Come si redigono note bibliografiche e bibliografia della tesi di laurea

Come si redigono note bibliografiche e bibliografia della tesi di laurea

di Redazione

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Di seguito, in sintesi, le regole fondamentali per redigere correttamente note bibliografiche e bibliografia nella tua tesi di laurea.

Il presente contributo in tema di note bibliografiche e bibliografia è tratto da “Metodologie e Tecnologie didattiche delle Scienze Giuridiche” di Francesco Petrillo. Si tratta dell’unico manuale dedicato al concorso scuola per l’abilitazione all’insegnamento delle materie giuridico-economiche!

Norme sulle note bibliografiche e bibliografia

Concentriamo ora la nostra attenzione sulla redazione della bibliografia e delle note bibliografiche.

Per bibliografia si intende l’elenco dei testi utilizzati per la ricerca: essi sono da inserire in ordine alfabetico per cognome dell’autore e, all’interno dello stesso autore, in ordine cronologico. Se le voci citate sono molte si possono suddividere in categorie di argomento oppure di tipologia.

Nel primo caso (divisione per argomento) possiamo avere, ad esempio:

  • Opere di Tal dei Tali
    • Narrativa
    • Teatro
  • Opere su Tal dei Tali
    • Critica delle opere narrative
    • Critica delle opere drammaturgiche
    • Critica delle opere teatrali.

Nel secondo caso (divisione per tipo di testo) possiamo avere:

  • Fonti[1]
  • Saggistica
  • Articoli
  • Materiale archivistico
  • Siti internet.

L’uniformità

Il tentativo di uniformare tutto il possibile e l’immaginabile è giunto anche nel campo della citazione: non poteva mancare una norma “europea” che imponesse uno standard da seguire e, a differenza di altre consimili norme, quella riguardante i riferimenti bibliografici non è priva di logica.

Nella fattispecie si tratta dell’ISO 690: una norma (standard) emanata dall’ISO che specifica gli elementi che devono essere inclusi nei riferimenti bibliografici di pubblicazioni monografiche e periodiche e ai relativi capitoli, articoli, ecc. Essa fornisce un ordine obbligatorio per i riferimenti bibliografici e stabilisce le convenzioni per la trascrizione e la presentazione d’informazioni derivanti da fonti pubblicate.

L’ISO 690 copre i riferimenti di materiali pubblicati sia in forma stampata che non stampata. In ogni caso, non trova applicazione ai riferimenti a manoscritti o altro materiale non pubblicato. L’UNI ha adottato le due norme ISO nelle seguenti direttive in lingua italiana: Norma UNI ISO 690:2007, “Documentazione – Riferimenti bibliografici – Contenuto, forma e struttura”; e Norma UNI ISO 6902:2004, “Informazione e documentazione – Riferimenti bibliografici – Parte 2: Documenti elettronici o loro parti”.

La norma in lingua italiana, effetto dell’adozione della norma internazionale ISO 690 (edizione agosto 1987), specifica gli elementi[2]da includere nei riferimenti bibliografici in monografie e in pubblicazioni in serie (capitoli di trattati, articoli su riviste, ecc.) o nei documenti di brevetti.

Come si vedrà, sono gli stessi elementi essenziali di una corretta citazione bibliografica.

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La prima regola

La regola aurea da seguire è quella di ricordare, quasi a mo’ di giaculatoria, il seguente elenco:

  1. Autore
  2. Titolo
  3. Editore
  4. Luogo di edizione

Per meglio ricordare tale elenco, si cerchi di visualizzarlo in tal modo:

  1. (in maiuscoletto)
  2. Titolo (in corsivo)
  3. Editore (in tondo)
  4. Luogo di edizione (in tondo)
  5. Data (in tondo).

Questi sono gli elementi essenziali per individuare un’opera.

