Ambiguità del rapporto tra negozio giuridico e libertà dell’individuo, ovvero l’irrelazionalità

Ambiguità del rapporto tra negozio giuridico e libertà dell’individuo, ovvero l’irrelazionalità

Sabetta Sergio

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Il negozio giuridico è l’elemento fondamentale su cui si basa l’attuale organizzazione sociale, esso permette di vincolarsi legalmente verso terzi con una propria dichiarazione di volontà, su esso infatti si fondano alcuni istituti fondamentali quali: il contratto, il matrimonio, il testamento, ecc.,  dovrebbe essere pertanto, la massima espressione della libera volontà umana, tanto che si sono formate intorno alle modalità di configurazioni ed espressione di questa volontà una serie di teorie sulla validità giuridica del manifestarsi del rapporto tra volontà e negozio giuridico; teorie della volontà, della dichiarazione, della responsabilità, dell’affidamento (Galgano, Sacco, Torrente, Schlesinger), tuttavia sorge una domanda,  è vera libertà?, senz’altro sì nel caso ci si riferisca a regimi totalitari dove l’atto giuridico è frutto di una volontà autoritativa superiore, ma tolto questo caso estremo, dove si pone il limite della libertà personale e il negozio non si trasforma nella realtà in ulteriori compressioni surrettizie?

La forma particolare di negozio giuridico quale è il contratto risulta alla base delle “grandi” organizzazioni di produzione e di fornitura di servizi, tanto nei rapporti interni o inter-organizzativi, che nelle forniture esterne, lo stesso vale con decrescente pressione direttamente proporzionale per le altre organizzazioni, dove la fiducia fondamentale nei rapporti diretti consolidati tra persone perde di spessore nella variabilità dei grandi numeri.

Per il singolo individuo vi è al contrario nel negozio giuridico un’ambiguità di fondo, esso è elemento necessario per ottenere beni e servizi ma al contempo moderna forma vincolistica della libertà, nella società attuale l’esplodere di formali vincoli giuridici è complementare all’esponenziale crescere sempre più tecnologicamente complesso della fornitura di beni e servizi, dove vi è stato al contempo un progressivo intervento regolamentativo pubblico nel riequilibrare i rapporti di forza o tutelare particolari gruppi, la rete progressivamente costituita diventa elemento di supporto alla forma di vita contemporanea ma al contempo camicia di forza all’individualismo libertario, che si intende esaltare ai fini economici e quale risposta al comunitarismo autoritario di destra o sinistra novecentesco.

La libertà diventa quindi nella società moderna la possibilità di una configurazione secondo necessità e desideri di negozi giuridici notevolmente predefiniti, una libertà molto condizionata e quindi limitata secondo percorsi già definiti, vi è pertanto una libertà che è al contempo una limitazione, un Giano bifronte condizionato, ne consegue che il raggiungimento di una saturazione, variabile per individuo, induce al rifiuto di ulteriori vincoli che la predefinizione autoritaria rende al singolo eccessivamente onerosa (es. Contratto matrimoniale) in rapporto alla spinta sociale individualistica e al contesto ambientale, per cui sorge una contraddizione in termini nelle finalità sociali.

Come più volte ricordato la libertà è una questione di condizioni, limiti e misura, in altri termini una libertà relativa (Gurvitch) che si radica nel mantenimento di una “possibilità di scelta” (Abbagnano), vi sono pertanto libertà in domini diversi che possono anche risolversi nella scelta di un rifiuto al negozio, in una volontà di non relazionarsi in termini imposti dall’esterno, recuperando “in sé” la volontà di potenza dell’essere (Nietzsche) indipendentemente dalle causalità “esterne”.

La volontà quale espressione della coscienza del sé, nel volere uscire dai percorsi predefiniti imposti dalle necessità organizzative e dalle relazioni rivendicative di diritti, afferma il sé sull’oggettività organizzativa espressa dai negozi giuridici, dando luogo a cicliche ricerche di libertà, al semplice negoziare informale, ponendo domande a cui vi è un’impossibile risposta giuridica, d’altronde lo stesso negoziare giuridico si fonda molte volte su una “irrelazionalità”; una presunzione di volontà che risulta difficile ricostruire se non imposta e comunque accettata dalla necessità del moltiplicarsi degli atti in una velocizzazione progressiva, che fa sì che il valutare sia solo un atto episodico nello scorrere delle relazioni umane, è la velocità che, favorita dalla formalizzazione negoziale, permette di aumentare il ciclo produzione/consumo riducendo al contempo il rischio di una riflessione, d’altra parte la coscienza del sé e la volontà che ne consegue non può che formarsi in un confronto il quale avviene solo all’esterno di un crescendo giuridico, che nell’avvolgere la personalità viene ad assuefarla all’organizzazione e in esteso al sistema, né può esservi un desiderio se non si conosce l’oggetto desiderato, resta il malessere, accentuato dalla mutevolezza normativa posta sempre sul filo di quello che la coscienza considera un’arbitrarietà.

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