L’aggressività normativa

L’aggressività normativa

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

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L’aggressività può definirsi come un insieme di azioni dirette a infliggere sofferenze fisiche o morali, anche quale possibile rivalsa e compensazione per reali o presunte frustrazioni e torti subiti, in realtà l’aggressività non dipende se non in parte dalle emozioni sebbene possano essere strettamente intrecciate tra loro, l’aggressività è tuttavia vista anche come mezzo per imporre una presenza, ottenere un’attenzione altrimenti negata (Lubek), circostanza che ci  induce a considerare possibili diversi parametri di giudizio.

Lorenz considera l’aggressività insita nella specie umana quale un qualsiasi altro animale, ma mentre in questi la natura ha avuto il tempo di sviluppare capacità inibitorie verso la propria specie, l’evoluzione mentale della specie umana nello sviluppare capacità tecnologiche crescenti non ha fornito il tempo per un pari sviluppo inibitorio, portandoci sull’orlo del caos tanto da indurre Freud ad affermare l’esistenza di un istinto autodistruttivo nella nostra specie, deve comunque riconoscersi che il livello di aggressività dipende dalle circostanze storiche ed è frutto di un contesto culturale (Mead), che si manifesta nelle occasioni del quotidiano, i vantaggi che se ne ricavano permette il suo affermarsi nel gioco sociale di assicurarsi ricompense ed evitare punizioni.

Se il sistema di sanzioni può in tale gioco controllare l’aggressività non rendendola premiante (Walters), il fatto di credere di avere il diritto se non il dovere di ripagare un’offesa o la reazione emotiva della rabbia possono rendere inadeguato il principio della punizione, su questo incidono quelle che Bandura definisce come abilità sociali acquisite dai modelli imitativi violenti, dove non solo vi è l’insegnamento ma anche la riduzione dell’inibizione con la dimostrazione dell’efficacia e produttività di un’azione aggressiva, altrettanto può avvenire con effetto opposto quale inibitore dell’aggressività nei modelli pacifisti (Donnerstein).

Sebbene non vi sia sempre una diretta correlazione tra  frustrazione e aggressività, vi sono delle ipotesi in cui questo rapporto è incontestabile come nel caso dell’arbitrarietà dell’agente di frustrazione e il suo progressivo accumularsi (Berkowitz), uno dei fattori scatenanti è l’attivazione emotiva, di cui la frustrazione ne fa parte, con la definizione che l’individuo assegna a tale emozione, se poi la risposta dominante è l’aggressività altrettanto lo sarà la risposta, come nell’ipotesi dell’abuso dell’alcool in cui è la sua definizione sociale determinante sul comportamento, permettendo al singolo di scaricarsi di qualsiasi responsabilità (Galles).

Dall’insieme di queste osservazioni l’aggressività è stata anche definita come una prestazione sociale, nella quale vi sono dei copioni prestabiliti ed una scenografia (Averill) che vengono a modificarsi con il mutare storico e culturale, non essendo l’aggressività nella maggior parte delle volte connotata nel sociale positivamente si tende a definirla altrimenti, quale difesa o punizione, da chi ne fa uso, vi è pertanto la necessità di dimostrare l’incongruenza dell’azione rispetto al contesto, questo è sostanzialmente alla base delle negoziazioni che avvengono nelle scenografie dei tribunali, si realizzano pertanto dei copioni culturali nel regolare l’espressione dell’aggressività tanto nell’ambito privato che pubblico, stabilendo i contesti in cui è tollerata se non richiesta (Greenblat), una volta adottato il modello è difficile porre termine al copione in atto.

Se la frustrazione di per sé non costituisce elemento sufficiente per sviluppare una reazione aggressiva in presenza di inibizioni apprese nel corso della propria socializzazione, non può negarsi una base istintuale (Dollard-Miller) a cui si contrappone l’elemento deterrente della rappresaglia sociale quale contraltare ai benefici di un suo utilizzo (Bandura), tuttavia l’accumulo dell’aggressività deve trovare risposta (Freud), che può risolversi nella ricerca di un “capro espiatorio” fornito di una scarsa capacità di reazione, resta comunque l’aspetto culturale dell’aggressività come risposta appresa, che nella teoria dell’apprendimento viene portata all’estremo limite della negazione di qualsiasi proprietà istintuale (Bandura), come nell’ipotesi di de-umanizzazione della vittima e della distribuzione della responsabilità.

