk, in Virginia. A questi organismi si sono aggiunti dipartimenti legati al cyberspazio e alle comunicazioni.

Prima del 2014 la NATO non aveva una presenza armata nell’est Europa. A cambiare radicalmente la situazione è stata l’annessione russa della Crimea, che convinse i membri dell’Alleanza Atlantica a organizzarsi, per contrastare l’aggressività di Mosca. Due anni dopo, al summit di Varsavia, venne decisa la costituzione di quattro “gruppi tattici” – formati da soldati di varie nazionalità – sul Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania) e Polonia, diventati operativi nel 2017. Composti da circa cinquemila soldati, provenienti da venti Paesi, operano in stretto contatto con gli eserciti delle nazioni che li ospitano. I soldati del contingente italiano operano nel gruppo tattico in Lettonia, guidato dal Canada, al fianco di nazioni come Polonia, Spagna, Albania, Islanda e Montenegro. Il grosso del sistema di difesa è la Nato Response Force, che conta su 40 mila soldati in grado di spostarsi con rapidità da un luogo all’altro. Tra queste l’esercito d’elite è la cosiddetta Very High Readiness Joint Task Force, formata da cinquemila soldati, in grado di essere operativa in appena 72 ore. Ai soldati NATO si aggiungono i militari Usa di stanza in Europa, che sono circa 74 mila, di cui 12 mila ospitati in Italia.

La principale base NATO in Italia è quella di Sigonella, in Sicilia, nella piana di Catania, ma in tutta l’isola sono distribuite altre basi. Il ruolo strategico della Sicilia è quello di base di lancio per i super droni di ultima generazione, i Global Hawk, aerei guidabili in remoto da oltre duecento milioni di dollari. Quelli che in queste settimane hanno perlustrato ogni giorno il confine tra Ucraina e Russia, e registrato gli spostamenti dei soldi russi. Assieme ai Global Hawk, figurano i ‘Triton’ e i cosiddetti droni killer ‘Reaper’. Sigonella fa da base di trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei droni. Ha due “facility” gemelle: la base di Ramstein, in Germania, e quella di Creech, nel Nevada.

5. L’arma a doppio taglio delle sanzioni contro la Russia

L’obiettivo delle sanzioni decise dagli occidentali è di paralizzare finanziariamente la Russia, di portare le sue banche all’insolvenza, di determinare l’avvitamento del rublo che genera iperinflazione, di influenzare l’opinione pubblica e di colpire persino gli oligarchi e le élite di regime per spostarle su posizioni ostili a Putin, che potrebbe essere ritenuto il colpevole ultimo dell’impoverimento del Paese.[19]

Il primo pacchetto di sanzioni varato il 22 febbraio aveva come obiettivo bloccare l’accesso della Russia ai principali mercati europei, andando a colpire il settore finanziario, quello petrolifero, quello dei trasporti con il blocco del traffico aereo e quello dell’high tech con il blocco dell’export dei semiconduttori.

I successivi interventi invece hanno l’obiettivo di indebolire l’economia russa evitando che questa possa avere accesso ai fondi internazionali per finanziare atti di guerra. All’interno di queste misure rientra anche la decisione di escludere la Russia dallo Swift il sistema più efficiente di pagamento internazionale.

Le misure più dirompenti decise dagli Stati Uniti e dagli alleati europei riguardano la banca centrale russa: non potrà più usare le sue consistenti riserve in dollari e in euro per salvare le banche commerciali, che di fatto da lunedì 28 febbraio non riescono più a rifinanziare (cioè rimborsare assumendo nuovi debiti, a rotazione continua) la loro esposizione in valuta forte con scadenze di breve termine.
Inoltre, la banca centrale russa non potrà neppure operare con le modalità che ha  cercato di praticare in questi ultimi giorni, peraltro senza successo: rivolgersi alle grandi banche centrali del pianeta, quelle delle valute forti del mondo libero, per chiedere essa stessa operazioni di rifinanziamento in dollari e in euro. Diminuisce così in modo significativo la potenza del principale strumento finanziario con cui Putin aveva preparato la guerra: la costruzione di riserve sovrane, grazie alla vendita di gas e petrolio, stimate dai governi occidentali pari all’equivalente fra 550 e 700 miliardi di dollari.

