Autorità morale e tecno-religione

Autorità morale e tecno-religione

Sabetta Sergio

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Per una “maieutica” moderna

 “… saper dividere secondo le Idee, in base alle articolazioni che hanno per natura, e cercare di non spezzare nessuna parte, come invece suole fare un cattivo scalco” (Socrate, in Platone, Fedro, 265c-266a, a cura di G. Reale, Tutti gli scritti, p.572, Bompiani, 1977).

Il tecnicismo conseguente alla forte specializzazione necessaria nell’attuale complessa società determina una verticalizzazione del diritto che viene progressivamente a perdere l’orizzontalità della trama filosofica, il “come”farlo viene a prevalere sulla ricerca del “perché”, fino a frammentare la visione unitaria in una serie di riflessi parziali.

I due ambiti della ricerca e della pratica risultano sempre più differenziarsi fra loro, arrivando all’incomunicabilità per indifferenza nella quale il tecnico perde il senso della globalità del proprio agire in favore di una visione utilitarista puramente a tunnel, emerge la necessità di un collegamento socratico fra i due ambiti nel quale si crei un’osmosi tra l’agire quotidiano e la riflessione delle sue conseguenze sul contesto, sì da ricreare un senso della comunità peraltro scioltasi nella liquidità quotidiana   di un mercato dai confini indefiniti (Bauman).

La mancanza del senso di comunità crea la sfiducia sulla norma sentita quale strumento di sopraffazione e abuso per cui nasce la necessità di eludere l’arbitrio (Putnam), la verità è inatti il risultato di una “coerenza” la cui importanza è tale che risulta fondamentale anche nel creare la sostenibilità dell’apparenza di una verità, i rapporti tra norme nelle interpretazioni possibili creano connessioni in cui vi è una loro continua “ripesatura”, nelle sue infinite possibili connessioni date dall’organizzazione del sistema normativo, l’effettività nasce dalla causalità degli eventi che nel ripetersi elimina il superfluo sì che lo schema risulta una bozza nel quale si perdono parti normative in un continuo processo di “ricablaggio” e “rigenerazione” interpretativa (Seung).

La normativa è conseguenza di una cultura ma anche artefice della stessa, vi è quindi la necessità di aiutare socraticamente l’operatore nella riflessione sui suoi strumenti, in quanto l’uomo non deve essere persuaso ma deve persuadersi di cercare in se stesso le risposte a cui è posto di fronte secondo il principio “maieutico”, ancor più in una società liquida nella quale economia e tecnologia sono diventate religioni assolute, in cui la compartimentalizzazione istituzionale tende a riflettersi sull’agire delle persone e i “valori” sono costretti a competere nel mercato culturale globale di quello che Weber definisce come la “gabbia di acciaio” dell’ordine socioeconomico moderno, nel quale l’interazione personale si fonda esclusivamente su quello che le persone “valgono” sul mercato e l’essere deve rifugiarsi nelle “nicchie” personali di interazione.

Vi è un conflitto tra individuo e razionalità economica quotidiana nella quale vengono assorbiti gli obblighi emotivi dando ad essi un valore monetario (Habemas), vi  è quindi la difficoltà di individuare “fonti diverse di autorità morale”su cui “regolare le nostre vite”(Hunter), con una forte ambivalenza nelle varie forme di religione laica nelle quali si mescolano confusamente responsabilità civica, libertà individuale, autorealizzazione e consumo di massa che Luckmann definisce come una “religione invisibile”.

Quelli che Hunter definisce gli “operatori della conoscenza” diventano sempre più primari nella realtà culturale moderna al fine di stabilire i criteri di comportamento a cui si rifanno le varie sfere sociali tra cui il diritto, il rischio è che la categorizzazione del mondo necessaria a descriverlo ed agire acquisti una rigidità tale nelle nuove forme tecno religiose da perdere aderenza e frammentare l’essere sul mondo, fino a diventare quello che Goffrnan definisce come “non persone” che solo apparentemente esistono ma in realtà sono invisibili.

 

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