Indennizzo INAIL: come si liquida il danno da infortunio professionale

L’indennizzo INAIL del danno da infortunio professionale

di Redazione

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Indennizzo INAIL: il danno biologico permanente

Questo contributo è tratto da 

Manuale operativo del condominio

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Massimo Serra (a cura di), 2020, Maggioli Editore

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La nozione di “danno ingiusto” nell’ambito della Responsabilità Civile è rimasta immutata per molti anni, essenzialmente legata ad un concetto “patrimonialistico”. La ratio giuridica, per lungo tempo dominante, riteneva che l’applicazione dell’art. 2043 del codice civile non potesse essere disgiunta dall’art. 2059 c.c. (1), statuendo quest’ultimo la limitazione del risarcimento del danno non patrimoniale “ai soli casi previsti dalla legge”. L’interpretazione meramente patrimonialistica del risarcimento del danno da fatto illecito altrui non consentiva un adeguato ristoro economico dei danni patiti da alcune categorie più “fragili” della popolazione, in special modo quelle incapaci di produrre reddito, quali, a titolo di esempio e senza pretesa di esaustività, minorenni, pensionati, addetti familiari al rigoverno della casa ed alla cura della famiglia. La presa contezza di questa iniqua ripercussione tentò, in un primo momento, di essere colmata attraverso l’adozione, in sede medico-legale, di un parametro valutativo del tutto astratto: la “capacità lavorativa generica”. La traduzione economica avveniva prendendo a riferimento la pensione sociale e triplicandone il valore. Anche con questo correttivo, tuttavia, se il danno “ingiusto” non derivava da un reato, alcuni danni, quali quello alla capacità sessuale o all’efficienza estetica, rimanevano comunque esclusi in quanto non collegati alla capacità/possibilità di lavorare. La riflessione dottrinale tentò di fare rientrare questi danni con un ulteriore “artificio”, quello del “danno patrimoniale indiretto” che riconduceva, per esempio, anche il danno alla capacità sessuale (per i risvolti psichici che ne possono derivare) e il pregiudizio estetico (perché rende più difficili le relazioni interpersonali) a danni patrimoniali in quanto comunque influenti in senso negativo sulla capacità di produrre reddito. La questione, tuttavia, non venne risolta poiché anche questo artificioso parametro doveva sottostare a criteri discriminatori di calcolo, propri del danno patrimoniale strictu sensu. A risolvere l’iniquità del sistema risarcitorio civilistico intervenne il pensiero dottrinale centrando l’attenzione sul “patrimonio” salute, intesa quest’ultima come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non solo come assenza di malattia o di infermità” (così come definita dall’OMS ); il “bene salute”, si affermò, in quanto costituzionalmente garantito non necessita di una ulteriore traduzione da parte del legislatore ordinario in norme direttamente applicabili nei rapporti tra privati.

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Capostipite di tale orientamento fu il Tribunale di Genova (5), che riconobbe l’esistenza del diritto al risarcimento di un danno all’integrità psicofisica a prescindere dall’occorrenza di un danno patrimoniale in senso proprio. Tale sentenza fu, però, appellata e riformata dalla Suprema Corte, poiché il giudice di primo grado aveva fatto riferimento all’art. 2059 c.c. pur in assenza di reato. Nonostante il fatto che tale sentenza fu oggetto di riforma da parte della Corte di Cassazione (6) questa segnò la svolta verso la decisiva affermazione della posizione autonoma, soggettiva e spettante in via diretta ad ogni cittadino del “diritto alla salute”. Due successive pronunce della Corte Costituzionale (n. 87 e n. 88 del 26 luglio 1979) affermarono concretamente la diretta risarcibilità del danno alla salute.

La stessa Corte, con la sentenza n. 186 del 14 luglio 1984, impresse la svolta definitiva: “La vigente Costituzione, garantendo principalmente valori personali, impone che l’art. 2043 c.c. vada correlato agli articoli della Carta fondamentale (…) e che, pertanto, sia letto in modo idealmente idoneo a compensare il sacrificio che gli stessi valori subiscono a causa dell’illecito. Ciò comporta che detto articolo, correlato all’art. 32 Cost., vada necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento, non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma (…) di tutti i danni che, almeno potenzialmente, ostacolano le attività realizzatrici della persona umana (…)”.