Aumenta invece l’efficacia delle altre sanzioni sulle banche, quelle più importanti del pacchetto varato: un certo numero di istituti commerciali russi (allo stato sette) si vedono proibire l’accesso a operazioni in euro e in dollari e dunque anche il rifinanziamento dei loro debiti in euro e in dollari.
Se consideriamo le due prime banche del Paese, Sberbank e Vtb (entrambe a controllo pubblico), la prima ha un’esposizione per 350 miliardi di euro, la seconda pari a 214 miliardi di euro (in aggregato, debiti per circa un terzo del prodotto lordo russo). Entrambe il 25 febbraio scorso sono crollate in borsa.
La prospettiva già da giorni sta seminando il panico fra gli investitori e i risparmiatori russi, che si sono precipitati a ritirare gli euro e i dollari dalle principali banche del Paese al punto da metterle in grande difficoltà. Ormai è impossibile ottenere valuta estera da una banca russa e con difficoltà si ottengono gli stessi rubli. È in corso un vero è proprio “bank run” in Russia, una corsa agli sportelli. Le banche europee a Mosca registrano invece forti afflussi di valuta forte, perché i risparmiatori russi portano i loro patrimoni presso istituti dei quali hanno fiducia che non saranno messi sotto sanzioni.

Intanto il declassamento del debito russo a “spazzatura” da parte dell’agenzia di rating S&P fa sì che valgano di meno anche quei titoli di Stato di Mosca portati in garanzia da tutte le banche russe per ottenere prestiti. Da lunedì 28 anche le banche russe non sanzionate devono dunque reintegrare le garanzie per mantenere le proprie posizioni: devono cioè portare più valori, più titoli obbligazionari a garanzia dei loro debiti nel mondo per non essere costrette a rimborsare subito tutto, oppure fallire.
La banca centrale di Mosca reagisce con il solo strumento che le resta: stampare rubli in abbondanza e rifornire i bancomat e gli sportelli bancari con quelli, per cercare di tamponare il “bank run” a Mosca e nelle altre grandi città. Ma l’eccessiva creazione di una moneta ormai intoccabile all’estero può solo farne crollare ancora di più il valore, in un avvitamento che genererà iperinflazione che alimenta se stessa.
Il rublo ha già perso il 30 per cento circa su euro e dollaro.

Ma le sanzioni sono un’arma a doppio taglio. Il più immediato rischio — su cui Gazprom domenica mattina ha cercato di rassicurare l’Europa — è che la Russia risponda bloccando le forniture di petrolio e soprattutto di gas al Vecchio continente (queste ultime però le fruttano entrate per circa 50 miliardi di euro all’anno). Per l’Italia sarebbe senz’altro un problema, perché attualmente il Paese ha un’autosufficienza completa di circa 14 settimane senza nuovi arrivi di gas russo, che rappresentano circa il 43% delle importazioni totali della materia prima nel Paese.
Però l’aumento del pompaggio dagli altri fornitori (Algeria, Libia, Azerbaigian, Norvegia) e la riattivazione delle centrali a carbone dovrebbe garantire che il Paese possa arrivare almeno fino a luglio senza misure molto significative di riduzione dei consumi.
Il secondo rischio è che la Cina corra in soccorso della Russia, diventandone il prestatore internazionale di ultima istanza, di fatto sottomettendo Putin alle proprie condizioni e lanciando una sfida senza precedenti all’Occidente.
Si profilerebbe uno scontro di proporzioni storiche, tutto sul piano finanziario, fra mondo libero e grandi dittature del mondo emergente. Ma questo lo si capirà solo successivamente.
Resta poi di fondamentale importanza che la Svizzera non pratichi lo stesso gioco ambiguo della Seconda guerra mondiale, ma si allinei alle misure di Europa e Stati Uniti.
I primi segnali sono incoraggianti; infatti, anche le banche svizzere hanno ricevuto dalle loro autorità una lunga lista di clienti russi ai quali bloccare l’operatività da lunedì. Le reti della finanza internazionale si stringono, quindi, attorno agli oligarchi russi.
Nel frattempo l’embargo sui semiconduttori, le parti di ricambio degli aerei e i sistemi industriali dell’estrazione petrolifera e metaniera (un’industria, quest’ultima, nella quale l’Italia è forte) mirano a bloccare nel medio e lungo termine la capacità tecnologica della Russia in tutti i settori strategici.

Le sanzioni avranno inevitabilmente, ripercussioni da un punto di vista economico e commerciale anche in ambito italiano. In questo contesto, sono da registrare i rischi per l’esportazione e l’importazione di prodotti italiani in Russia e di prodotti russi in Italia.

Pertanto, non tutti i paesi della Nato potrebbero essere concordi nell’infliggere sanzioni alla Russia, perché questo significherebbe fare i conti con duri impatti sulla propria economia. L’Italia, tra le varie sanzioni possibili, vorrebbe che venga escluso il settore energetico vista la nostra grande dipendenza dalle forniture di gas russo.

L’esclusione della Russia dallo Swift in particolar modo potrebbe avere un effetto boomerang per le economie europee in particolare per Italia, Germania e Austria il cui approvvigionamento di gas dipende nella quasi totalità dalla Russia che ora potrebbe diminuire o addirittura interrompere la fornitura.

