Il populismo ed il sovranismo ( in Italia) ed i nazionalismi in genere come conseguenza della crisi dell’intermediazione

di rosalba ambrosino
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Indice:

  1. La genesi
  2. La disintermediazione e la crisi della rappresentanza democratica
  3. Potremo parlare di un ordine politico populista e sovranista?
  4. Conclusioni

La genesi

Analizzando la storia dei  grandi processi di globalizzazione[1]  ci accorgiamo che questi hanno sempre portato all’accentuarsi dei fenomeni del populismo e del  sovranismo[2]. Ciò si è accaduto già precedentemente allo scoppio della prima guerra mondiale quando si verificarono una serie di scoperte tecnologiche, di grandi aperture culturali, di spostamento di capitali,  di grandi disuguaglianze socio-economiche e paure, tanto da far  chiudere i popoli nei loro nazionalismi e da causare la prima guerra mondiale.

Non volendo soffermarsi sulle prime esperienze populiste del narodnicestvo di M.A Bakunin e A.Herzen  e del People’s party statunitense, e cioè sui fenomeni che si sono manifestati nella Russia zarista della seconda metà diciannovesimo secolo e negli Stati Uniti tra l’800 ed il 900, non si può non far riferimento alle forme paradigmatiche che ci sono manifestate in Europa negli anni Quaranta  e Cinquanta del XIX secolo quali Il fronte dell’uomo qualunque e il poujadismo francese.

In particolare il primo, fondato in Italia dal giornalista Guglielmo  Giannini nel 1944, si caratterizzava per la sua forte vocazione anti-politica con una forte critica verso la democrazia rappresentativa e dei  professionisti della politica che operavano a scapito della gente comune

Giannini, infatti, combattè i mestieranti della politica ritenendo che ogni cittadino potesse dedicarsi a quella che definiva una semplice amministrazione.

Da qui le proposte, tornate oggi di moda, di sostituire alle elezioni il sorteggio ed il cittadino, l’uomo qualunque per l’appunto, ai mestieranti della politica

Il fronte dell’uomo qualunque ebbe però breve storia in quanto dopo il grande successo delle elezioni del 1946 si dissolse  dopo l’insuccesso riportato nelle successive elezioni del 1948

Allo stesso modo dopo il secondo dopoguerra gli Stati hanno vissuto  grandi fenomeni di integrazione che hanno causato la grande crisi finanziaria di fine millennio che, seppur risolta grazie alla cooperazione internazionale, ha comportato grosse disuguaglianze nella crescita dei redditi.

Venendo ai tempi più recenti una successiva fiammata populista[3] si  verifica intorno agli anni Ottanta del secolo scorso con realtà quali quelle di A. Fujimori in Perù o H. Chàvez in  Venezuela, di C. Menem in Argentina, di I.Lula da Silva in Brasile,ed ancora il Partito della Libertà di  J.Heider in Austria, il Reform Party di R.Perot negli Stati Uniti o a Syriza di A. Tsipras in Grecia.

Il populismo ed il sovranismo hanno goduto, poi, della forte tensione causata dell’euroscetticismo. Il primo perché ha trovato in esso un capro espiatorio per i mali della società; il sovranismo perché ha visto nell’”altro ordinamento” un nemico da combattere per riaffermare la propria identità.

Il processo che lega le istanze collettive alla rappresentanza entra in crisi,infatti, anche a causa dell’ingresso degli Stati europei nell’Unione europea e  quindi in una dimensione diversa, sovranazionale, dove il cittadino soffre ancor di più per un ulteriore livello di governo territoriale che comporta il suo allontanamento dal piano decisionale. Non si è verificato, infatti,  in Europa un accrescimento qualitativo della sovranità popolare che, viceversa, si è sentita ancor più frustrata.