A questi cinque elementi se ne devono aggiungere altri che permettano di individuare meglio la citazione: essi sono relativi al volume, alla eventuale annata (in caso di pubblicazione periodica), alla pagina o alla colonna. Dire che un determinato verso o una particolare frase si trova nella Divina Commedia o nei Promessi sposi può essere di aiuto e indica il valore della citazione, ma non ci esime da una lunga ricerca per capire esattamente in quale canto o in quale capitolo Dante Alighieri o Alessandro Manzoni abbiano affermato ciò che viene riportato e per contestualizzarlo correttamente.

Per i testi che non consideriamo come “classici”[3]è dunque imprescindibile l’indicazione della pagina: citare l’opera senza questa fondamentale segnalazione significa far scadere il livello scientifico della propria pubblicazione – e, non da ultimo, dare a chi legge l’impressione di non aver realmente letto l’opera citata.

Ovviamente, se si tratta di un’opera in più volumi, bisognerà indicare anche lo specifico tomo; se si tratta di una pubblicazione periodica va indicata l’annata (ed anche l’anno)[4].

Un’indicazione accessoria è invece quella della collana: può dare prestigio all’opera citata, ma non è strettamente necessaria.

Citazioni bibliografiche di opere monografiche

Ricapitolando, una corretta citazione bibliografica di opere monografiche è costituita dalle seguenti parti, separate fra loro da virgole (in tondo):

  • in maiuscoletto, sia il nome che il cognome; da omettere se l’opera ha soltanto curatori o se è senza attribuzione. Se vi sono più autori, essi vanno posti uno di seguito all’altro, in maiuscoletto e separati fra loro da una virgola, omettendo la congiunzione “e”; se si trova il nome o il secondo nome in sigla, cercare il nome completo: es. “P. G. Wodehouse”g“Pelham Grenville Wodehouse”; “J. R. R. Tolkien”g“John Ronald Reuel Tolkien”; “John F. Kennedy” g“John Fitzgerald Kennedy”. In caso di pseudonimi mettere fra parentesi, sempre la prima volta, il nome autentico completo: es. “Carlo Collodi (Carlo Lorenzini)”; “E. A. Mario[5](Giovanni Ermete Gaeta)”; “Pitigrilli (Dino Segre)” ecc.;
  • Titolo dell’opera, in corsivo, seguito dall’eventuale Sottotitolo, in corsivo, separato da un punto[6]. Se il titolo è unico, è seguito dalla virgola; se è quello principale di un’opera in più tomi, è seguito dalla virgola, da eventuali indicazioni relative al numero di tomo, in cifre romane tonde, omettendo “vol.”, seguite dalla virgola e dal titolo del tomo, in corsivo, seguito dall’eventuale Sottotitolo, in corsivo, separato da un punto; importante: il titolo va desunto dal frontespizio e non dalla copertina (o dal dorso) del libro!
  • eventuale numero del volume, se l’opera è composta da più volumi[7], omettendo “vol.”, in cifre romane tonde e maiuscole: “III” e non “;
  • eventuale curatore, in tondo, preceduto da “a cura di”, in tondo minuscolo. Se vi sono più curatori, essi, in tondo alto/basso, seguono la dizione “a cura di”, in tondo minuscolo, l’uno dopo l’altro e separati tra loro da una virgola, omettendo la congiunzione “e”;
  • eventuali prefatori, traduttori, postfatori, ecc. vanno riportati, se lo si desidera, analogamente ai curatori;
  • casa editrice o stampatore (per le pubblicazioni antiche o in mancanza di editore), in tondo; in assenza, usare “s.e.” (senza editore) ed indicare l’eventuale tipografo tra parentesi;
  • luogo di edizione, in tondo (con l’indicazione tra parentesi della Provincia, se non si tratta di un capoluogo: es: Marietti, Casale Monferrato (Alessandria); in assenza, usare “s.l.”;
  • anno di edizione e, in esponente, l’eventuale numero di edizione, in cifre arabe tonde; va detto che è possibile omettere la virgola separatrice tra luogo e data di edizione: in questo caso si chiarifica addirittura la lettura (ad es. «Salerno, Roma 2013», indica palesemente che il primo nome è relativo alla casa editrice Salerno ed il secondo alla città di edizione, laddove «Salerno, Roma, 2013» potrebbe ingenerare qualche confusione: è la casa editrice Salerno di Roma o la casa editrice Roma della città di Salerno?). In ogni caso è sempre buona regola attenersi costantemente alla stessa norma redazionale prescelta; in mancanza, usare la data del copyright oppure “s.d.”. Va anche detto che può essere utile indicare l’anno della editio princeps (cioè la prima edizione): se sto citando un testo pubblicato originariamente nel Cinquecento e ristampato ai giorni nostri (soprattutto se non si tratta di un’opera famosa), vale la pena indicarlo;
  • eventuale collana di appartenenza della pubblicazione (si tratta di una citazione facoltativa, che vale la pena inserire solo per collane scientifiche di particolare prestigio), fra parentesi tonde, col titolo della serie fra virgolette “a caporale” («»), in tondo, eventualmente seguito dalla virgola e dal numero di serie, in cifre arabe o romane tonde, del volume;
  • eventuali numeri di pagina, in cifre arabe e/o romane tonde, da indicare con “p.” – e non “pag.” – in tondo minuscolo; l’indicazione “pp.” appare palesemente superflua, mentre vanno evitate assolutamente citazioni del tipo “p. 123 e segg.” o “p. 123 ss.”: significa non volere fare la fatica di sfogliare a sufficienza il volume da cui si cita… In caso di citazioni sparse e continue si può usare – ma neè sconsigliabile l’uso frequente – “passim” (in corsivo).