Indennizzo INAIL: il danno patrimoniale

Deve essere qui premesso che le prestazioni economiche che la legge pone a carico dell’INAIL rientrano nel sistema della cosiddetta “sicurezza sociale” e non possono prevedere, per motivi del tutto comprensibili (18), un esaustivo ristoro del danno ma esclusivamente un indennizzo, indennizzo per il quale, altrettanto comprensibilmente, operano diverse presunzioni giuridiche. Ciò specificato, la nuova disciplina legislativa prevede che le menomazioni dell’integrità psicofisica di grado pari o superiore al 6 percento ed inferiore al 16 percento vengano indennizzate in capitale sulla scorta di una tabella, aggiornata via via nel tempo, che stabilisce il valore economico di ogni punto, differenziato solo per l’età e per il sesso del lavoratore leso. Per le menomazioni rientranti in tale fascia di entità (6-15%) v’è l’assoluta previsione di assenza di ripercussioni sulla capacità di produrre reddito. Diversamente, le menomazioni di grado pari o superiore al 16 percento vengono indennizzate attraverso la costituzione di una rendita (19); per tali più gravi detrimenti della integrità psicofisica la legge ha previsto che, alla quota di rendita costituita nel suo ammontare per il solo titolo areddituale del danno biologico in sé e per sé considerato, debba essere aggiunta una ulteriore quota erogata per le ripercussioni, presunte per legge, che la lesa efficienza psicofisica esercita sulla capacità lavorativa (20).Rammentando come, in responsabilità civile, il danno patrimoniale, oltre che ad esistere, deve essere, sulla base dell’ordinario criterio dell’onere probatorio, di volta in volta specificatamente dimostrato sia nei termini del danno emergente che in quelli del lucro cessante, e sottolineando come l’INAIL eroghi la relativa prestazione non a titolo di danno patrimoniale ma a quello di “potenziale” riduzione della capacità lucrativa, la soluzione legislativa per la copertura indennitaria delle ripercussioni “dislavorative” del danno biologico è stata quella di commisurare la quota di rendita ulteriore a quella erogata al solo titolo della menomazione, sulla base dei seguenti “coefficienti” elencati in una tabella emanata con il d.m. del 12 luglio 2000 (21) e crescenti con il crescere della entità della menomazione.

Omissis

Per espressa previsione di legge l’attribuzione di un coefficiente superiore a quello di fascia deve basarsi sulle ripercussioni che la menomazione esercita sull’“attività svolta” e sulla “categoria di appartenenza” del leso e, nei casi che comportino la perdita del lavoro per il quale si è verificato l’evento dannoso, sulla sua “ricollocabilità”. Come si legge nel d.m. 12 luglio 2000 e come da espresse indicazioni dell’Istituto assicuratore, per “Categoria di appartenenza” si intende il complesso costituito dall’attività che il soggetto svolge in concreto e da quelle che può svolgere in ragione del suo patrimonio bio-attitudinale – professionale (cultura, sesso, età, condizione psicofisica, ecc.) tenuto conto delle opportunità di reinserimento lavorativo offerte attraverso i servizi di sostegno e di collocamento mirato. Il giudizio sulla “ricollocabilità” (25) deve tener conto della concreta “possibilità che le residue capacità psicofisiche siano utilizzabili per attività lavorative anche mediante interventi di supporto e ricorso a servizi di sostegno”. Non sono, quelli sopra espressi, concetti di semplice ed immediata trasposizione pratica. La circolare INAIL, di supporto alla prima applicazione del nuovo regime indennitario (26), spiega: “La «tabella dei coefficienti» è stata costruita dal legislatore con criteri che prescindono dalle specifiche e contingenti peculiarità delle effettive modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, nonché dalle concrete condizioni socio-economiche del mercato del lavoro. In questa chiave vanno interpretati ed applicati i concetti di «attività svolta», «categoria di appartenenza» e «ricollocabilità». Quanto all’attività svolta, va preso in considerazione il tipo di attività nelle sue generali connotazioni, indipendentemente dalle condizioni contingenti e peculiari dell’organizzazione del lavoro in cui in concreto il danneggiato operava. La nozione di categoria di appartenenza è definita espressamente dal legislatore e, comunque contenendo il riferimento al «complesso delle attività adeguate (…)», è necessariamente da rapportare alla generale configurazione delle attività stesse. Per quanto attiene alla ricollocabilità, va osservato che il riferimento alla «possibilità che le residue capacità psicofisiche siano utilizzabili (…)» prescinde dall’effettivo ricollocamento e, quindi, la ricollocabilità va valutata con riguardo esclusivo alle potenzialità lavorative del soggetto, tenendo conto anche dei risultati degli interventi riabilitativi effettuati nonché dei benefici che il soggetto può ricavare dagli interventi di supporto ambientali e dai servizi di sostegno effettivamente fruibili”.

 

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