Insomma anche su scala sovranazionale risulta  danneggiata la visibilità del popolo; questo scollamento tra lo Stato – comunità e lo Stato -apparato si acuisce a causa di un processo di integrazione tecnocratica[4] risultata incapace di recepire le esigenze delle popolazioni coinvolte.

La disintermediazione e la crisi della rappresentanza democratica

Processo ulteriormente amplificato dalla crisi dei partiti politici e da una più forte vocazione individualista tipica degli strumenti  della democrazia diretta.

Un populismo nuovo, però, che non è più contro l’autorità ma un populismo che è alla ricerca di nuovi spazi di partecipazione democratica; una sorta di populismo democratico che rappresenta  prevalentemente frustrazioni di natura sociale ed economica.

Non a caso alcuni autori hanno parlato di post democrazia[5] politica  nelle  mani di potentati economici e di professionisti esperti in tecniche di comunicazione

In questo contesto il popolo sovrano si sente passivo, apatico e tende a realizzare forme di auto-rappresentanza e autogoverno.

Se precedentemente, altri periodi di crisi erano stati risolti dallo stesso “sistema Europa”; adesso la crisi finanziaria[6] e la forte debolezza dei mercati e degli Stati sono stati terreno fertile per i sovranisti del Nord Europa ed i populisti dell’Europa meridionale che hanno attaccato i partiti tradizionali indeboliti dalla crisi economica.

È quanto successo in Ungheria con Viktor Orban che ha accentuato le sue posizioni oltranziste grazie all’euroscetticismo, o quanto accaduto in Polonia con l’assunzione di una serie di riforme illiberali tanto da spingere la Commissione europea ad attivare una procedura di infrazione, ed ancor peggio quanto accaduto nel Regno Unito con la Brexit dove anche il partito conservatore, pur di non perdere consensi, si è spostato su posizioni euro critiche

Da qui l’esito del referendum che ha portato gli inglesi ad uscire dall’Unione.

Stesso fenomeno si è verificato in Italia con il Movimento 5 stelle  che ha trovato un ampio consenso elettorale anche nella sua lotta contro i partiti tradizionali[7] nonostante l’Italia vanti una democrazia molto più forte.

Ciò è stata la ragione del successo anche della Lega che ha puntato sulla incapacità dell’Unione di gestire il fenomeno dei migranti[8]

Con le elezioni politiche del marzo 2018 diventano, infatti,  maggioritari in Italia due partiti che per forma, funzionamento e ruolo, sono totalmente diversi dalle altre forze che siedono in Parlamento.

Sono il  Movimento 5 Stelle e la Lega che ben  rappresentano fenomeni quali quelli del populismo e del sovranismo e perciò due forze politiche che mirano all’affermazione incontrastata della volontà del popolo nell’ambito istituzionale.

I populisti in particolar modo si sentono investiti di un compito messianico che non accetta mediazioni di nessun tipo. Le mediazioni rappresentano[9] per il populismo un ostacolo alla realizzazione dell’unico aspetto rilevante e cioè la volontà del  popolo in quanto esso è portatore della decisione giusta e meritevole di  realizzazione[10]. E’ evidente il forte contrasto con il costituzionalismo, dove la volontà popolare si estrinseca attraverso i principi democratici ed è soggetta al tempo stesso ad una serie di limiti;   deve, infatti,  esplicitarsi attraverso forme predefinite e non può violare principi, valori, diritti, e doveri costituzionali[11]

La caratteristica principale del populismo di questo secolo non è il contenuto proposto,  ma il metodo seguito e specificatamente quello dell’individuo che si propone senza più la mediazione sociale e politica, di soggetti terzi grazie l’ampliamento delle capacità espressive reso possibile dalle nuove tecnologie.

La rete Internet garantisce la possibilità per chiunque di  accedere a qualsiasi informazione  con una velocità ed una disponibilità di dati che fino ad alcuni anni fa erano impensabili. Allo stesso modo permette di produrre contenuti nella rete, di scrivere, di  esprimersi, di  manifestare la propria opinione senza più intermediari tradizionali ( giornali, partiti, tv..). La rete ha, difatti, eliminato una serie di limiti all’esercizio delle proprie libertà.

