Summer Boiler Cup: il nuovo (crudele) trend di TikTok e le sue conseguenze giuridiche

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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Da qualche settimana impazza una nuova challenge su TikTok, la Summer Boiler Cup, rivolta ai ragazzi, che consiste nel trovare la ragazza più grassa (definita boiler appunto, con raffinata similitudine) della serata, “farsela” (non si capisce in che termini, forse vale anche solo un bacio, ma ritengo che ci siano scale di valore a seconda di quanto in intimità scenda la conoscenza), documentare la conquista con apposito video da postare su TikTok, perché se qualcosa non va sui social vuol dire che non è mai accaduta, e stilare una classifica. A fine estate, chi avrà più punti, vincerà appunto la coppa. Non è dato conoscere i criteri con cui vengono attribuiti i punteggi, ma la profondità di questa edificante sfida è tanta, che non voglio ambire ad immergermi a fondo nella stessa, per timore di non essere all’altezza.

Non è la prima volta che sui social vengono lanciate queste challenge che consistono in compiere atti di vario genere e poi documentarli appunto con un video. L’anno scorso la sfida che dilagava, stavolta tra le ragazze, era la hot summer girl, che stavolta dava punteggio alla ragazza che era stata con più ragazzi durante l’estate, ma ce ne sono state anche di ben peggiori, che in alcuni casi si sono concluse con tristi casi di cronaca che hanno riportato il decesso di alcuni giovani, a volte anche giovanissimi partecipanti.

Non voglio entrare nel merito di quanto sia squallido e crudele questo nuovo trend, ma non posso negare che mi abbia colpito.

Da ragazza sono stata cicciottella. Non proprio grassa, no, però avevo le gambotte ed ero sederona. In compenso, sul davanti ero piallata come il muro del pianto e le due cose combinate non mi avrebbero candidato per Miss Italia. Come tutte le adolescenti ci pativo un po’, mi lanciavo periodicamente in nuove diete e costosissime iscrizioni in palestra che poi non onoravo, e ho dovuto aspettare di diventare adulta per imparare a essere grata per il mio corpo, a fare pace con le mie numerose imperfezioni, ad accettarmi per come sono ed essere serena così. C’è da dire che sono stata adolescente negli anni ’90 ed allora non c’erano i social. Eventuali prese in giro, “sfottò”, che ci sono sempre stati e non sono un’invenzione del terzo millennio, restavano confinati nella cerchia delle amicizie e non è che per questo facessero meno male, ma per lo meno avevano un limite, di spazio e di tempo.

Oggi no. Essere adolescente negli anni ’20 di questo secolo vuol dire essere perennemente connessi e, di conseguenza, essere potenzialmente esposti allo sguardo (ed al giudizio) di una platea infinita di persone. Deve essere dura, essere adolescente oggi, soprattutto se non si corrisponde ad un canone ideale di bellezza inarrivabile e se si è, appunto, cicciottella. O grassa. Ormai dire grasso è diventato un insulto della peggior specie, il che la dice piuttosto lunga su quale sia la scala di valori del nostro tempo e non è un caso che il tasso dei suicidi nei giovani e giovanissimi sia aumentato a tal punto da renderlo la seconda causa di morte in Europa dopo gli incidenti stradali. Anche essere genitori in questo periodo storico è complesso, perché ad ogni adolescente con problemi di accettazione di sé, di identità e di inclusione sociale, corrisponde un adulto che o non sta facendo bene il suo lavoro, oppure ci sta provando con tutte le sue forze, ma senza successo: in entrambi i casi, un problema.

Ma torniamo alla edificante challenge.

Forse i partecipanti alla Summer Boiler Cup dovrebbero sapere che pubblicare in rete e condividere e diffondere immagini o video senza il consenso della persona ritratta è un atto non privo di conseguenze dal punto di vista giuridico, che in alcuni casi potrebbero anche sfociare nel penale.

Innanzi tutto esiste un principio generale di neminem laedere, fondamentale nel nostro ordinamento, in base al quale tutti sono tenuti al dovere di non ledere l’altrui sfera giuridica. In caso di violazione di tale dovere, ovvero in caso di atto, doloso o colposo che arrechi danno ad un terzo, colui che ha commesso il fatto è obbligato a risarcirlo. Certo, il danno andrà provato, non si può configurare un danno per il solo fatto che una foto o un video siano stati diffusi sui social, ma poiché in rete è facile che alla pubblicazione di un video privato seguano commenti di cattiveria e violenza talvolta davvero brutali, è facile ipotizzare che l’arrecamento di un danno sia quasi automatico.

Abbiamo poi il codice penale, che prevede tutta una serie di fattispecie, dalla diffusione di riprese e registrazioni fraudolente (art. 617 septies c.p.), all’interferenza illecita nella vita privata (art. 615 bis c.p.), alla cara vecchia diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità (art. 595 c.p., i social sono ormai pacificamente considerati un mezzo di pubblicità), fino ad arrivare, in alcuni casi alla diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, la cosiddetta pornografia non consensuale o revenge porn (art. 612 ter c.p.).

Inoltre, per non farci mancare nulla, possiamo scomodare anche il caro vecchio codice della privacy, che ha tutta una serie di apposite previsioni per chi tratta illecitamente dati personali altrui, punibili in maniera variegata con sanzioni personali o pecuniarie, e, perché no, anche la legge 71/2017, la legge contro il cyberbullismo, che punisce i comportamenti abusanti o denigratori compiuti in danno di minori attraverso il web.

Questa mia breve riflessione scaturita da questa odiosa e stupida challenge non vuole essere una disamina delle diverse fattispecie, quanto piuttosto un monito, facilmente comprensibile dai ragazzi e dai genitori, anche qualora privi di qualsivoglia preparazione giuridica, a prestare attenzione alle conseguenze nella vita reale dei propri comportamenti nel mondo virtuale.

Che sia estate e che tutti ci vogliamo divertire è sacrosanto. Che il divertimento debba avvenire alle spalle di terzi è discutibile, ma se poi il divertimento sfocia in comportamenti sanzionabili, allora non siamo più nell’ambito del gioco (per quanto idiota), ma del giuridicamente rilevante.

Non solo i ragazzi, ma anche i genitori, dovrebbero prestare la dovuta attenzione, perché oggi l’educazione dei nostri figli, che ci piaccia o meno, passa necessariamente anche attraverso l’educazione e la consapevolezza digitali.

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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