Prima del bullismo: segnali e atteggiamenti trascurati

L’articolo mette in luce alcuni atteggiamenti e linguaggi che sono la fonte dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, spesso trascurati.

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L’articolo mette in luce alcuni atteggiamenti, comportamenti, linguaggi che sono la fonte dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, spesso trascurati nelle famiglie. Per approfondire il tema, ti consigliamo il volume “Educazione ai Social Media – Dai Boomer alla generazione Alfa”, disponibile su Shop Maggioli e Amazon.

Indice

1. Necessità dell’educazione familiare contro il cyberbullismo


L’art. 1 della legge 17 maggio 2024 n. 70, “Disposizioni e delega al Governo in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo”, che ha sostituito il comma 1 dell’art. 1 legge 29 maggio 2017 n. 71, recita: “La presente legge è volta a prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo in tutte le loro manifestazioni, in particolare con azioni di carattere preventivo e con una strategia di attenzione e tutela nei confronti dei minori, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, privilegiando azioni di carattere formativo ed educativo e assicurando l’attuazione degli interventi, senza distinzione di età, nell’ambito delle istituzioni scolastiche, delle organizzazioni degli enti locali, sportive e del Terzo settore che svolgono attività educative, anche non formali, e nei riguardi dei soggetti esercenti la responsabilità genitoriale, cui incombe l’obbligo di orientare i figli al corretto utilizzo delle tecnologie e di presidiarne l’uso” (si consulti pure la pagina del Garante Privacy per la prevenzione e segnalazione del cyberbullismo, https://www.gpdp.it/temi/cyberbullismo). Del testo dell’art. 1 colpisce soprattutto la parte finale “soggetti esercenti la responsabilità genitoriale, cui incombe l’obbligo di orientare i figli al corretto utilizzo delle tecnologie e di presidiarne l’uso”, perché richiama ancora una volta la responsabilità genitoriale e l’obbligo di orientare i figli non solo al corretto utilizzo delle tecnologie e di presidiarne l’uso ma l’obbligo di orientare i figli al corretto utilizzo di ogni mezzo e delle loro risorse personali, che poi è il senso dell’educare. Il verbo “orientare” riecheggia quanto scritto nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia in cui tutti, dai genitori alla comunità (la comunità educante), sono investiti di impartire al fanciullo, in modo consono alle sue capacità evolutive, l’orientamento e i consigli necessari all’esercizio dei diritti che riconosce la Convenzione. Al tempo stesso, il verbo “orientare” ricalca il ruolo dei genitori che è quello di essere la bussola della vita e dare la bussola della vita.
Il bullismo, perciò, non va arginato con atti normativi (o non solo), ma con interventi educativi, e non si deve scaricare tutto sulla scuola, come si è soliti fare. Non a caso il 6° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2025-2027 ha sviluppato tre nuclei, genitorialità, educazione e salute, occupandosi di bullismo e cyberbullismo nella parte relativa alla salute, in particolare a quella mentale. In particolare, nella Prefazione del Piano nazionale si specifica “la centralità della famiglia, attorno alla cui responsabilità deve ruotare l’universo educativo e relazionale dei minori” e “la visione della rete sociale come connessione comunitaria da ricostruire, della salute come bene che riguarda anche e in primo luogo la mente, dello schermo come strumento di amplificazione delle opportunità di conoscenza e non come moltiplicatore di solitudini e di alienazione”.
Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro afferma: “Per di più, rinforzare le relazioni sociali tra bambini servirebbe a combattere il diffondersi del bullismo. Su questo punto occorre chiarire che gli studiosi non ritengono sufficiente essere gentili per bloccare un bullo che per definizione è impermeabile alle buone maniere dei coetanei ed è incline a ritenere la cortesia un segno di debolezza. Quello che appare chiaro dalla ricerca è che il clima collaborativo che si instaura nella classe taglia l’erba sotto i piedi del bullo o addirittura potrebbe contagiarlo positivamente… Sono proprio la considerazione e il rispetto per gli altri che conferiscono alla gentilezza una profonda moralità e un elevato valore di coesione sociale. Di qui l’invito agli adulti a dedicare la dovuta attenzione a questo aspetto dell’educazione che a me pare oggi trascurato a favore di una prepotente rozzezza di modi e del linguaggio scambiata per franchezza e sincerità”. Per prevenire il bullismo urge recuperare il vero senso di educazione e quello di responsabilità educativa in capo a tutti gli adulti, soprattutto dei genitori. Bisogna centrare tutto sul rispetto (art. 29 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e non su una formale gentilezza. I bambini “assorbono” tutto, per cui riportano, ripetono, riflettono a scuola quanto vivono in famiglia e quanto vedono nei genitori, tra i genitori, e tra i genitori e altre figure adulte di riferimento.
Spesso il bullismo è fomentato in casa, anche quando i genitori si criticano l’un l’altro o criticano i genitori dell’uno o dell’altro o quando denigrano gli insegnanti e vanno pure a scuola per difendere i figli e offendere gli insegnanti stessi. Se già i rapporti tra i genitori sono conflittuali, il linguaggio usato è scurrile o violento o non consono è inevitabile che i bambini e i ragazzi non facciano altrettanto nei confronti dei loro pari.
La psicologa infantile inglese Margot Sunderland spiega: “Di fronte a un genitore prepotente, per esempio, il bambino inizierà ad abituarsi a vivere in un ambiente prepotente, con una serie di alterazioni della struttura e dei sistemi chimici cerebrali che possono produrre ipervigilanza, aggressività esasperata, o reazioni di paura, oppure impulsi di attacco o difesa nella zona rettiliana del cervello. Il modo in cui ascoltate il bambino, giocate con lui, lo abbracciate, lo consolate o trattate quando fa i capricci ha quindi un’importanza enorme. I momenti trascorsi con voi possono influenzare notevolmente il successo nella vita. Se i genitori… sono aperti sul piano emozionale, nel cervello del bambino si formeranno connessioni di importanza vitale, che nella vita gli permetteranno di gestire con efficacia lo stress, di instaurare relazioni profonde, di controllare la rabbia, di essere gentile e provare compassione, di avere la volontà e la motivazione per seguire le proprie ambizioni, di essere calmi e in grado di amare profondamente e serenamente” (nel libro “Il tuo bambino. Come educarlo e capirlo”). I genitori devono tener presente che il cervello non è solo la sede delle capacità cognitive ma anche delle emozioni e della produzione di alcuni ormoni e che ogni esperienza incide sul cervello (in particolare ippocampo e amigdala), da un loro urlo al bambino al dargli precocemente il cellulare in mano. La salute dei bambini non è solo crescere bene e senza malattie ma soprattutto benessere psicofisico che si deve perseguire e promuovere anche in presenza di una patologia o disabilità.
Anche il pediatra Giorgio Tamburlini chiarisce: “Tutte le competenze del bambino, da quelle motorie a quelle sensoriali, da quelle cognitive a quelle emotive e sociali, e la stessa capacità e motivazione ad apprendere si vengono costruendo in modo del tutto particolare nelle primissime fasi di vita. Molti studi, anche italiani, hanno dimostrato che i bambini sono diversi nelle loro competenze ben prima dell’inizio della scuola, e quelli che sono nati e cresciuti in ambienti non sufficientemente sicuri e “nutrienti” sia per il corpo che per la mente, partono meno avvantaggiati. Uno svantaggio che in assenza di interventi potrebbe aumentare con l’età” (in un articolo del 1° ottobre 2020). I genitori si preoccupano, sin dalla nascita dei figli o dal loro concepimento, della crescita ma non adeguatamente dello sviluppo (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), cioè dell’uscire dall’inviluppo, del maturare competenze per la vita (life skills). La prima “cosa” di cui i bambini hanno bisogno è lo “sguardo” dei genitori (e degli altri educatori) che è sempre più mancante, perché i genitori sono presi da altro e da ciò aumento di aggressività e altri atteggiamenti che si manifestano in particolare nella scuola dell’infanzia, primo luogo di socializzazione strutturata. Per approfondire il tema, ti consigliamo il volume “Educazione ai Social Media – Dai Boomer alla generazione Alfa”, disponibile su Shop Maggioli e Amazon.