I leaders di partito entrano nella scena politica in modo diretto e istantaneo senza passare per i normali canali di intermediazione.

Ma se i canali d’intermediazione si sono ridotti, non sono certamente scomparsi. Ce ne sono di nuovi rispetto al periodo pre-rete. Il cittadino infatti non è in grado da solo di raccogliere, di  selezionare ed analizzare la totalità dei dati  che sono in rete;  ci sono perciò altri soggetti che con altri metodi e forme fanno questo lavoro finalizzato a ridurre la complessità: sono i motori di ricerca, le banche dati, gli algoritmi.

L’assenza di un confronto fisico e reale ha dato luogo, a sua volta, ad una  nuova” informalità”; ha spezzato gli schemi sociali propri di una collettività variegata e complessa, offrendo  ai fruitori della Rete stessa la percezione dell’ assenza di differenze sociali, economiche, culturali, politiche tra gli individui; da ciò il cd. principio “ uno vale uno” di derivazione populista[12].

Quando poi il prevalere della volontà popolare non è più imposto solo internamente ai confini dello Stato ma questa volontà viene considerata prevalente anche fuori dai confini statali, e quindi imposto in un ambito europeo ed internazionale,  abbiamo allora che si manifesta l’elemento sovranista.

Potremmo descrivere infatti populismo e sovranismo come un medesimo fenomeno e cioè quello della prevalenza, su tutto e su tutti, della volontà del popolo senza alcun vincolo e alcun limite, né quello interno né quello esterno. Oppure come scrive Lucarelli un populismo di “destra”, teso all’autoritarismo e all’etnicismo ed un populismo di “sinistra” perché più attento alle differenze sociali[13]. In ogni caso ,un attacco “ai limiti” imposti  all’esercizio del potere pubblico, un pregiudizio per il costituzionalismo.

Chi si oppone alla politica populista e  sovranista eè considerato un nemico della patria o meglio un nemico del popolo; da ciò la necessità di attaccare i principi democratici che ammettono  e garantiscono il pluralismo.[14]

Potremo parlare di un ordine politico populista e sovranista?

Il populismo ed il sovranismo potrebbero portare ad un nuovo ordine sociale se naturalmente potessero godere di un sostegno elettorale costante da parte del popolo quand’esso  rimanesse  convinto della bontà delle proposte e ne vedesse  anche la realizzazione.

La loro azione di governo è però già  limitata da una serie di vincoli formali e materiali dovuti: dai dettami della Costituzione, dai vincoli dettati dall’Unione europea, dagli obblighi internazionali e dall’elevatissimo debito pubblico;  ma anche dalle loro scelte di governo, spesso poco attendibili ed, ancor più  spesso, di difficile realizzazione.

Ancora, per le caratteristiche  di un sistema costituzionale e parlamentare che costruisce e delegittima un numero elevato di governi a causa delle patologie del parlamentarismo assembleare.

Grazie al consociativismo, però, nei due decenni, dal 1990 al 2010, si sono avute solo rotture momentanee e quindi abbiamo avuto  governi scelti dal popolo, ma non in quanto  eletti direttamente dal popolo ma perché sostenuti in Parlamento da maggioranze scelte dal popolo.

Ciò sino al 2011 quando si è avuta una rottura con il passato e una forte adesione a politiche liberali e concorrenziali; sono saltati, perciò, gli schemi che classificavano le forze politiche  di sinistra, di centro o di destra e si è avuta una forte polarizzazione: quella del popolo contro l’èlite.

