Ho provato gli smartglasses di facebook e luxottica: qualche considerazione in liberta’

di Luisa Di Giacomo, Avv.

Dopo un’iniziale reticenza, ho provato gli smart glasses, gli occhiali connessi che Facebook ha sviluppato insieme a Exilor Luxottica, l’azienda italiana che produce i Rayban, occhiali iconici degli anni ’80, che dopo una leggera flessione, sono ritornati prepotentemente sul mercato e sui nasi di tutto il mondo ormai da molti anni.

La gentilissima commessa del Rayban Store mi ha fatto provare vari modelli: dal classico Wayfarer nero con lenti da sole o finte da vista, a quelli con forme più arrotondate alla Harry Potter (i miei preferiti) a colori più trendy, come un blu scuro o un verde tenente al grigio. I prezzi variano da 309,00 euro del modello base, fino agli oltre 600,00 in caso di lenti da vista: vista la particolare tecnologia inserita nelle stanghette, chi ha bisogno di correzione refrattiva non può farseli fare dal proprio ottico, ma deve necessariamente commissionarle al momento dell’acquisto.

Per il funzionamento è necessario scaricare una apposita app, disponibile sia per Android sia per IOS e connettere gli occhiali al proprio smartphone. Dopo di che sarà possibile ascoltare musica, telefonare, scattare fotografie soltanto sfiorando la stanghetta, girare brevi video di massimo 60 secondi e condividere tutto immediatamente con le app dell’universo Facebook, ovvero Facebook stessa, Instagram, e WhatsApp.

Insomma un gadget che il buon Q consegnerebbe a 007 prima di partire per una missione, ma c’è da sperare che non si autodistrugga in trenta secondi, visto che non è proprio regalato.

Il mondo degli occhiali smart

Non è la prima volta che un Big Tech prova a sfondare nel mercato con occhiali smart. Nel 2013 ci aveva già provato Google, lanciando i Google Glasses, che però si rivelarono un clamoroso flop in quanto gli utenti non mostrarono di apprezzarne le funzionalità. Poiché non era chiaro se gli occhiali stessero registrando o meno, negli Stati Uniti il loro utilizzo venne vietato in bar e ristoranti e addirittura vennero sanzionati in caso di utilizzo alla guida.

Ma otto anni, in ambito tecnologico, sono un’era geologica, ed oggi non solo il mondo è cambiato, ma anche la percezione degli utenti ed il concern riguardo le problematiche relative al disagio di capire se gli occhiali stanno registrando o meno.

L’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha chiesto a Facebook chiarimenti, già dal mese di settembre, circa una serie di elementi relativi al trattamento dei dati personali effettuato da Facebook, prima della commercializzazione sul mercato italiano. In particolare, il Garante ha voluto conoscere la base giuridica del trattamento, le misure messe in atto per tutelare le persone riprese in via occasionale, con particolare riferimento ai minori, i sistemi adottati per anonimizzare i dati raccolti e le caratteristiche dell’assistente vocale installato sugli occhiali. Facebook si è dimostrato collaborativo, ed ha dichiarato immediatamente di aver inviato al Garante Irlandese le risposte ai quesiti, e presumiamo che siano state soddisfacenti, visto che gli occhiali sono sbarcati indisturbati sul mercato italiano.

Al di là delle considerazioni giuridiche in merito, che lascio in sedi ben più competenti, dopo aver provato gli occhiali, che alla fine non ho (ancora) comprato, mi è venuta in mente qualche riflessione.

Primo, il fallimento dei Google Glasses non implica che questo nuovo progetto di Facebook avrà la stessa sorte. Al di là dell’informazione della gentile commessa, secondo cui gli occhiali stanno “andando tantissimo”, i prezzi decisamente più contenuti (gli occhiali di Google costavano ben 1.500,00 dollari) l’allure modaiola e la pubblicità massiva potrebbero decretare un futuro diverso per la premiata ditta Zuckerberg-Del Vecchio.

