Un j’accuse sull’atteggiamento irragionevole nei confronti dell’integrazione europea

Un j’accuse sull’atteggiamento irragionevole nei confronti dell’integrazione europea

di Fragola Massimo

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Alcune riflessioni introduttive

Oggigiorno, nel mondo che viviamo sono in atto importanti modificazioni politiche, economiche e giuridiche che potrebbero comportare lo sconvolgimento dello status quo e la nascita di un nuovo ordine mondiale.

Gli equilibri del mondo si stanno evidentemente modificando negli ultimi tempi anche a causa di Stati che mettono in discussione il sistema multilaterale che pure è stato alla base dell’ordine mondiale dal dopoguerra e, a mio parere, ha dimostrato la forma più democratica di cooperazione internazionale.

Senza ambizioni di completezza segnalo a tal riguardo le recenti scelte di politica internazionale degli Stati Uniti (USA) (che pure contribuirono in modo considerevole allo sviluppo del multilateralismo), la Russia, la Turchia e tanti altri Stati a svariate latitudini.

Siffatta tendenza, che potremmo definire di moltiplicazione su larga scala, influisce evidentemente sull’integrazione europea posto che l’Unione è un’organizzazione sovranazionale con competenze e “sovranità” diffuse. Cercheremo di spegare meglio più avanti.

L’impostazione del presente lavoro risponde ad una esigenza da tempo avvertita: alla luce delle esperienze maturate sia nelle aule universitarie sia all’interno delle istituzioni “europee” ed internazionali, comunicare al grande pubblico con semplicità e al tempo stesso con spirito critico, ciò che accade (o non accade) nei consessi internazionali, ovvero, nell’Unione europea in tempi di grandi trasformazioni politiche e sociali nel decennio dell’austerità.

Il periodo nel quale ci troviamo è stato già classificato come l’”età della rabbia”[1]: esso è caratterizzato dal punto di vista sociologico dalla banalità del conformismo, laddove, per entrare nella prospettiva che ci interessa, cooperazione internazionale, multilateralismo e integrazione europea non brillano più come in passato. In questa prospettiva i movimenti/partiti cc.dd. populisti, sovranisti ovvero nazionalisti, hanno avuto, e stanno avendo, un ruolo determinante.

L’Unione europea, sicuramente mortificata nel decennio della crisi 2008/2018, ha subìto questa tendenza contestatoria, tuttavia, senza che gli oppositori ne spieghino correttamente le ragioni che derivano da una conoscenza benchè minima del sistema sovranazionale.

Peraltro, proprio in questi anni, è indispensabile sul piano internazionale una Unione europea autorevole e vigile laddove proprio USA e Russia manifestano da tempo tendenze disfattiste e/o egemoniche; quest’ultima infatti è ritornata prepotentemente “a vigilare” in Europa senza nasconderne gli obiettivi, ispirata grazie all’atteggiamento ostile degli USA nei confronti dell’Unione europea. In ogni caso, entrambi i governi, ancorché con metodi diversi, sono accomunati dalla stessa volontà di depotenziare l’Unione europea e renderla una mera entità geografica, giammai farla sviluppare come attore economico e politico mondiale, giacché in molti dossier internazionali già eccelle (commercio mondiale su tutti). Una convergenza di interessi e di ideologia USA/Russia assolutamente imprevedibile solo qualche anno addietro.

È quindi cambiato (o sta cambiando) il contesto politico mondiale ed europeo? È forse cambiata nel bene e nel male la classe politica/dirigente mondiale? Vi è stato un cambiamento anche nel mondo della cultura? Siamo cambiati noi?

A queste domande cercheremo di rispondere tra breve senza ambizione di avere ricette benefiche ovvero soluzioni definitive.

Per approfondire leggi “Immigrazione, asilo e cittadinanza” a cura di Paolo Morozzo della Rocca

Quale democrazia? Quale Unione europea? Alla luce dei populismi, sovranismi e nazionalismi crescenti?