È semplicistico pensare, però, che l’avanzata dei populisti e dei sovranisti sia fondata solo su accuse morali e legali ai parlamentari definiti come ladri, mafiosi, traditori ed in ogni caso incapaci di trasmettere le istanze sociali a livello decisionale perché soddisfatti da una visione oligarchica[15];  impegnati solo nell’organizzazione delle elezioni, nella cooptazione del personale politico; insomma più interessati a conquistare il potere ancor prima che governare.

Inizialmente l’oggetto dell’attacco populista è invece stato scatenato dal  non permettere più di concretizzare la volontà del popolo e ciò nella sua battaglia fuori dal partito e contro il Parlamento. Successivamente, però, il conflitto ha interessato  anche l’organizzazione interna dello stesso movimento quando, cioè, gli stessi parlamentari non rispettavano la volontà formatasi nella base, attraverso la piattaforma Rousseau

Questo, in realtà, ha portato al formarsi di una verità che non è nemmeno più quella del popolo ma di un’ èlite, quella della classe dirigente che afferma di rappresentarlo in via esclusiva

Ma il consenso populista e sovranista che raccoglie la protesta sociale, economica e culturale di diverse parti del paese sa che questa diversità è difficile da gestire e, se anche genera un’iniziale forte consenso, incontra poi una serie difficoltà nel momento in cui si devono assumere delle scelte concrete. Si crea perciò una dicotomia tra la fase programmatica e quella di adozione delle decisioni politiche che non riescono ad essere così radicali come quelle indicate in fase pre- elettorale

Non potendo puntare su una modifica istituzionale immediata si tenta, perciò, di mantenere il consenso attraverso la legittimazione di una società “egualitarista” e “automatizzata”[16].

Sono eliminate le distinzioni per merito per non creare frustrazioni; sono semplificati i ragionamenti derubricando la politica al buon senso e legittimata una visione metagiuridica della società in modo da sopraffare  il  pluralismo che rappresenta la grande minaccia alla sopravvivenza del populismo-sovranismo.

Insomma si è creato un elettore automatico e programmato ed in questo modo rassicurato da un ripetersi in eterno dello stesso ciclo.

Tutto ciò non è comunque bastato a mantenere il successo elettorale del 2018.  In effetti dopo la costante ascesa politica dal 2013, quando alle elezioni politiche il Movimento risultò la  seconda lista più votata, sino al grande successo del 2018 quando, sempre alle politiche, il Movimento ottenne il 32% dei voti -divenendo così il primo partito in Italia; nel 2019  inizia un costante calo visto che, rispetto alle precedenti percentuali di voto, alle europee del 2019 esso  conquista uno stentato 17%. Il grande tonfo si è avuto con le amministrative del 2021 quando, nonostante le aspettative non fossero positive, visto che era in atto una riorganizzazione del Movimento,in effetti i risultati elettorali,  anche nelle città già un governate dal Movimento, sono stati estremamente deludenti, attestandosi intorno a percentuali del  4- 5%.

Fa, invece, il suo ingresso in politica come movimento nel 1989 la Lega Nord, come aggregazione di diverse formazioni regionali e autonomiste e con un disegno politico ben preciso:  quello di uno Stato con una forte vocazione regionale, o meglio federale, e di una maggiore autonomia politico- amministrativa dal centro;  concetti che vedremo poi torneranno anche nei confronti  della governance europea.

Dopo un significativo successo alle diverse tornate elettorali  tenutesi negli anni ’90, subisce un forte decremento, a causa di un eccessivo isolamento, che portò l’allora segretario di partito, Umberto Bossi, a cambiarne la linea politica.

Sempre caratterizzata da questa forte connotazione federalista, la Lega Nord si avvicinò alla compagine del  centrodestra raccogliendo un discreto successo.

Conobbe poi un altro periodo di crisi nel primo decennio di inizio secolo. Dopo altalenanti vicende, alle elezioni del 2018 si presentò in coalizione con il centrodestra che ottenne il 37% dei voti, mentre la Lega si attestò al 17% risultando così il partito più votato della coalizione.

