Fenomeno Squid Game, perché la soluzione non è la censura

di Luisa Di Giacomo, Avv.

Credo di essere rimasta l’unica persona in Italia (e in larga parte del globo terracqueo) a non aver visto nemmeno non dico una puntata, ma addirittura un fotogramma di Squid Game, la serie coreana culto di Netflix che ha sbancato il botteghino e che nelle ultime ore sta facendo parlare di sé per la presunta connessione con episodi di violenza nelle scuole, fin dalle elementari, o primarie, come si chiamano oggi.

Da mamma e da Cyberavvocato, cioè da professionista che lavora col diritto del web e dei dati, mi sono debitamente documentata ed ho scoperto che Squid Game, letteralmente il Gioco del Calamaro, è la storia di un gruppo di personaggi dalle vite più o meno sfortunate, ma che di base non hanno nulla da perdere, che volontariamente decidono di partecipare ad una serie molto realistica di giochi senza frontiere. Il premio per l’unico e solo vincitore, o vincitrice, è un fantastiliardo di dollari, ma il problema non da poco è che ne resterà soltanto uno nel senso letterale della frase, perché nel corso del gioco gli avversari si devono eliminare a vicenda.

Fisicamente. Nel senso proprio che si devono uccidere tra loro, finché ne resterà per l’appunto solo uno. Tipo un, due, tre, stella! che incontra Quentin Tarantino, o qualcosa del genere.

La denuncia di genitori e insegnanti

Ora, fin qui non ci sarebbe nulla da dire, è una serie come un’altra, può piacere o meno. Ma in tempi di social, si sa, le notizie corrono più veloci di Flash e pare che la polemica infuriante nelle ultime ore si stia consumando in chat di genitori preoccupati, denunce di insegnanti e gruppi di sensibilizzazione contro il bullismo ed il cyberbullismo, secondo cui Squid Game sarebbe correlato, e precisamente sarebbe responsabile, del dilagare di giochi violenti nelle scuole. In altre parole, bambini che dovrebbero guardare Masha ed Orso e adolescenti che già trascorrono il loro tempo a spararsi (virtualmente) in Fortnite o simili, avrebbero cominciato a giocare a scuola dandosi come penitenze sberloni, calci, pugni ed altre piccole e grandi violenze.

Naturalmente il tam tam della preoccupazione non si è fatto attendere ed è partita subito una petizione per bloccare la serie su Netflix, o per vietarla ai più piccoli, più fragili per natura. È pur vero che Netflix stesso ha vietato la serie ai minori di 14 anni, ma molti spezzoni girano su TikTok e poi comunque tutti abbiamo un fratello più grande, un amico, una cugina che ha accesso allo smartphone di papà e mamma o anzi ne ha uno proprio, e quindi anche il limite di età imposto da Netflix è facilmente aggirabile.

Risultato: grande preoccupazione, richieste di censura, petizioni, indignazione. E una clamorosa pubblicità gratuita per Netflix e per il suo Calamaro assassino, ma concentriamoci al momento su l vero nodo della questione.

Alcune riflessioni

La prima cosa che mi verrebbe da dire è che su TikTok, in teoria, i minori di 14 anni non ci dovrebbero stare, perché questa è la soglia minima di età imposta dal Garante e dalla normativa in tema di protezione dei dati personali per avere un account sui social.

Quindi, a ben guardare, ma anche poi non così bene, fa sorridere che il problema oggi sia Squid Game e non il fatto che bambini ignari e inermi vengono lasciati a scorrazzare liberamente per la rete, incuranti di tutti i pericoli che vi si nascondono. Per dirla in altre parole: nessun genitore che sia anche solo di striscio degno di questo nome lascerebbe mai il proprio figlio novenne da solo a girare per le strade di, non so, New York, Londra o Parigi, tanto per citare posti a caso in cui mi piacerebbe molto andare. E allora perché gli stessi genitori lasciano i figli da soli, con uno smartphone in mano, a navigare in un posto, il web, che ha molti più utenti e pericoli di quanti abitanti e pericoli hanno le tre metropoli di cui sopra messe insieme?

No, non perché sono cattivi genitori. Ma perché, nella maggior parte dei casi, non sanno.

Mancano formazione, educazione digitale, consapevolezza.

Mancano nei bambini, perché sono piccoli e non possono averle, mancano nei ragazzi, perché saranno anche nativi digitali, ma troppo spesso l’unica cosa digitale che sanno fare è spolliciare su un touch screen, e mancano in noi adulti, che non siamo cresciuti a suon di social e connessione sempre e ovunque, ma di un, due, tre, stella!, quello vero, però. Innocente, divertente, da giocare in cortile.

È facile spaventarsi per la serie del Calamaro, che trasforma un classico per bambini in un gioco macabro, perché è immediato, parla alla nostra pancia, ci mostra scenari che in qualche modo ci colpiscono e ci fanno reagire immediatamente, e giustamente, chiedendo a gran voce la censura del programma. Soluzione radicale, via la serie, via lo spirito emulativo, via il pericolo per la nostra preziosa prole.

La censura è la soluzione?

Ma la censura non è la soluzione, e non lo dico perché sono fan della serie, che, come ho detto, non ho visto.

La soluzione, se ce n’è una, l’unica soluzione possibile è la formazione (e l’informazione), dei figli e dei genitori all’utilizzo consapevole del web, dei social, della tecnologia in generale: non demonizzare la tecnologia, ma usarla e impararla insieme, non parcheggiare i figli davanti ad uno schermo come faremmo con una fidata baby sitter (ok, faccio coming out, l’ho fatto anche io, e ben più di una volta), ma guardare quello stesso schermo con loro, spiegare, informare, educare.

Squid Game non è di certo un programma da bambini, è vero, ma nemmeno TikTok è un posto dove i bambini dovrebbero stare, così come non lo sono Instagram o Facebook e la rete in generale. Il web è un mondo, parallelo a quello reale, e come il mondo reale contiene posti meravigliosi e lati oscuri e pericolosi.

Scandalizzarci per il cattivo esempio che la serie Netflix dà ai nostri figli e permettere loro di navigare incontrollati nel web, non risolve il problema, che è reale ed attuale, ma anzi, serve soltanto ad ammantare la contestata serie TV di un’aura ancora più allettante e per questo contribuisce a darle ancora più diffusione.

Perché lo sappiamo anche noi, che non c’è niente di più affascinante di tutto ciò che ci viene proibito.

E, facciamocene una ragione, lo sanno anche i nostri figli.

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Luisa Di Giacomo

Si è laureata a pieni voti all’Università di Torino, ha studiato in Francia e negli Stati Uniti e da quindici anni svolge la professione di avvocato. Mediatore professionista e docente presso Master e corsi specialistici in materia di mediazione, dal 2012 si occupa esclusivamente di privacy e protezione di dati personali. Ha conseguito il Master Federprivacy nel 2016, è DPO in una ventina di Comuni ed Enti Pubblici in Piemonte e consulente privacy per aziende in ambito sanitario e tecnologico.


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