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Educazione ai Social Media – Dai Boomer alla generazione Alfa

Ricordate quando i nostri genitori ci dicevano di non parlare con gli sconosciuti? Il concetto non è cambiato, si è “trasferito” anche in rete. Gli “sconosciuti” possono avere le facce più amichevoli del mondo, nascondendosi dietro uno schermo. Ecco perché dobbiamo imparare a navigare queste acque digitali con la stessa attenzione che usiamo per attraversare la strada. Ho avuto l’idea di scrivere questo libro molto tempo fa, per offrire una guida pratica a genitori che si trovano, come me, tutti i giorni ad affrontare il problema di dare ai figli alternative valide al magico potere esercitato su di loro – e su tutti noi – dallo smartphone. Essere genitori, oggi, e per gli anni a venire sempre di più, vuol dire anche questo: scontrarsi con le tematiche proprie dei nativi digitali, diventare un po’ esperti di informatica e di sicurezza, di internet e di tecnologia e provare a trasformarci da quei boomer che saremmo per diritto di nascita, a hacker in erba. Si tratta di una nuova competenza educativa da acquisire: quanto è sicuro il web, quali sono i rischi legati alla navigazione, le tematiche della privacy, che cosa si può postare e che cosa no, e poi ancora il cyberbullismo, il revenge porn, e così via in un universo parallelo in cui la nostra prole galleggia tra like, condivisioni e hashtag. Luisa Di GiacomoAvvocato, Data Protection Officer e consulente Data Protection e AI in numerose società nel nord Italia. Portavoce nazionale del Centro Nazionale Anti Cyberbullismo. È nel pool di consulenti esperti di Cyber Law istituito presso l’European Data Protection Board e ha conseguito il Master “Artificial Intelligence, implications for business strategy” presso il MIT. Autrice e docente di corsi di formazione, è presidente e co-founder di CyberAcademy.