Con queste elezioni difatti però la Lega di Bossi non esisteva più; di essa era rimasto solo lo statuto: nasceva infatti la Lega di Salvini che ne ha fatto una forza nazionale.

Egli ha messo da parte i temi della secessione e della devolution per cavalcare altre paure degli italiani quali quella della presenza degli immigrati( in quelle elezioni la percentuale di voto più alta fu raggiunta proprio nelle province in cui era più alta la presenza di stranieri) e quella dell’euroscetticismo[17]. Infatti tutta la campagna elettorale della Lega fu fortemente incentrata sulla critica al futuro dell’Unione Europea e sulla sua incapacità a gestire la crisi dei rifugiati.

Anche a causa di una forte volatilità del voto, tipica dei nostri tempi, si verificò così un ribaltamento dei consensi elettorali con la Lega  che raggiunse il 34,3% dei voti, raddoppiandoli rispetto alle politiche del 2018 ( + 16,9%). Risultati che dimostrarono la scelta vincente del suo leader nel trasformare un partito, da semplice portatore delle istanze del Nord, in una forza politica nazionale , con una piattaforma basata sui temi, molto sentiti nel contesto italiano, quali quelli della critica all’Unione europea e del forte contrasto all’immigrazione.

Successivamente a causa delle divergenze tra gli stessi, anche a causa de larghissimo consenso ottenuto alle elezioni europee del 2019,  si ebbe la dissoluzione dell’esperienza di governo cd. giallo-verde e  la Lega è passata all’opposizione.

Conclusioni

Non è detto però che il modo di relazionarsi delle due forze politiche esaminate si debba intendere sempre come un agire contro la rappresentanza e non anche un agire in parallelo alla rappresentanza, proprio con l’obiettivo di migliorarla e migliorare la vera essenza del Parlamento. Ciò attraverso forme alternative di azione rispetto ai classici partiti politici, come, ad esempio, attraverso associazioni, movimenti, quali inizialmente esse erano,  che possono permettere al cittadino di partecipare in alternativa al tradizionale canovaccio maggioranza -opposizione e divenire uno stimolo di crescita.

Le tensioni che si sono alimentate nei rapporti tra populismi e rappresentanza sicuramente hanno creato e creano delle tensioni costituzionali.  Si può lavorare allora, affinchè, esse non si dilatino a causa di una visione semplicistica, ma seguano processi di mediazione funzionale tra popoli ed istituzioni.

Per quanto il soggetto populista è sicuramente  un demos  antipluralista perché tende a declinare la sovranità popolare in forma semplificata, intesa come potere espresso dalla porzione degli eletti e quindi per nulla interessata dai complessi processi della rappresentanza ma interessata direttamente all’azione governo; nonostante ciò queste posizioni però possono sposarsi con modelli diversi di partecipazione democratica[18]

Si potrebbero incanalare queste forme di partecipazione, sicuramente critiche e poco organizzate, ma allo stesso tempo innovative, nelle categorie classiche del costituzionalismo per diventare forme eterodosse di partecipazione democratica. E’ purtroppo noto che tanti sono i Paesi nel mondo dove pur tenendosi regolarmente  elezioni non per questo sono garantite la libertà e la legalità delle istituzioni, dove il popolo è apparentemente sovrano tanto da parlarsi di democrazie illiberali[19].

Necessita allora più che mai parlare di limiti al potere e pluralismo istituzionale anche perché parte del circuito della decisione politica è al di fuori del rapporto Governo –Parlamento, cosi come difficilmente avremo dei Parlamenti autorevoli nei prossimi anni. Ecco allora che un importante ruolo di intermediazione potrebbe essere svolto da istituzioni quali la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, le Autorità indipendenti o anche gli enti territoriali ( pienamente legittimati sul piano democratico) cosi da arginare le peggiori  derive populiste quando finalizzate non a governare la moltitudine ma solo ad assecondarne la collera per mantenere immutato il proprio potere.