Le varie fasi dell’ultima crisi economico-finanziaria globale hanno enormemente influito sulle scelte della politica e dei cittadini con inevitabili sconvolgimenti sociali e conseguente volontà esasperata di cambiare[2]. Decisioni legittime che in democrazia vanno rispettate che tuttavia rispondono non già ad una ponderata politica di miglioramento dello status quo ante, in un contesto inevitabilmente internazionale e globalizzato, bensì ad una critica tout court a tutto ciò che fa parte del passato politico che va cancellato per fare spazio ad un mondo domestico, con un’orizzonte più piccolo, ma secondo taluni, migliore e più prospero del passato.

I recenti risultati elettorali in Italia, in parte dell’Europa e del mondo, anch’essi “globalizzati”, attengono alle cc.dd. regole (esiti) dei numeri della “democrazia elettorale”; peraltro maturate nel momento dello sconforto, dell’emotività, senza un’adeguata riflessione ed una valutazione obiettiva costi-benefici ovvero senza una visione di lungo periodo.

La logica della democrazia “aritmetica”, va segnalato, non risponde appieno alle esigenze ed ai bisogni della collettività e potrebbe portare ad una impasse di governance di lungo periodo.

Ove non si dovesse verificare l’ipotizzata impasse che porterebbe naturalmente a riconsiderare le scelte dei cittadini, nell’azione di governo delle forze cc. dd. “riformatrici” (elevate al rango di élite) nella guida di questo o quel Paese sulla scia dei populismi, sovranismi e nazionalismi, non sembra interessare la buona politica di prospettiva, di “lungo periodo”; evidentemente sembra non interessare il futuro delle generazioni che verranno; l’imperativo è cambiare tutto e subito per dare una risposta immediata agli elettori (che non rappresentano la totalità dei cittadini), i quali nella campagna elettorale sono stati indottrinati a dovere e soggiogati nei più intimi sentimenti (di sconforto e delusione).

Questo comportamento potrebbe comportare per gli anni a seguire conseguenze insanabili in primo luogo per i cittadini, ma anche per l’ordine interno, mondiale ed europeo. Occorre quindi riflettere.

Siffatte scelte estreme affondano le radici in un consolidato malcontento (leggi “rabbia”) dei cittadini che non è stato colto dalla classe dirigente che ha governato negli ultimi anni in Italia, in Europa e in altre parti del globo, posto che non ha saputo recepire ed interpretare i segnali di insoddisfazione, di contestazione, di disagio sociale che da tempo venivano inviati.

Pertanto, da cittadino che ha avuto la fortuna di conoscere, le considerazioni che seguono hanno un semplice obiettivo: stimolare una necessaria riflessione sugli avvenimenti del nostro tempo; senza impazienza e senza dare giudizi affrettati, fermarsi a ragionare con cognizione di causa sulle questioni suggerite superando la “banalità del conformismo”, o per meglio dire, la banalità di un pericoloso conformismo grossolano.

Senza presunzione di completezza e senza indicare “ricette benefiche” o soluzioni definitive si cercherà di ipotizzare un’”approdo sicuro”, per usare la metafora marinara, che, come nel mare in tempesta, rappresenta la meta da raggiungere pena il disastro e l’affondamento della nave nel più buio del profondo marino. Senza possibilità di ritorno.

In effetti parlare di “Europa mortificata” vuole significare un gesto di ribellione a quanto accade nei nostri giorni. Un j’accuse accorato e motivato in un tempo in cui, nel decennio dell’austerità, importanti quote di popolazione sono inconsapevolmente contro l’Unione europea, contro le organizzazioni internazionali e contro il multilateralismo.

L’Unione europea umiliata, offesa, tradita. Tradita dagli Stati, dai governi; offesa dei mass media; le istituzioni europee umiliate; i popoli inconsapevoli che giudicano senza conoscere mostrando una preoccupante, banale e pericolosa accettazione.