Ma negli ultimi giorni sono piovute sanzioni anche nel mondo dello sport: la cancellazione del Gran Premio di Sochi, lo  spostamento della finale di Champions League da San Pietroburgo a Parigi, atleti dichiarati “persone non grate” in Gran Bretagna, Svezia e Norvegia, rescissione dei contratti di sponsorizzazione di diverse società (dallo Zugo nell’hockey allo Schalke nel calcio), rifiuto delle federazioni di Svezia, Polonia e Repubblica Ceca di disputare lo spareggio per Qatar 2022 contro la Russia, decisione della Fifa di proibire nome, inno e bandiera per le Nazionali russe, sospensione delle squadre russe da tutte le competizioni Uefa, probabile esclusione della “Sbornaja” dai prossimi Mondiali di hockey in Finlandia.[20]

Inoltre, a seguito delle decisioni iniziali adottate dal Consiglio FIFA e dal Comitato Esecutivo UEFA, che prospettavano l’adozione di ulteriori misure, FIFA e UEFA hanno deciso congiuntamente che tutte le squadre russe, siano esse rappresentative nazionali o squadre di club, saranno sospese dalla partecipazione alle competizioni FIFA ed UEFA sino a nuovo ordine. Anche il CIO ha escluso le nazionali russe e bielorusse dai giochi paralimpici invernali di Pechino.

Ma anche le sanzioni sportive, come quelle economiche, rischiano di percorrere la strada verso Mosca, per poi rimbalzare e far ritorno in Occidente. Molti già si chiedono se l’equilibrio economico dello sport professionistico europeo verrà messo in discussione, in particolare a causa della rescissione di contratti di sponsorizzazione: lo Zugo ha rinunciato ai soldi di Nord Stream, lo Schakle a quelli di Gazprom e il Manchester United sta uscendo dal contratto con la compagnia aerea Aeroflot, mentre una fonte a conoscenza delle discussioni in corso, ha confermato che l’UEFA si sta preparando a prendere una decisione simile con Gazprom, uscendo da un contratto concluso nel 2012 e stimato dai media specializzati in 40 milioni di euro all’anno.

In conclusione, le sanzioni economiche come quelle sportive rappresentano uno strumento di pressione politica, rischioso e non del tutto efficace, ma necessario anche ad evitare la terza guerra mondiale, come affermato dal Presidente degli Stati Uniti.


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6.Conclusioni

Nella sera del 28 febbraio si sono concluse le trattative tra la delegazione russa e quella ucraina per cercare di arrivare ad una tregua del conflitto in una località nella regione bielorussa di Gomel tenuta segreta per motivi di sicurezza; al termine, entrambe le parti hanno annunciato di rientrare nelle rispettive capitali per consultazioni in vista di nuove possibili trattative.

In realtà si ritiene che le consultazioni, riprese in data 3 marzo 2022, al di là dell’istituzione di corridoi umanitari, non porteranno ad alcun risultato concreto e che nei prossimi giorni le forze armate russe infliggeranno il colpo decisivo all’esercito ucraino e concluderanno in un bagno di sangue l’invasione dell’Ucraina, nominando un governo “fantoccio”.

Si deve anche segnalare che in data 28 febbraio 2022, il Consiglio dei Ministri in Italia ha approvato un decreto-legge che introduce ulteriori misure urgenti sulla crisi in Ucraina. Il provvedimento interviene, alla luce dell’emergenza in atto, in diversi ambiti.

In particolare, il decreto contiene una norma abilitante che, dopo una preventiva risoluzione delle camere, consente al ministro della difesa di adottare un decreto interministeriale per la cessione alle autorità governative dell’Ucraina di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari. È prevista peraltro una deroga specifica ad alcune disposizioni vigenti.[21]

Infatti, l’art. 1 del provvedimento recita:

“1. Fino al 31 dicembre 2022, previa risoluzione delle Camere, è autorizzata la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, in deroga alle disposizioni di cui alla legge 9 luglio 1990, n.185 e agli articoli 310 e 311 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 e alle connesse disposizioni attuative.

2.Con uno o più decreti del Ministro della difesa di concerto con i Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell’economia delle finanze, sono definiti l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione di cui al comma 1 nonché le modalità di realizzazione della stessa, anche ai fini dello scarico contabile.”.

In questo modo il governo italiano, come quello di molti paesi occidentali, ha contravvenuto alle indicazioni minacciose del Presidente della Russia e le conseguenze, allo stato, non sono prevedibili.

Resta il fatto che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia rappresenta una vicenda dolorosa per tutta l’umanità che lascerà il suo segno nei prossimi anni, senza considerare il possibile olocausto nucleare che segnerebbe la fine del mondo.