 

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2. Urgenza di una comunità educante


Uno studio transnazionale (pubblicato a ottobre 2024) condotto dal gruppo di ricerca GEAR (Group of European Adoption Research) sull’inserimento nella scuola di adolescenti nati in Paesi dell’Est Europa e adottati in quattro Paesi (Italia, Spagna, Norvegia e Francia) ha rilevato un aumento significativo dei casi di bullismo nei confronti degli adolescenti che hanno alle spalle una storia di adozione. “È fondamentale incentivare la formazione del corpo docente in tema d’adozione e la promozione di una cultura dell’adozione scientificamente fondata affinché possa essere promosso il sostegno del percorso scolastico e il supporto all’integrazione nel gruppo classe per una prevenzione sempre più efficace dei fenomeni di bullismo e la promozione del benessere” (Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica). Gli insegnanti devono essere consapevoli di avere un ruolo sempre più importante nella vita dei loro discenti. Nel 6° Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza si “raccomanda di rafforzare il ruolo sociale delle scuole nel promuovere l’in­terazione e l’integrazione sociale, affrontando questioni quali l’iperconnessione, il coinvolgimento dei giovani in episodi di bullismo e cyberbullismo e la pressione sociale riguardo agli standard di bellezza”.
A scuola si svolgono varie iniziative contro il bullismo, ma talvolta sono solo di facciata giacché, nella quotidianità, alcuni insegnanti fanno ostruzionismo o addirittura mobbing contro taluni colleghi.
Nel quotidiano i bambini sono vittime di aggressioni di ogni sorta, da quella verbale a quella di tipo psicologico (basti pensare ad alcuni spot pubblicitari), e anche questa recrudescenza è causa del summenzionato aumento dell’aggressività infantile non fisiologica.
È vero che l’aggressività fa parte della natura umana in quanto animale, ma va educata e incanalata. Oggi si manifesta una crescente aggressività nei bambini e tra i bambini e una delle ragioni è una richiesta di attenzione (che è diversa dalle attenzioni) da parte loro nei confronti dei genitori e del mondo adulto. È necessario che i genitori siano informati e educati sugli aspetti fondamentali della salute dei figli (art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) non dal punto di vista anatomico ma soprattutto per la prevenzione e la cognizione delle conseguenze di alcune esperienze sulla salute mentale, per esempio i genitori dovrebbero conoscere la correlazione tra l’aggressività e l’aumento del cortisolo, valore ormonale che si può rilevare con analisi cliniche per comprendere e correggere problemi comportamentali.
La formatrice Silvia Iaccarino precisa: “Se osserviamo con attenzione e comprendiamo i pattern – le dinamiche, i tempi, i luoghi i momenti in cui bambini e bambine disregolano -, riusciamo a capire quali sono i trigger, gli stimoli di innesco delle fatiche. Spesso i morsi, i graffi, le spinte sono risposte alla sovrastimolazione sensoriale e/o all’attivazione emotiva. […] A volte è sufficiente abbassare il livello di stimoli esterni per risolvere la situazione. Il nostro compito è attivare delle strategie di aiuto che supportino bambini e bambine quando sono in difficoltà”. Alla luce del numero crescente di bambini con disturbi vari (iperattività, aggressività, …) sarebbe opportuno che gli adulti procedano come facevano gli esperti di una volta (per esempio Piaget osservava i figli mentre giocavano e negli altri momenti di vita quotidiana), ovvero con l’osservazione e la “destimolazione”. I bambini hanno diritto al loro sviluppo e non a essere “medicalizzati” continuamente, hanno diritto all’ascolto, alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero e coscienza e alla sua vita privata (artt. 12, 13, 14 e 16 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e gli adulti hanno una funzione di “contenimento” in tutto ciò.