Il presente contributo sulle citazioni bibliografiche è tratto da “Metodologie e Tecnologie didattiche delle Scienze Giuridiche” di Francesco Petrillo.

Lezioni di Metodologie e Tecnologie didattiche delle Scienze Giuridiche

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Note

[1] In ambito religioso, per fonti s’intendono in particolar modo i testi sacri e i documenti ecclesiastici. In ambito laico, se mi concentrerò sulla Divina Commedia, nelle fonti potrò indicare l’edizione o le edizioni di riferimento del mio lavoro.

[2] Elementi previsti per riferimento a monografia: 1) Responsabilità primaria [autore]; 2) Titolo; 3) Responsabilità secondaria [traduttore]; 4) edito da [si intende il curatore, non l’editore, indicato invece al n. 6]; 5) numero della edizione; 6) Pubblicazione [luogo, editore]; 7) anno; 8) Pagine; 9) Serie; 10) Note; 11) Numero standard ISBN.

[3] Intendendo in questo caso quelli particolarmente antichi e che hanno avuto molte edizioni nel corso dei secoli o almeno dei decenni.

[4] Chi conosce la storia di una rivista non avrà problemi a riconoscere quale sia l’anno XX de “La Civiltà Cattolica”, ma per chi ne fosse all’oscuro, individuare il 1870 potrebbe essere problematico: meglio quindi segnalare l’uno e l’altro – nella fattispecie: XX (1870) – in maniera da individuare il periodo storico in cui fu scritto e, nel contempo, segnalare l’antichità – e indirettamente l’autorevolezza – della rivista citata.

[5] In questo caso “E. A.” non sono le iniziali di un nome, ma il nome vero e proprio che scelse come pseudonimo l’autore (al secolo Giovanni Ermete Gaeta) della celebre Leggenda del Piave.

[6] Le opere inglesi o americane spesso usano le maiuscole per tutti i sostantivi e i due punti come separatore fra parti del titolo: è consigliabile ridurre tutto alla forma italiana, sostituendo i due punti con un punto.

[7] Non bisogna confondere volume e tomo: il primo corrisponde ad una divisione logica, l’altro riguarda la mera rilegatura. Talvolta i due concetti possono coincidere, ma possiamo decidere di dividere per comodità un volume in più tomi o rilegare più volumi in un tomo solo (lo si faceva spesso con le edizioni ottocentesche, che venivano vendute “sfuse” e poi eventualmente rilegate a spese del compratore). Inoltre, in genere nei tomi il numero di pagina è progressivo e continuo, mentre tra un volume e l’altro la numerazione riprende da capo.

 

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