L’Europa come capro espiatorio (“la causa di tutti i nostri mali”); ma anche come una subdola “valvola di sfogo” (politico) per i governi nazionali incapaci di stabilire politiche nazionali risolutive delle crisi[3].

Questo è il contesto “globalizzato” che viviamo in Italia, in Europa e in molti altri Stati extra-europei.

Da un po’ di tempo l’argomento “Europa” improvvisamente va di moda, in negativo. Per i mass media audio-visivi occorre fare share oppure ottenere like o quant’altro; per la carta stampata occorre vendere i quotidiani utilizzando titoli eclatanti che spesso non rispecchiano la realtà; per i governi, talvolta, la “valvola di sfogo” serve anche a distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica da problematiche interne. Ben più importanti.

Come se l’unico e inesorabile problema dei nostri tempi, e per il nostro Paese in particolare, sia unicamente l’”Europa”[4]. Non c’è giorno che leggiamo l’”Europa” in prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali. Questa guerriglia mediatica dove ci porterà?

Senza scendere nel dettaglio di una siffatta irragionevole condizione, mi limito essenzialmente a riflettere su di un punto che appare rilevante: al di fuori dell’”Europa” (dell’immigrazione e dell’euro in particolare) non ci sono altre preoccupazioni nazionali meritevoli di approfondimento politico tali da occupare le prime pagine? E soprattutto auspicarne una soluzione concreta?

In Italia, ad esempio, la mancanza di servizi sociali efficaci, il disagio di molte fasce di cittadini, la crisi dei settori industriali vitali, la mala gestione degli enti pubblici e della cosa pubblica, il mare inquinato, l’acqua che beviamo spesso avvelenata, il dissesto idro-geologico del Paese, la gestione quotidiana della sicurezza dei cittadini, la mancanza di controlli, la criminalità organizzata, la crisi e la indeguatezza del servizio sanitario, della scuola e dell’università, per non parlare del lavoro, dei giovani, della ricerca scientifica e quant’altro, non sono tematiche che meriterebbero le prime pagine e, soprattutto, l’attenzione della classe politica di governo?

Peraltro, a ben vedere, si tratta di politiche che per la dimensione e per gli effetti transnazionali potrebbero (o dovrebbero) essere di competenza dell’Unione europea: mi riferisco, tra l’altro, in particolare all’immigrazione che i Capi di Stato e di governo degli Stati membri non vogliono che l’Unione europea se ne occupi benchè la materia è parte delle politiche, non esclusive, dell’Unione.

L’Unione europea che riunisce la quasi totalità degli Stati del continente è percepita dai più come un carrozzone sgangherato che pretende soltanto (dagli Stati) e restituisce poco o nulla (ai cittadini).

Nell’immaginario collettivo, attesa la cattiva stampa che viene somministrata quotidianamente, l’Unione europea è percepita come la causa di molte disgrazie che affliggono la maggior parte del continente europeo[5].

Un’insopportabile ed inaccettabile atteggiamento di rifiuto che da tempo ormai è diventato un vero e proprio e volgare “hate speech” del quale parleremo più avanti[6].

Dove ci porterà questo atteggiamento di “guerriglia” nei confronti dell’Unione europea?

L’integrazione dei popoli europei non è più percepita come il fenomeno giuridico-politico più importante del secolo scorso; come il veicolo continentale di pace e benessere; l’integrazione europea, in positivo, non è più di moda.

Oggi è dato riscontrare un inaccettabile “hate speech”[7] che esaspera gli animi e predispone il popolo al rifiuto.

Gli entusiasmi dei Padri costituenti è svanito: personalità della storia europea come Altiero Spinelli, Robert Schuman, Jean Monnet, e tanti altri, che hanno contribuito all’evento più importante della politica europea degli ultimi 100 anni, non suscitano alcuna emozione nelle giovani generazioni. Probabilmente non sanno neanche chi sono costoro, ovvero, se conosciuti nelle aule scolastiche o universitarie, relegati a meri personaggi della storia, depositari dell’utopia di un’idea.