 


Note:

[1] A. Baldassarre, Globalizzazione contro democrazia, Laterza,2002;

[2] A.Lucarelli, Populismi e rappresentanza democratica, Napoli, Editoriale Scientifica, 2020,26”Un fenomeno antico che si ripropone, ciclicamente, in contesti diversi e soprattutto nell’ambito delle democrazie liberali fondate sul principio della rappresentatività, certe ormai di aver raggiunto un modello prossimo alla perfezione”

[3] M.Anselmi, Populismo. Teorie e problemi, Mondadori, Milano, 2017, passim

[4] P.Bilancia, La nuova governance dell’eurozona: alla ricerca del demos in F. Angelini, M. Benvenuti, ( a cura di) Il diritto costituzionale alla prova della crisi economica, Jovene, 2012,

[5] A. Arienzo e D. Lazzarich, ( a cura di), Vuoti e scarti di democrazia. Teorie e pratiche democratiche nell’era della mondializzazione, Napoli, E.S.I., 2012,18,”Il vuoto democratico appare negli spostamenti che emergono nelle relazioni tra economia e politica per come essi sono tematizzati nei discorsi contemporanei sulla governance. Tali spostamenti indicano una complessiva riorganizzazione nelle relazione tra economia e politica nella quale alla centralità della regolamentazione  e della mediazione politica e giuridico-legislativa ( sovranità) e dell’auto- regolazione politica ( la governance)  si sostituisce progressivamente un gioco dinamico tra attori pubblici e privati  che vive del primato dell’economia assunta non solo come scienza naturale/economica ma anche, forse soprattutto come scienza antropologica”

[6]  Per l’analisi della grave crisi  del 2011 ed il suo impatto sulla governance economica europea, R.Miccù, Crisi dell’eurozona ed identità costituzionale europea: dall’unione sempre più stretta alla disintegrazione?, in Studi in onore di Francesco Gabriele, Vol II, Bari, 2016,

[7] Vittorio Emanuele Orlando, Discorsi parlamentari, 1965,Bologna. In effetti già nel 1946 il giurista  parlava di “ pericoloso sovranismo dell’assemblea” e teorizzava nel referendum popolare, tipico istituto di democrazia diretta,  un modo per permettere la necessaria manifestazione della sovranità popolare,  conscio della fragilità del rapporto elettore ed eletto.

[8] F. Savastano, L’Unione europea ed il mondo globale: una scelta costituzionale irreversibile? in G.Allegri, A. Sterpa, N. Viceconte  ( cur.)  Questioni costituzionali al tempo del populismo e del sovranismo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2019,253,” I vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione europea sono infatti bersaglio facile e capro espiatorio cui additare le difficoltà che uno Stato si trova ad affrontare; si tratta di inserire il dito nella piaga delle disuguaglianze sociali giustificandole con la volontà contraria imposta da un ordinamento diverso e superiore, il tutto per attrarre consensi. E  qui ha gioco facile la retorica sovranista: perché dover limitare il potere di un governo legittimo, espressione di un Parlamento eletto dal popolo sovrano, con la volontà di un potere “esterno”, talvolta non del tutto facilmente comprensibile nelle dinamiche decisionali( perché poco rappresentato nella comunicazione nazionale e inerente tematiche per la cui analisi sono richieste conoscenze mediamente più elevate) e sotto certi aspetti caratterizzato da una legittimazione democratica più debole rispetto a quella interna?”.

