Il punto di vista di un economista d’impresa nella procedura di amministrazione controllata: la natura momentanea o strutturale della crisi d’impresa ; il rientro in bonis

Il punto di vista di un economista d’impresa nella procedura di amministrazione controllata: la natura momentanea o strutturale della crisi d’impresa ; il rientro in bonis

di Redazione

Versione PDF del documento

Scopo delle riflessioni che seguono e quello di elaborare una metodologia di valutazione, dal punto di vista di un economista di impresa, che permetta di stimare se un’impresa, al termine della procedura di amministrazione controllata ha recuperato e di quanto la propria capacità di adempiere regolarmente alle obbligazioni contratte.

Mentre nel fallimento l’azienda non è in grado di soddisfare le ragioni dei propri creditori né per il presente , né per il futuro, nell’amministrazione controllata le difficoltà finanziarie sono, o dovrebbero essere, di natura transitoria e non strutturale .

Allo scopo di misurare questo momentaneo deficit di capacità d’impresa si utilizzerà come indicatore il capitale circolante netto , se ne descriverà il meccanismo di formazione e la capacità di analisi. L’esposizione sarà assai discorsiva , anche allo scopo di permettere la comprensione a chi è a digiuno di tecniche di finanza aziendale.

Nei bilanci contabili lo stato patrimoniale può essere osservato considerando le passività di impresa come fonti di finanziamento dell’attività economica , mentre le attività come modo di impiegare le fonti medesime. Cosi quando ad esempio un socio effettua un prestito esso costituisce simultaneamente una passività , perché la società ha contratto un debito verso i soci, ed un’attività rilevata dal c/c bancario dove la somma è stato depositata ; quando quest’ultimo verrà utilizzato per l’acquisto di merci diventerà un’attività-magazzino; con le vendite si trasformerà in attività – credito; con il relativo incasso tornerà ad essere il c/c originario terminando il ciclo . L’esempio da un idea sufficientemente precisa come tutti i fatti economici aziendali passino attraverso lo stato patrimoniale, modificando continuamente la sua struttura sia da un punto di vista quantitativo (valore complessivo delle attività/passività) che qualitativo (modificazione nella composizione fonti/impieghi).

Un’altra prospettiva con la quale può essere osservato è quella di considerarlo in una sequenza continua nel tempo -tre mesi , sei mesi, un anno- . Lo stato patrimoniale altro non è che un inventario, sia pure esposto in termini riassuntivi; diventa pertanto intuitivo come la differenza fra un inventario iniziale ed un inventario finale misuri il grado di arricchimento (o depauperamento) dell’azienda . Infatti la differenza fra due stati – iniziale e finale – da esattamente l’utile realizzato nel periodo ed espresso analiticamente dal Conto Economico (qui ignoriamo il processo di distribuzione degli utili). Sempre osservando le poste ivi rappresentate come fonti di finanziamento e destinazioni delle stesse, la sequenza temporale verifica la loro evoluzione permettendo di ricostruire sinteticamente il circuito dei flussi finanziari d’impresa anche senza ricorrere alla loro analitica rilevazione.

Come in ogni inventario il saldo fra le attività /impieghi e le passività /fonti da luogo ad una differenza che nei bilanci contabili viene denominata patrimonio netto . Più precisamente esso è costituito dalla differenza fra il totale delle attività e le fonti di finanziamento di proprietà di terzi. E’ importante tenere presente che il patrimonio netto, ai fini che qui interessano, non deve essere considerato un valore ex ante, così come la rappresentazione in bilancio induce a credere, ma un valore ex post, ottenuto residualmente una volta inventariati e stimati tutte le attività aziendali ed i debiti verso terzi . Ciò appare ancora più importante nella procedura di amministrazione controllata poiché i valori inventariati devono essere iscritti a costi di funzionamento, cioè considerando i beni in attivo ai prezzi correnti di mercato e le passività ai valori di presumibile esborso . La procedura deve infatti valutare il grado di crisi finanziaria dell’impresa . intesa come squilibrio fra debiti contratti e impieghi realizzati con gli stessi. Non ha senso considerare gli immobili, rimanenze , attrezzature etc. ai valori storici , magari maturati in anni passati in presenza di tassi di inflazione a due cifre, con posizioni debitorie originatesi solo di recente.