Oggigiorno forze contestatrici, faziose, demagogiche, si impongono sempre più nel panorama politico non solo in Italia ma anche in altri Stati membri dell’Unione europea. E altrove, oltre atlantico com’è noto.

Gruppi eterogenei d’opposizione al sistema (complessivamente inteso) e sedicenti “profeti innovatori” propongono nuovi itinerari politico-economici e rinnovate sovranità. E perché no, nuove forme di gestione della democrazia. Nel senso di un’epoca di contestazione tout court nella quale tutto quanto va cambiato e si guarda soltanto “avanti”, “oltre” i sistemi democratici così come li conosciamo[8]. Senza tuttavia spingersi fino a sistemi politici non più democratici ovvero anti-democratici[9]. Almeno ciò appare al momento in cui si scrive.

Ciò detto, va pure precisato che le riflessioni che seguono non vogliono essere una mera critica ai cc.dd. movimenti/partiti politici “populisti”, “sovranisti” ovvero “nazionalisti” giacché, in democrazia, e nei limiti della civiltà, si tratta di fenomeni, peraltro non nuovi, legittimi e conformi alla legge (diritto di espressione e di critica; diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero).

Siffatti movimenti oppositori trovano rinnovato vigore innanzitutto in momenti storici definibili di disagio, di crisi soprattutto economica, ma anche di valori, unitamente allo smarrimento delle classi dirigenti dell’esercizio della “buona politica” nell’utilizzo degli strumenti che i sistemi democratici mettono a disposizione.

Nei confronti del processo di integrazione europea è dato riscontrare, tuttavia, un collegamento innegabile, una parziale visione comune della politica, tra i movimenti/partiti populisti e i movimenti/partiti nazional-sovranisti, seppure con le evidenti differenze di fondo, che su taluni temi appaiono essere diversità sostanziali, insuperabili; eppure in questo ambito così importante per il nostro futuro la convergenza di posizioni diverse ma orientate nella stessa misura appare essenziale.

Il tran-tran della politica e il sistema mass-mediatico[10] da essa controllato, svolgono quotidianamente un sorta di “lavaggio del cervello”, ben conosciuto agli studiosi della materia e della comunicazione. Scaricare le cause della crisi interna “all’esterno” del proprio Paese (“begging my neighbour”), che si tratti di uno Stato terzo (USA, Cina, Russia, Germania, ecc.), di una organizzazione internazionale (ONU, OMC, Nato, Consiglio d’Europa, ecc.) ovvero dell’Unione europea in quanto istituzione sovranazionale con estese competenze.

Le democrazie cc.dd. “occidentali” stanno soffrendo da tempo un’involuzione, forse irreversibile, che potrebbe portare di qui a qualche anno ad un nuovo e imprevedibile ordine mondiale. Ragionevolmente anche ad un nuovo ordine “europeo”.

Se non si affronta la questione e si pongono le basi per un dibattito approfondito sul tema – cui deve far seguito un’azione concreta – e con un’esame di coscienza, emancipato e leale da parte di tutti, il futuro delle democrazie europee si presenta a dir poco incerto e nebuloso.

La democrazia liberale[11] appare oggi, secondo taluni, un “modello” non più accettabile né “la migliore forma di governo se si eccettuano le altre”, in quanto sembra “alla sbarra” come la causa di molte ingiustizie economiche, sociali, comunitarie, e non pare essere più il riferimento fondamentale della politica: italiana, europea, mondiale.

Ciò perché il regime democratico, o meglio, la percezione della democrazia tout court, darebbe ai cittadini quella sensazione di libertà (da non confondere con il lassismo) che taluni interpretano come l’incapacità di assicurare sicurezza e tranquillità alle comunità. Ma è solo una percezione, per di più inesatta, laddove non mi sembra che l’incremento dei militari per le strade delle città, né la presenza di visibili contingenti delle forze dell’ordine abbiano fatto ridurre reati ed illeciti vari.