Secondo, il 2013 era un secolo fa ed oggi siamo passati attraverso una pandemia che ha tradotto in realtà quello che credevamo esistesse solo nei film, ed ha accelerato la spinta tecnologica in maniera dirompente. Negli affari, come nella vita, oltre alla bontà del prodotto è fondamentale il tempismo, ed oggi, con l’intelligenza artificiale ormai calata nella quotidianità ed il metaverso alle porte, di certo nessuno si scandalizzerà per un gadget giocoso e alla fine divertente.

Terzo, a me il problema della privacy sembra un falso problema. O meglio è un problema realissimo e purtroppo di ardua soluzione, ma totalmente slegato dagli occhiali intelligenti. È vero che con gli occhiali sul naso, un terzo passante ignaro non si può rendere conto se qualcuno lo sta riprendendo in quel momento o meno. Ma è altrettanto ed innegabilmente vero che in un mondo perennemente connesso, non è possibile controllare la propria involontaria esposizione online in alcun modo.

Passeggiando per le vie di qualsiasi città, sui mezzi pubblici, al ristorante, al caffè, al cinema, a teatro, allo stadio, sulle piste da sci, alle manifestazioni di piazza, in qualsiasi luogo pubblico o situazione in cui ci si trovi a contatto con più persone, siamo circondati da strumenti atti a riprenderci anche involontariamente e dunque a violare la nostra privacy.

Fotografiamo qualsiasi cosa, riprendiamo qualsiasi momento, vediamo ogni nuova città, tramonto, opera d’arte o monumento filtrato dalla lente della fotocamera del nostro smartphone. Siamo diventati tutti piccoli giapponesi, vittime di barzellette anni ’80 con la loro mania tutta orientale di fotografare qualsiasi cosa, dal cibo nel piatto al sacchetto dello shopping, ed è inevitabile che, a meno di vivere e passeggiare nella tranquilla intimità del monte Atos, finiamo per entrare nelle inquadrature altrui, inconsapevoli e per questo indifesi.

E dalla foto alla condivisione urbi et orbi il passo è breve, una parentesi rosa tra le parole cheese e like.

Dunque, a mio modesto avviso, non sono gli smart glasses la minaccia alla privacy che oggi ci affligge, quanto piuttosto la nostra fame e sete di celebrità, che si spinge non a guardare, ma a fotografare, non a vivere, ma a condividere. Se non lo posto, non è mai successo.

Questo è, a mio parere, il vero tema su cui soffermarsi oggi, il nodo su cui bisognerebbe concentrarsi nei prossimi anni: l’educazione alla consapevolezza digitale, di giovani e meno giovani, la formazione in tema di tecnologia e condivisione online di informazioni che potrebbero, e forse dovrebbero, rimanere riservate, i rischi collegati alla connessione 24/7.

Quarto, non posso esimermi dal sottolineare una certa ironia cosmica nel fatto che qualcuno abbia trasformato gli occhiali da sole, l’oggetto per eccellenza dietro il quale si nascondono occhi rossi e sguardi indiscreti, iconico elemento fashion con cui star e celebrità da sempre hanno protetto la propria privacy, in gadget che proprio della privacy se ne infischia allegramente.

Ma tutto cambia, e chi si ferma è perduto.

A meno che, ovvio, non abbia uno smartphone con cui geolocalizzarsi.

 

 

 

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Luisa Di Giacomo

Si è laureata a pieni voti all’Università di Torino, ha studiato in Francia e negli Stati Uniti e da quindici anni svolge la professione di avvocato. Mediatore professionista e docente presso Master e corsi specialistici in materia di mediazione, dal 2012 si occupa esclusivamente di privacy e protezione di dati personali. Ha conseguito il Master Federprivacy nel 2016, è DPO in una ventina di Comuni ed Enti Pubblici in Piemonte e consulente privacy per aziende in ambito sanitario e tecnologico.


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