Il fondo sociale europeo per una giustizia di “qualità”

Il fondo sociale europeo per una giustizia di “qualità”

Del Grosso Francesca

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Da tempo le strategie di modernizzazione delle amministrazioni pubbliche sono all’ attenzione dei paesi industrializzati, con l’obiettivo di porre un argine ai deficit fiscali e ridare ai cittadini la fiducia nel loro buon andamento.

Tra gli strumenti che si sono diffusi nel nostro paese a partire dagli anni novanta vanno rimarcati:il modello EFQM, gli standard ISO 9000, la Carta dei Servizi, il benchmarking e le tecnologie dell’ informazione e della comunicazione (ICT).

Per l’amministrazione della giustizia è obiettivo prioritario la riduzione dei tempi dei processi.

Una giustizia lenta mina la competitività del paese ed esprime il grado di civiltà complessiva incidendo sul tasso di protezione dei diritti. Perciò un ufficio giudiziario non deve trascurare il problema della riorganizzazione in termini di efficacia ed efficienza.

La necessità di intervenire in tale direzione è stata ricordata nelle relazioni del Governatore della B. I. del 31.5.07, e del Presidente della Corte di Cassazione all’ apertura del penultimo anno giudiziario.

Nella prima, si rileva che “ il confronto internazionale e quello interno al paese suggeriscono l’ esistenza di un problema di produttività degli uffici giudiziari.

La comparazione dei sistemi giudiziari e l’analisi economica indicano che l’organizzazione degli uffici giudiziari e il sistema di incentivi dei giudici incidono in misura rilevante sui risultati.

La scarsa diffusione delle tecnologie informatiche, il carente coordinamento tra personale amministrativo e giudicante, l’assenza di professionalità intermedie che assistono il giudice nella definizione dei provvedimenti incidono negativamente sull’ efficienza dei Tribunali”.

Si legge nella seconda relazione: “ tra le esigenze fondamentali della comunità primeggiano due priorità, il buon uso delle scarse risorse disponibili e la riduzione dei tempi del processo ”.

In tale quadro sicura centralità riveste la questione organizzativa; dai contributi delle associazioni nazionali dei dirigenti della giustizia italiana e dei magistrati (vedasi l’ efficace intervento del magistrato dr. Luca Minniti del 6/6/08) emerge la rilevanza dell’ autoanalisi delle organizzazioni per perseguire l’ eccellenza dei risultati.

L’ attività di innovazione dal basso (empowerment), in quanto basata sull’ autovalutazione e sui percorsi innovativi, implicherà una forte responsabilizzazione.

Infatti, nel contesto attuale, alle disfunzioni dell’amministrazione della giustizia si coniuga un’ insufficienza delle risorse, e pertanto è necessario elaborare moduli di efficienza diretti alla modernizzazione dell’ organizzazione giudiziaria.

In tal senso i più recenti disegni di legge sono finalizzati a ottimizzare la produttività del lavoro, in quanto incentrati sul premio del merito e sulla ridefinizione dei diritti e dei doveri del pubblico impiegato.

E’ inoltre importante la circolazione delle esperienze e dei risultati in modo da “favorire la nascita e lo sviluppo di una classe di professionisti di management pubblico, siano essi magistrati o dirigenti amministrativi, facendoli uscire dall’ isolamento organizzativo all’ interno del quale vivono professionalmente” ( G. Xilo).

Strumento essenziale per la riorganizzazione degli uffici giudiziari è il Fondo Sociale Europeo.

Il Fondo Sociale Europeo (FSE) è il principale strumento finanziario di cui l’Unione Europea dispone per investire nelle persone, per accrescere le opportunità di lavoro, potenziare l’istruzione e le competenze dei cittadini.

La realizzazione di tali finalità si scinde in due obiettivi. E’ il tema dell’ obiettivo convergenza “ ed obiettivo competitività ”.

Il primo interviene sul profilo occupazionale, promuovendo l’integrazione delle persone svantaggiate nel mondo del lavoro e i partenariati territoriali tra istituzioni e parti sociali e investendo in capitale umano attraverso il miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione con un orientamento verso le esigenze dei sistemi locali.

Il secondo mira al rafforzamento della capacità istituzionale e dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni a livello nazionale, regionale e locale.