Come attentamente notato “l’Italia è entrata nella famiglia delle democrazie a centralità governativa (che sono tutte le maggiori democrazie occidentali), dopo aver frequentato per decenni la famiglia delle democrazie a centralità parlamentare” e va rapidamente “verso il governo del primo ministro”[12].

Occorre pertanto analizzare a fondo le cause di siffatte trasformazioni, che collocano la classe politica mondiale come il principale responsabile (ma non vanno dimenticate anche le élite, l’establishment del sistema finanziario e bancario mondiale) nonché, e questo va detto, le élite culturali[13] e le tecnocrazie degli enti burocratici nazionali ed internazionali.

Da siffatto contesto trae linfa vitale sia il sovranismo sia il nazionalismo che, si badi bene, lo ribadisco nuovamente, considerati come un’azione politica rivolta a salvaguardare se non recuperare l’identità nazionale (o “le identità nazionali”) e i valori nei quali uno Stato si è storicamente riconosciuto, non appare come un’azione arbitraria e illegittima, sempre che si svolga nella cornice della correttezza etica e della rappresentazione leale degli avvenimenti.

Quanto al populismo come definito da Cas Mudde, tra i massimi studiosi mondiali del fenomeno politico degli ultimi dieci anni, il populismo considera cruciale il buonsenso per contrapporlo a ideologia e partigianeria. E considera il popolo un tutto “puro e omogeneo” al contrario della democrazia che presuppone differenti interessi e motivazioni. Il populismo “non c’entra con quello che siamo, non riguarda una classe sociale, si basa su principi morali. Non è anti-politico, è apolitico”[14].

Ma è proprio così?

Tali movimenti/partiti in Europa e nel mondo (una sorta di “Internazionale dei Populismi”) mostrano insofferenza verso tutto ciò che viene dall’esterno del proprio Stato – che si tratti di progresso tecnologico, globalizzazione[15], internazionalizzazione o integrazione – con inevitabili proposte di chiusura e ripiegamento su sé stessi. Laddove fuori tempo e anacronistiche appaiono le proposte di isolamento, di chiusura dei confini, dell’illusione dell’autodeterminazione e del riacquisto della sovranità nazionale (popolare?), posto che nessuno Stato grande o piccolo che sia può oggi permetterselo.

È auspicabile, viceversa, mantenere (o rivalutare) una prospettiva che sia “global”, “local” o “glocal[16] in ogni caso nel rispetto del canone “think global, act local”, sviluppando e valorizzando le specificità nazionali, regionali e locali pur partecipando alla gestione della c.d. “governance” della globalizzazione; aderendo ad organizzazioni internazionali e sovranazionali che rappresentano il forum naturale delle relazioni internazionali – con ciò intendendo relazioni politiche, diplomatiche, commerciali, economiche, finanziarie ecc. – e rappresentano altresì l’aspetto più democratico delle relazioni internazionali (c.d. “multilateralismo” o per meglio dire l’”ordine internazionale liberale”).

Nella prospettiva testé delineata il multilateralismo prevale sul bilateralismo: sono da preferire pluralità di interessi e di rapporti comuni, specialmente nell’ambito di prassi diplomatiche e di organizzazioni governative, all’interno delle quali sottoscrivere accordi internazionali politici, economici e commerciali che rappresentano la sintesi tra le diverse istanze di ogni singolo governo. Migliorando sempre più il livello di democraticità delle prassi diplomatiche e traducendo in fatti concreti la trasparenza e l’accesso dei cittadini ai lavori preparatori.

Esattamente il contrario della politica di taluni governi che hanno optato per il bilateralismo (meglio definirlo “unilateralismo”), cioè per relazioni internazionali nelle quali, spesso, vi è un contraente forte che impone il proprio punto di vista ed uno più debole che giocoforza subisce ed accetta pressoché passivamente.