Emerge chiaramente la radice culturale la quale è talmente parte del sé che viene data per scontata, tanto che si tende a non riflettere sugli aspetti che favoriscono l’aggressività stessa e solo nel momento del raffronto con altre culture si consapevolizzano le peculiarità in cui esiste e si manifesta, evitando sentimentalismi ed etnocentrismo si può considerare l’aggressività insita in una determinata cultura come appropriata al contesto che la esprime, consegue la necessità di modificare il rapporto ambiente cultura nel cercare di modificare i termini dell’aggressività di cui il sistema normativo e l’apparato che su di esso poggia ne è al contempo espressione e continuazione, la cultura è quello che viene considerato appropriato e condiviso da un gruppo distinguendosi pertanto nettamente dalle opinioni ed abitudini individuali.

Tuttavia nel conformarsi alle aspettative culturali vi sono notevoli variazioni individuali, che rientrano comunque entro prevedibili limiti accettati socialmente e di cui molte volte non ci rendiamo conto (Durkheim-Asch), sebbene ci opponiamo alle opinioni della maggioranza, ogni società ha una serie di valori e norme a cui riferirsi nel reagire emotivamente a determinate circostanze le quali possono essere adattive, non adattive o anche neutre per il successo non solo del singolo ma della società nel suo insieme, sebbene non tutte le convinzioni e comportamenti possono essere coerenti e quindi integrati vi deve essere e persistere una certa coerenza cognitiva, tanto che le culture devono possedere oltre alla adattività e capacità di integrazione la mutevolezza, in particolare nei momenti di crisi dove i cambiamenti possono essere stimolati da piccoli esperimenti (Chibnik).

L’aggressività è pertanto un prodotto culturale e come tale anche frutto del sistema normativo e delle aspettative ed occasioni che crea, oltre di coloro che lo gestiscono, i quali tendono ad abusarne per i loro fini utilitaristici, spingendo ulteriormente ad una conflittualità già di per sé latente, quale portato di una cultura aggressiva comunque premiante, i diritti rivendicati diventano occasioni per legittimare l’espressione della propria aggressività intesa come affermazione personale, che nella nostra società viene parametrata come un utile finanziario, la norma evidenzia quindi accanto all’aspetto giuridico quello economico in una “aggressività ritualizzata”, frutto del collassare dell’aggressività comunitaria propria del ‘900 in una miriade di aggressività individualiste, il sapere normativo non può più ridursi al tecnicismo giuridico, dovendo estendersi ad una comprensione del contesto socio-economico e dei suoi ambigui rapporti con il sistema normativo, dove necessita un bilanciamento dei diritti individuali evitando che il riconoscimento di un diritto si risolva nella compressione dell’altrui diritto arrivando a trasformarlo in dovere altrui, dove il fattore fondamentale della società attuale la sua complessità, basato sulla coppia organizzativa “flessibilità-rigidità” (Cesareo), trasformazione e adattamento, diventa in realtà una “occasione giuridica”.

Questo alternarsi tra aggressività individuale e collaborazione, questo ondeggiare del sentito sociale poggiato sulle possibilità offerte dalla tecnica secondo un modificarsi del concetto relazionale di etica e valore, si rintraccia anche in ambito finanziario dove negli scenari di crisi la collaborazione diventa vincente, come dimostrato dalle ricadute positive dei fondi socialmente responsabili (FSR) nei cicli negativi rispetto alla sensibilità dei fondi convenzionali all’andamento dei mercati in cui risultano rapidi nei momenti espansivi ma altrettanto sensibili alle crisi, circostanza dovuta ai rapporti più stabili e meno speculativi propri dei FRS (F. Gangi- C. Trotta, Etica e valore: politiche di selezione e relazione rischio/rendimento dei fondi socialmente responsabili, 61-75, in E.&M.-SDA Bocconi, Etas 5/2010).

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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