Vengono in mente al riguardo le parole del filosofo inglese John Locke “Molti hanno erroneamente scambiato la forza delle armi per il consenso del popolo, e considerano la conquista come una delle origini del governo. Ma la conquista è altrettanto lontana dall’istituire un governo quanto la demolizione di una casa dal costituirne una nuova al suo posto. Essa, spesso prepara, sì, la via a una nuova forma di società politica col distruggere l’antica, ma senza il consenso del popolo non può mai erigerne una nuova”.

In questo caso, i conquistati possono “appellarsi al cielo” e affidare alla forza la riconquista del “diritto originario dei loro avi, che era di avere su di sé quel legislatore che la maggioranza approvasse e a cui acconsentisse”. Infatti, la conquista non conquista il diritto all’obbedienza dei conquistati.

 


Note:

[1] Sandrine Prat, Stéphane C. Péan, Laurent Crépin, Dorothée G. Drucker, Simon J. Puaud, Hélène Valladas, Martina Lázničková-Galetová, Johannes van der Plicht e Alexander Yanevich, The Oldest Anatomically Modern Humans from Far Southeast Europe: Direct Dating, Culture and Behavior, plosone, 17 giugno 2011.

[2] Jennifer Carpenter, Early human fossils unearthed in Ukraine, BBC, 20 giugno 2011. 

[3] Scythian, su Encyclopædia Britannica (fee required), 2007.

[4] Vasily Klyuchevsky, The course of the Russian history, v.1, “Myslʹ, 1987, ISBN 5-244-00072-1.

[5] Atlante Storico, TCI.

[6] “Timoscenko, la detenzione è illegale”, su lastampa.it, La Stampa, 30 aprile 2013. 

[7]  Link, su repubblica.it.

[8]  Crimea – Parlamento proclama l’indipendenza dall’Ucraina.

[9]  Kiev scioglie il parlamento regionale della Crimea, su it.euronews.com, 15 marzo 2014.

[10]Ukraine’s Rada passes bill declaring Crimea ‘temporarily occupied territory’, su en.itar-tass.com, ITAR-TASS, 20 marzo 2014.

[11] F. Russo, Ucraina attaccata su tre fronti: ecco come si è svolta l’invasione russa, in AGI del 24 febbraio 2022.

[12] N. Locatelli, L’astensione di Pechino al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro l’invasione russa non è un’ottima notizia per Mosca, in Limes del 26 febbraio 2022.

[13] N. Bianchini, La Cina si astiene sulla risoluzione dell’Onu per l’invasione russa in Ucraina, in AGI del 26 febbraio 2022.

[14] L’Onu vota una risoluzione per chiedere alla Russia di fermare l’offensiva in Ucraina, in Euronews del 2 marzo 2022.

[15] L’ABC del diritto dell’Unione Europea, 2016.

16 Via libera del Parlamento europeo alla candidatura dell’Ucraina nell’Unione Europea, in Open del 1° marzo 2022.

[17] Consensus decision-making at NATO, su nato.int, NATO, 14 marzo 2016. 

[18] M. Basile, Che cos’è la NATO e può intervenire o no nella guerra tra Ucraina e Russia?, in La Repubblica del 24 febbraio 2022.

[19] F. Rubini, Le sanzioni contro l’economia della Russia: quali sono i 4 obiettivi (e quali i 3 rischi), in Corriere della Sera del 27 febbraio 2022.

[20] Le sanzioni nello sport, un mezzo di pressione davvero efficace?, in @La Regione del 28 febbraio 2022.

[21] N. Porro, Ucraina-Russia, Putin detta le sue condizioni a Macron. L’Italia dichiara lo stato di emergenza, in NP del 28 febbraio 2022.

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Paolo Gentilucci

Cavaliere della Repubblica (G.U. n. 200 del 26 agosto 2004), già Commissario di Pubblica Sicurezza, Vice direttore delle Imposte Dirette di Firenze e viceprefetto presso il Ministero dell’Interno, dal mese di aprile 2018 è docente presso la Scuola Universitaria di Scienze Politiche di Taranto e dal 4 febbraio 2021 è docente presso la Fondazione della Gazzetta Amministrativa della Repubblica Italiana. Con delibera del Consiglio di Dipartimento in data 10 febbraio 2021 è stato nominato Cultore della Materia per gli insegnamenti di “Diritto Pubblico Comparato”, “Processi Interculturali e Identità Nazionali”, “Giustizia Costituzionale Comparata” presso il Dipartimento Jonico in sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo dell’Università di Bari “Aldo Moro”. E’, inoltre, abilitato alla professione di avvocato e all’insegnamento di discipline giuridiche ed economiche nella scuola media superiore. E’ autore di numerose pubblicazioni in materia di diritto penale tributario, diritto amministrativo, diritto costituzionale, diritto civile, diritto pubblico comparato e diritto penale.


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