Il biglietto da visita è morto: le aziende smart lo hanno sostituito con qualcosa che la gente non butta via

Per decenni il biglietto da visita è stato il sinonimo del primo contatto professionale, nonché un vero e proprio status symbol.

Redazione 28/05/26
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Per decenni il biglietto da visita è stato il sinonimo del primo contatto professionale, nonché un vero e proprio status symbol. Un rettangolo di carta con nome, ruolo e recapiti scambiato ai convegni, lasciato sui tavoli, infilato nel taschino. Un oggetto spesso ricercato ed elegante che, però, nella maggior parte dei casi, finiva in un cassetto nel giro di quarantotto ore, o direttamente nel cestino, senza venir mai usato per lo scopo per cui è stato creato.
Oggi, nel mondo in cui online e offline combaciano sempre più spesso, il rito dello scambio delle carte è un lontano ricordo. Le connessioni professionali si fanno su LinkedIn, i contatti si scambiano via QR code, e il biglietto da visita, nato nell’Europa del XVII secolo come strumento di etichetta aristocratica, ha perso quasi completamente la sua funzione originaria.
Il problema, però, non è il biglietto da visita in sé. È il modello che rappresentava: l’idea che basti consegnare qualcosa per essere ricordati e che, nell’ecosistema odierno, non è più applicabile.

Indice

1. La nuova logica: l’oggetto che resta in vita


Le aziende che hanno capito questo passaggio non hanno semplicemente smesso di produrre i propri biglietti da visita o altri gadget tangibili, ma hanno semplicemente cambiato il criterio con cui li scelgono.
La domanda, quindi, non è più “quale oggetto le persone userebbero davvero”, ma “cosa userebbe davvero questa persona nella sua quotidianità”. Questa è la logica del functional gifting: dare un omaggio non per fare impressione nel momento, ma per restare presenti nel tempo.
Il più delle volte, infatti, un oggetto funzionale come una borraccia, un notebook o un caricatore wireless, entra nella routine di chi lo riceve e ci rimane per molto tempo, tanto che ogni volta che viene usato, riattiva un’associazione con il brand che lo ha regalato. Questa non è più semplice pubblicità, ma una presenza costante.
Il gadget da fiera è pensato per il momento del contatto, mentre l’oggetto funzionale è pensato per tutto il tempo che viene dopo. E in un contesto in cui i touchpoint digitali si moltiplicano e si sovrappongono, avere un punto di contatto fisico che sopravvive nel tempo ha un valore strategico difficile da replicare con altri strumenti.

2. Il ROI del marketing fisico nella post-cookie era


C’è un contesto più ampio in cui questa trasformazione si inserisce: la progressiva eliminazione dei cookie di terze parti, le restrizioni crescenti sul tracciamento degli utenti e l’inarrestabile saturazione dei canali digitali.
Tutto questo sta spingendo le aziende a rivalutare il marketing fisico come complemento indispensabile alle strategie online. Secondo un’analisi di Inside Marketing, il branded merchandise genera tassi di retention del messaggio significativamente superiori rispetto ai formati digitali: un oggetto fisico con il logo di un’azienda viene ricordato da chi lo riceve molto più a lungo di un banner o di un post sponsorizzato.
La ragione è semplice da intuire: l’oggetto fisico occupa uno spazio reale nella vita delle persone, non compete con altre notifiche, non può essere bloccato da un ad blocker, non scompare dallo schermo dopo tre secondi.
In questo scenario, il ROI del marketing fisico si calcola in modo diverso rispetto a quello digitale. Non si misura soltanto in click o in impressioni, ma in durata della relazione, in frequenza di utilizzo, in associazioni di marca che si consolidano nel tempo.

3. Il caso B2B: quando un oggetto collega evento e digitale


Dall’analisi pubblicata da CompanionLink: ROI unlocked: Measuring the hidden impact of promotional merchandise del 2025, si evince come campagne B2B con oggetti promozionali tracciati riporta un caso interessante: durante un evento corporate, la distribuzione di USB drive brandizzate con QR code e contenuti informativi ha generato un tasso di engagement del 30%, una conversione del 10% su lead dal valore medio di 20.000 dollari e un ROI complessivo del 200%.
Il dato è utile perché mostra cosa distingue un semplice omaggio da uno strumento di marketing misurabile. Non si trattava di un gadget scelto a caso, ma di un oggetto coerente con il contesto: un evento B2B, un pubblico professionale, materiali da consultare dopo l’incontro e un QR code pensato per tracciare l’interazione.
La forza dell’operazione stava proprio nell’integrazione tra fisico e digitale. La chiavetta USB non era il fine della campagna, ma il ponte tra il contatto avvenuto in presenza e il percorso successivo online. Il destinatario riceveva qualcosa di tangibile, utile e coerente con il momento; l’azienda, allo stesso tempo, poteva misurare download, visite e conversioni.
È qui che il functional gifting cambia natura. Non si tratta più di “regalare qualcosa con il logo”, ma di costruire un touchpoint fisico capace di generare azione digitale. Per una SaaS B2B, un’azienda tech o una realtà che partecipa a fiere di settore, questo approccio può trasformare il classico materiale promozionale in uno strumento di onboarding, lead nurturing e relazione commerciale.
Lo stesso principio vale per gli onboarding kit destinati a nuovi clienti o dipendenti. Una box con notebook, borraccia, accessori tech e materiali introduttivi può diventare parte dell’esperienza di ingresso nel brand, soprattutto quando il lavoro è ibrido e il primo contatto fisico con l’azienda rischia di essere molto debole.