L’ accesso ai finanziamenti si realizza attraverso la progettazione di uno o più programmi operativi che ogni Stato Membro concorda insieme alla Commissione Europea, la cui gestione, però, è decentrata e demandata alle organizzazioni partecipanti, tra cui figura anche la pubblica amministrazione.

Principi basilari del FSE sono il “cofinanziamento” : il sostegno economico viene fornito congiuntamente al finanziamento nazionale pubblico; e la “gestione condivisa”: mentre le linee guida per le azioni del FSE vengono stilate a livello europeo, la loro attuazione, viene demandata alle pertinenti autorità nazionali e/o regionali di ciascun stato membro.

Tali Autorità ( suddivise in Autorità di Gestione – Autorità di Certificazione – Autorità di Audit ) definiscono i programmi operativi ed in seguito selezionano e monitorano i progetti.

Per la pubblica amministrazione si crea la possibilità e l’occasione per la promozione di una forza lavoro competente e qualificata con un penetrante sostegno nel contempo all’ innovazione e all’adattabilità nell’organizzazione del lavoro.

Le linee di intervento dirette ai funzionari pubblici sono rivolte al miglioramento della qualità dei processi di programmazione, progettazione e gestione dei servizi pubblici. Ciò si traduce nella possibilità concreta di migliorarli sotto l’aspetto dell’offerta al pubblico, nella consapevolezza che la progettazione del cambiamento e dell’evoluzione del processo amministrativo favorisce il rapporto tra il personale e l’ utenza.

E’ così che il FSE diventa utile ed indispensabile strumento per la diffusione delle buone prassi nella p.a., tali intendendosi tutte quelle iniziative volte al miglioramento organizzativo ed al perseguimento della qualità attraverso l’autovalutazione delle problematiche esistenti ed una programmazione mirata degli interventi per la risoluzione delle stesse.

L’importanza di questi principi è stata recepita anche a livello legislativo e trasfusa nell’art. 23 della Legge 69/2009 “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, che recita :

1. Le amministrazioni pubbliche statali, individuati nel proprio ambito gli uffici che provvedono con maggiore tempestività ed efficacia all’adozione di provvedimenti o all’erogazione di servizi, che assicurano il contenimento dei costi di erogazione delle prestazioni, che offrono i servizi di competenza con modalità tali da ridurre significativamente il contenzioso e che assicurano il più alto grado di soddisfazione degli utenti, adottano le opportune misura al fine di garantire la diffusione delle relative buone prassi tra gli altri uffici.

2. Le prassi individuate ai sensi del comma 1 sono pubblicate nei siti telematici istituzionali di ciascuna amministrazione e comunicate alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica.

3. L’elaborazione e la diffusione delle buone prassi sono considerate ai fini della valutazione dei dirigenti e del personale.

4. In sede di Conferenza Unificata, di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, sono conclusi accordi tra lo Stato, le regioni e gli enti locali per l’individuazione e la diffusione di buone prassi per le funzioni e i servizi degli enti territoriali.

. . . Omissis . . . .

La recente “Direttiva del Ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione per una Pubblica Amministrazione di Qualità”, mostra attenzione alle best practices, quale spinta e strumento per il miglioramento della qualità e non solo del servizio in sé, ma dell’intera organizzazione, ponendosi l’ obiettivo di richiamare l’attenzione delle amministrazioni sulla qualità ed il miglioramento continuo, indicando l’autovalutazione della prestazione organizzativa quale punto di partenza obbligato dei percorsi di miglioramento continuo, in una prospettiva chiara di sviluppo della politica per la qualità nelle pubbliche amministrazioni.

Ciascuna p.a. deve saper valutare la propria prestazione organizzativa e pianificare i necessari cambiamenti in relazione alle esigenze anche avvalendosi delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie; non a caso la Direttiva parla di “missione istituzionale”.

Il messaggio che deve passare e concretizzarsi è la cultura amministrativa incentrata sulla qualità delle prestazioni e sul perseguimento di politiche territoriali di crescita.

Principio che va fatto conoscere ed inculcato nei pubblici dipendenti per sensibilizzarli ed aprirli al nuovo, ma va pure partecipato, dunque rivolto agli stakeholders affinché il dialogo verso un cammino di collaborazione venga ad instaurarsi parlando la stessa lingua, quella stimolante del miglioramento e del perseguimento della qualità attraverso la diffusione delle buone pratiche.

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