Fatte queste precisazioni è possibile definire un’impresa in stato di dissesto, prossima al fallimento, quando presenta un patrimonio netto negativo, in cui cioè i debiti verso terzi superano tutte le attività aziendali. Tuttavia anche la presenza di un patrimonio netto positivo, ma a valori insufficiente, può generare difficoltà finanziarie La sua scarsa entità , rapportata alle necessità aziendali, rappresenta un primo indicatore dello stato di crisi dell’impresa. Si pensi, ad esempio, alla difficoltà di introitare in tempi ragionevoli un credito di rilevante entità, ciò non incide sul valore del PN ma sicuramente crea difficoltà nella gestione dei flussi di tesoreria .

Una prima linea netta di demarcazione fra uno stato di dissesto finanziario ed uno stato di momentanea difficoltà di adempiere è pertanto dato dall’esistenza o meno di un patrimonio netto, mentre la misura del grado del dissesto è offerto dall’importo del deficit di PN come sopra determinato.

E’ intuitivo comprendere che investimenti in capitali cosiddetti fissi debbano essere finanziati con fonti a lunga scadenza , almeno di pari durata. Acquistare un capannone industriale ricorrendo ad un fido bancari determinerà una stato di dissesto in tempi assai brevi. Una stabilità finanziaria di lungo periodo è pertanto quella che si realizza quando viene posta in essere una precisa relazione temporale fra le scadenze dei debiti di proprietà di terzi e la capacità degli impieghi di farvi fronte ; nel nostro esempio banale, quando gli investimenti in capitali fissi vengono effettuati con capitali propri (il patrimonio netto) e/o debiti a lunga scadenza .

Lo strumento più idoneo a misurare il grado di stabilità finanziaria di un impresa ed il suo evolversi nel tempo è il Capitale Circolante Netto , definito come la differenza fra fonti di finanziamento propri e di terzi ma a lunga scadenza da una parte , e gli impieghi immobilizzati dall’altra – Fig. 1 -. Il valore espresso offre sicuramente il pregio della brevità e della coerenza . Un valore positivo sta a significare che le fonti di finanziamento a lungo termine riescono , una volta finanziate le attività a lunga scadenza, anche a finanziare gli impieghi a breve ( magazzino, clienti etc.). Oppure ed è lo stesso (vedi fig. 1), tutti gli impieghi a breve e media scadenza riescono a generare liquidità necessaria al pagamento dei debiti a breve . L’impresa ha la capacità di generare flussi finanziari di entrate pari ai flussi di uscita .

Utilizzando il capitale circolante netto sia nella fase di giudizio/parere del Commissario sull’ammissibilità dell’impresa all’Amministrazione Controllata , sia nella fase del giudizio finale sulla rientro in bonis e cioè sulla sua capacità di onorare normalmente a tutte le obbligazioni contratte, si offre la possibilità a giudici, avvocati e creditori, che non sono dei professionisti di finanza aziendale, di comprendere in maniera semplice e concisa l’andamento della procedura prima durante e dopo il suo svolgimento.

Nella pratica professionale , l’uscita dall’amministrazione controllata può avvenire :

perché la società ha accumulato risorse , attraverso gli utili realizzati,

perché è intervenuto un finanziatore esterno ;

perché i creditori hanno accettato di dilazionare nel tempo le scadenze delle proprie ragioni creditorie;

Perché hanno accettato uno stralcio ai propri crediti;

Perchè si utilizzano alcune o tutte le possibilità indicate nei punti precedenti.

In tutti questi casi altro non si sta facendo che ripristinare o migliorare l’importo del capitale circolante netto .E’ infatti indubbio che una riduzione dei crediti scaduti significa un aumento del capitale netto (attività totali meno debiti di proprietà di terzi ) e quindi aumento del CCN; una dilazione dei debiti in scadenza significa spostare posizioni a debito dal breve al lungo periodo , anche qui siamo in presenza di un aumento del CCN; finanziamenti esterni, siano essi apporti di capitali o prestiti a lunga scadenza, sortiscono lo stesso effetto sul CCN. In ultima analisi tutte le soluzioni adottate nella pratica professionale rispettano il precetto espresso di un ripristino del capitale circolante netto positivo.

In conclusione tutte le condizioni poste per considerare un’azienda risanata passano attraverso il Capitale Circolante Netto la cui evoluzione, nell’ambito della procedura , misura il grado di crisi in fase di pre-ammisione e quello dei risultati raggiunti in fase di uscita dalla procedura.

R. Partiti

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!