4. Come le aziende stanno ridisegnando la strategia di gifting?


Le PMI e le aziende strutturate che stanno ripensando la propria strategia di gifting condividono alcuni principi operativi:
I criteri che fanno funzionare davvero un oggetto promozionale

  • Utilità prima di tutto: l’oggetto deve risolvere un problema reale o semplificare qualcosa nella giornata di chi lo riceve. Se non viene usato, non comunica nulla.
  • Coerenza con il posizionamento del brand: un’azienda che si presenta come sostenibile non può regalare plastica usa e getta. L’oggetto deve essere un’estensione del carattere dell’azienda, non una contraddizione.
  • Qualità percepita: un oggetto di qualità scadente non è neutro, ma trasmette un messaggio negativo sul brand che lo ha scelto. Meglio regalare meno, ma scegliere meglio.
  • Contestualizzazione: l’oggetto più efficace è quello pensato per il destinatario specifico, non quello ordinato in blocco per tutti i contatti dell’agenda.

Il cambiamento è visibile anche nei comportamenti di acquisto delle aziende europee. Questa transizione verso il “functional gifting” sta modificando radicalmente i budget interni delle PMI. A certificarlo è l’osservatorio di Gift Campaign, piattaforma europea specializzata in regali aziendali, che ha registrato un netto cambio di paradigma negli ordini corporate: oggi le aziende preferiscono ridurre le quantità ordinate pur di investire in oggetti ad alta “retention” (come borracce termiche o accessori tech), considerati i veri eredi strategici del biglietto da visita.
Il denominatore comune è uno solo: il gifting trattato come leva strategica, non come voce di spesa accessoria da liquidare con il catalogo di fine anno.

5. Naturalmente non tutti i gadget funzionano


C’è però un punto che le aziende non dovrebbero ignorare: non tutti gli oggetti promozionali hanno lo stesso valore. Il semplice fatto che un prodotto sia fisico non lo rende automaticamente efficace.
Gli oggetti troppo economici, poco utili o scollegati dal contesto continuano ad avere tassi di retention molto bassi. Una penna fragile, una shopper di scarsa qualità o un accessorio tecnologico inutilizzabile rischiano di produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. Invece di rafforzare il brand, comunicano trascuratezza.
È il motivo per cui il functional gifting non può essere trattato come un acquisto d’impulso. Serve una logica progettuale. Chi riceve l’oggetto deve percepire che c’è stata una scelta, non solo una stampa del logo su un prodotto qualunque.
Il rischio maggiore, oggi, è confondere il merchandising con la distribuzione massiva di oggetti anonimi. Il mercato sta andando nella direzione opposta: meno quantità, più qualità, maggiore coerenza con la vita reale del destinatario.

6. Il gadget come touchpoint fisico in una strategia integrata


Il marketing fisico non sostituisce quello digitale, ma lo completa.  Un oggetto ben scelto può rafforzare una relazione iniziata online, consolidare la memoria di un incontro, mantenere viva una connessione professionale nei mesi in cui non ci sono occasioni di contatto diretto.
 
In un ecosistema di comunicazione sempre più affollato e sempre più digitale, l’oggetto fisico ha il vantaggio della rarità e di poter arrivare dove gli algoritmi non arrivano. Occupa uno spazio che nessun concorrente può comprare con un’asta in real time. E se è stato scelto bene, non finisce nel cassetto, ma su scrivanie, dentro zaini, in cucina, pronto per essere notato da chiunque.
 
Il biglietto da visita non è morto perché era un oggetto fisico, ma perché non serviva a niente una volta consegnato, soprattutto in un’epoca fortemente digitalizzata come questa. Il suo successore non è un’app o un profilo digitale, è un oggetto che continua a lavorare per te anche quando non ci sei.

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