Analisi dell'attività giurisdizionale, tra verità e falsi miti
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Il suicidio del mito della giurisdizionale tra protagonismi televisivi, mancanza di equilibrio e tutele delle sciocchezze

Gorga Michele

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Dal Tribunale di Milano, passando per quello di Salerno e fino a quello di Palermo, per tutta la dorsale dell’Italia, esempi di una giurisdizione votata al suicidio, e non si capisce più se preterintenzionale, volontario o assistito. Un primo esempio è quello del prestigioso Tribunale ambrosiano, rispetto al quale prezzolati commentatori, anche quelli celebrati in TV come di “spessore” – ma non si capisce quale sia l’Ente di certificazione della qualità –  hanno dichiarato che «La PM del caso Cappato cercava la verità e non un colpevole…», ancora che «Il suo ruolo non è quello di avvocato d’accusa ma ha il compito istituzionale di vegliare sulla corretta applicazione della legge».

Ne siamo felici come Avvocati, finalmente troveremo nell’ufficio del PM un sostegno autorevole sulla corretta applicazione della legge per i soggetti tratti a giudizio e rispettati prima come uomini e donne e poi come imputati al fine della <<corretta applicazione della legge”>> . Il Sig. Cappato potrà, quindi, stare tranquillo, ha trovato un PM che è stato costretto ad esercitare l’azione penale nei suoi confronti – per quella maledizione che è l’obbligatorietà dell’azione penale che costringe i PM a fare quello che non vorrebbero fare-, ma non deve temere tanto il suo PM non lo considera come “responsabile del reato” perché il suo PM cerva “la verità non un colpevole” perché il cui ruolo “non è quello di avvocato dell’accusa”.

Gli avvocati della difesa allora non servono e il giudice potrà decidere in assenza di prove di colpevolezza non portate dall’ufficio del PM e sulla base delle sole prove “difensive” portate dal PM e, se utili, del difensore di fiducia. La felice sorte di ogni imputato allora è segnata nell’assoluzione quale verità processuale, e si sa che è quella che risulterà dal dibattimento processuale, considerato che nel nostro sistema processuale “la prova” si forma nel processo. Il giudice in assenza di prove   non potrà condannare.

Quello che è vero nel Tribunale Ambrosiano – che vuole così praticare un suicidio preterintenzionale della giurisdizione – è però smentito dal Tribunale Campano Salernitano, dove il suicidio della giurisdizione non può che essere volontario.  Giudizio di primo grado l’imputato assolto con  formula più ampia. Appello dell’ufficio del procuratore generale, giudizio di appello. Il giudice in soli due minuti liquida la difesa: “avvocato avete trascritto le vostre conclusioni?”  Avvocato:” sì, ma vorrei illustrar…” Giudice “no. Non ho tempo…. Ho un processo per gente che viene da Milano. Il processo è chiuso”.

A fine udienza, ribaltata la sentenza di assoluzione in condanna in assenza di motivazione e nonostante che la Cassazione, per lo stesso ufficio giudiziario, avesse più volte annullato sentenze di condanna per la stessa fattispecie di reato. A Salerno, quindi, il PM non è difensore e non conta neanche il difensore di fiducia e il giudice decide come meglio ritiene anche rispetto alle reiterate decisioni di inammissibilità dei ricorsi sentenziati dalla cassazione rispetto alle impugnazioni avverso le sentenze di assoluzione per la stessa fattispecie di reato dello stesso ufficio giudiziario.

Per i malcapitati giustiziati di Salerno varrà ancora il motto ……” ci sarà un giudice a Berlino” qui non si cerca “la verità” come presso il Tribunale Ambrosiano ma un colpevole…  Anche se assolti nel giudizio di primo grado, si dovrà andare in Cassazione (Roma = Berlino) per vedere riconosciuta l’innocenza.

A Palermo, invece, manca anche il buon senso dei ricorrenti – il suicidio della giurisdizione non può che essere che assistito dalla ignavia delle parti –  che fanno ricorso alla giustizia per questioni che   lasciano perplessi su quale sia il limite della misura.  E’ di questi giorni la notizia della decisione per un pargoletto della scuola media che secondo i genitori doveva essere “licenziato” con il giudizio di “eccellente” e non di “ottimo”. Il tribunale, dopo quattro anni dal ricorso, ha fatto la media dei voti riportati nelle singole discipline le ha divise per il numero delle materie e desunto il voto di ottimo (9) e non di eccellente (10). Questo è il segno dell’ottusità dei genitori che non meritano evidentemente un figlio ottimo, considerato che nell’occasione hanno avuto un comportamento da mediocri, e della inefficienza di un sistema giudiziario che non rende alcuna giustizia, che produce ingiustizie, che devono essere risolte da altri giudici, e che impiega quattro anni per rispondere a domande irricevibili per mancanza di buon senso.

 

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