La formatrice Iaccarino aggiunge: “«Quando un bambino colpisce un bambino, si parla di aggressione. Quando un bambino colpisce un adulto, si parla di ostilità. Quando un adulto colpisce un adulto, si parla di assalto. Quando un adulto colpisce un bambino, la chiamiamo disciplina» (Haim G. Ginott [psicologo infantile]). Le sculacciate e le parole dure ai bambini e alle bambine non sono un metodo educativo efficace: danneggiano la relazione, generano un circolo vizioso pericoloso e senso di inadeguatezza, lasciano un segno indelebile. Questo lo dimostrano diversi studi neuroscientifici. Usare l’ascolto, l’empatia, le capacità riflessive e dialogiche per accompagnare bambini e bambine a comprendere quali comportamenti sono appropriati nel nostro contesto socio-culturale è un approccio efficace e vincente”. Rimproverare un bambino, contenerlo, intervenire educativamente, anche sgridare, sanzionarlo (con un cosiddetto rinforzo e non punizione), non deve significare o comportare aggredirlo o malmenarlo perché, peraltro, si rischia di provocare un processo di auto-biasimo e disistima e di innescare, in seguito, un circolo vizioso di violenza e distruttività.
I genitori che giustificano i figli, anche di pochi anni di età, che sferrano un pugno o ceffone o altro a un/a compagno/a di scuola (“è stato provocato”, “chissà che gli hanno fatto”, “non le ha mai viste fare queste cose”,…), devono ricordare che è come giustificare gli atti di violenza domestica di cui si sente parlare e che sembra riguardino sempre e solo gli altri.
Il pedagogista Daniele Novara esplica: “Il bambino che gioca ai soldatini sta scaricando la propria aggressività. Deve preoccupare il ragazzino dipendente dai videogiochi sparatutto perché è eterodiretto, non il bambino che, con le sue mani, fa scontrare omini, macchinine o supereroi. Il linguaggio infantile non va preso alla lettera”. I giochi tradizionali e/o manuali, a differenza dei videogiochi e simili, consentono di convogliare l’energia, di sviluppare il senso di organizzazione, il linguaggio, l’immaginazione e non provocano dipendenza e violenza.
Si ricordi quanto scritto nel Documento redatto dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel 30° anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia ove si parla, tra l’altro, di “diritto a essere protetti dai bulli”: “Ogni bambino ha il diritto di essere se stesso, di credere nei propri sogni e di svolgere le attività ricreative che preferisce senza aver paura di essere frenato, umiliato o bullizzato. Tutti i bambini hanno il diritto di vivere la scuola come un luogo di pace. Nessuno può prevalere sulla vita dell’altro e imporre ai coetanei la propria volontà attraverso atti di bullismo. Gli insegnanti, gli educatori e tutti gli adulti devono vigilare affinché i bambini giochino e siano liberi di esprimersi senza essere condizionati: per combattere i prepotenti bisogna essere uniti”. Nel summenzionato 6° Piano nazionale si parla “dell’importanza di costruire tra scuola e salute un per­corso congiunto e continuativo che includa la promozione del benessere, anche psi­cologico”.
La prevenzione del bullismo è un fatto culturale che non riguarda solo la scuola (dove si manifesta prevalentemente), come sostengono gli esperti e come si evince – tra le tante espresse – dalle parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai nel “Decalogo per proteggere i nostri bambini” (2018): “Diritto alla fase-specificità, ovvero a muoversi in un mondo che sa che la minore età va rispettata e nutrita con cose che le sono adatte. Città coperte di cartelloni pubblicitari di impronta pornografica; schermi abitati da parolacce, aggressività e violenza; siti online frequentati dai minori per i quali tutto è accessibile e senza filtro; gioco d’azzardo a diffusione epidemico tra i minori. Sono tantissime le esperienze non fase-specifiche che i minori incontrano sulla loro strada ogni giorno e dalle quali nessuno li protegge o intorno alle quali nessuno fa educazione e prevenzione. […] Diritto ad essere educati alla bellezza. Bellezza delle parole, bellezza delle immagini, bellezza delle relazioni, bellezza della natura. Città grigie e inquinate, canzoni e film pieni di situazioni e parole ostili e volgari; musei, cinema e teatri con costi elevatissimi per genitori che ci vogliono accompagnare i figli: come possono i bambini imparare ad amare il bello quando non è loro reso accessibile e disponibile?”.

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Dott.ssa Marzario Margherita

Insegnante e giurista a Matera

Ha perfezionato i propri studi in legislazione minorile e ha conseguito un master in mediazione familiare.

Si occupa prevalentemente di diritto di famiglia e delle persone.

E’ autrice di oltre 100 contrib…Continua a leggere

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