 

[9]  A.Sterpa , Il teorema di Pitagora: come si rapportano Costituzione, populismo e sovranismo ? in G.Allegri, A. Sterpa, N. Viceconte  ( cur.)  Questioni costituzionali al tempo del populismo e del sovranismo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2019,16, scrive” Faccio riferimento in particolare al fenomeno sociale e quindi anche istituzionale della disintermediazione ossia della tendenza dell’individuo a proporsi alla ribalta sociale ed istituzionale senza la mediazione sociale e politica di soggetti terzi e anzi a  rifiutarla; un vero e proprio “direttismo” (ossia azione diretta) che si esprime attraverso l’ampliamento delle capacità espressive umane reso possibile dalle nuove tecnologie sia di comunicazione che di azione”

[10] A.Lucarelli, Populismi e rappresentanza democratica, Napoli, Editoriale Scientifica, 2020,16”La democrazia, nella sua essenza più profonda, ovvero quale sistema organizzativo del potere finalizzato alla centralità delle esigenze del popolo, non si esaurirebbe nella rappresentanza, ma la sua complessità avrebbe necessità di altri stimoli, strumenti, istituti.(…) come conciliare una rappresentanza politica e reale, tale da rendere effettivamente visibili i cittadini, i loro bisogni, con altre forme di democrazia a partire da quella partecipativa, declinata nelle sue dimensioni strutturate, spontanee ed occasionali”

[11] M.Mannetti, Costituzione, partecipazione democratica, populismo in Rivista AIC, n3, 2018,

[12] Fortemente critica la posizione dei giuristi riguardo a tale asserzione. Fra i tanti F. Pallante, Contro la democrazia diretta, Einaudi, 2020, passim “Insomma se vogliamo che la democrazia torni a dare delle risposte, a fornire dei feedback alle molteplici richieste della cittadinanza , occorre rafforzare, bilanciandolo adeguatamente, il suo legame con la scienza, con l’universo delle competenze. Per una ragione così lapalissiana da essere visibile finanche agli occhi di un  orbo: in una società complessa come la nostra, la risoluzione della maggior parte dei problemi richiede cognizioni scientifiche o tecniche che l’uomo medio( anche se istruito) non possiede. Uno vale uno può funzionare come slogan. Non per governare. Per quello ci vogliono le competenze, la lungimiranza, la ponderatezza, la solida forza di una visione”

[13] Lucarelli op. cit 46

[14] A. Sterpa,op. cit , 21, “ D’altronde la democrazia vive ammettendo tutte le posizioni politiche ossia garantendo la libertà di pensiero e di espressione finanche dei nemici della democrazia in quel “paradosso della tolleranza” che non uccide il principio democratico proprio perché c’ è la Costituzione a limitare la sovranità popolare”

[15] E’ l’eterna lotta tra democrazia ed oligarchia e per questi temi in Italia fra i tanti si veda G.Perticone, IL problema del partito politico , nel Politico vol.24 , 14959, Rubettino editore, 34”La formulazione e l’impostazione di questo problema come problema della libertà nei partiti, è fondata storicamente sull’evoluzione del partito politico nella società contemporanea: da presidi di libertà a strumento di oppressione in un regime oligarchico, più propriamente in un regime di assolutismo politico. Questa è la parabola del partito (…)

[16] Cosi è definita la società da A. Sterpa, op.cit, 40

[17]F. Serricchio, Il peso dell’Europa alle urne. In Itanes, Vox populi. Il voto ad alta voce del 2018, Bologna, Il Mulino, 147-164

[18] P. Rosanvallon, Pensare il populismo, Roma, 2017, 25

[19] A.D’Atena, Democrazia illiberale e democrazia diretta nell’era digitale, in Rivista AIC, n2 /2019, 2, “  A questo riguardo , un punto do riferimento obbligato è costituito dal discorso di Viktor Orbàn, il 25 luglio 2014, nell’Università rumena di Bàile Tusnad, in cui può, in certo senso, ravvisarsi il manifesto politico della democrazia illiberale.

In esso- tra l’altro, si legge: il nuovo Stato che noi stiamo edificando in Ungheria è uno Stato illiberale, uno Stato non liberale, il quale non respinge i principi fondamentali del liberalismo come la libertà e i pochi altri che potrei elencare, ma non fa di questa ideologia l’elemento centrale dell’organizzazione Statale”

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