Nel bilateralismo la “limitazione” della sovranità è sì ridotta al minimo indispensabile ma il grado di cooperazione internazionale – intesa come uno scambio di esperienze per migliorare quel settore o quella politica, vale a dire per migliorare la vita dei cittadini – è piuttosto ridotto e consente di beneficiare delle decisioni prese in via bilaterale solo pochi di essi.

Appare evidente, tuttavia, che nel multilateralismo istituzionalizzato più sono i soggetti coinvolti più saranno le difficoltà di raggiungere facilmente un’intesa; a causa delle diversità culturali, geopolitiche, religiose, militari ecc.

Non è mai facile raggiungere il “consenso” in una conferenza internazionale o nelle sedi europee; ma la necessaria buona volontà (politica) può portare all’atto finale con conseguenze importanti sui territori nazionali e per un’ampia schiera di persone. Peraltro una volta raggiunto una posizione comune, un’accordo, le decisioni saranno applicate nei territori nazionali e quindi per i rispettivi cittadini creando così una importante omogeneità di principi, valori, fatti concreti.

Siffatto approccio giuridico (e politico) è necessario – se non imprescindibile – per talune politiche di respiro “globale” quali, ad esempio, semplificando, il clima, l’energia, il terrorismo internazionale, l’immigrazione e la circolazione delle persone (e dei lavoratori in modo specifico) e così via.

Attraverso il diritto – internazionale o europeo – gli ordinamenti nazionali sono “armonizzati” in determinate materia così da “ravvicinare” le legislazioni nazionali e, soprattutto, nel rispetto della reciprocità, accostare i cittadini di diversi Stati tenendo in conto il più possibile le specificità di ciascuno.

Va sottolineato tuttavia che in periodo di crisi economica e crisi delle democrazie occidentali tutto appare più complesso, più difficile. I tempi e le risposte della politica (quando ci sono) ai bisogni della popolazione si allungano e i cittadini si allontanano sempre più in cerca di nuove ed immediate soluzioni.

Mi sembra che si possa affermare che ai nostri giorni c’è crisi di rappresentanza, crisi di legittimazione, crisi del sistema politico ed elettorale in una fase storica che taluni già definiscono “post-democrazia”[17] e che appare come il turning point dell’ordine politico precostituito.

Tutto quanto appena sommariamente descritto ben si adatta al rapporto Stati membri-Unione europea, anzi, a ben vedere, ne rappresenta l’archetipo per i movimenti populisti, sovranisti e nazionalisti, tuttavia senza una obiettiva valutazione degli eventi sul piano interno[18].

Non mi pare che l’Unione europea abbia l’”esclusività” della responsabilità della crisi economica in Europa dal 2008 ad oggi e men che meno nei confronti della crisi domestica in Italia. Anzi, a ben riflettere, si ritiene che in particolare gli Stati dell’area euro (“Eurogruppo”), nonostante le ben note ed odiose rigidità, abbiano goduto di un “salvagente” importante anche per chi, come Italia e Grecia, ma anche Irlanda, Spagna e Portogallo, benchè con diversi accenti, si trovavano all’inzio della crisi in una condizione di chiara debolezza verso le dinamiche dell’economia e della finanza mondiale[19].

Con una metafora marinaresca si potrebbe affermare che il “salvagente” monetario, tuttavia, aveva la cima corta e per raggiungerla taluni hanno dovuto fare uno sforzo gigantesco per non rischiare l’annegamento!

In particolare mi riferisco alle misure economico-monetarie-finanziarie europee/internazionali che sono state adottate dalla c.d. “troika”[20], organo che non fa parte delle istituzioni UE istituito ad hoc per la risoluzione delle crisi economico-finanziarie degli Stati membri, temibile e criticabile, sul quale varrà la pena spendere alcune riflessioni più avanti, in particolare sul modo di procedere e sull’applicazione allo Stato “sotto osservazione” della regola del do ut des. Regola della troika ma non dell’Unione.

“Dare e avere” non esprime la filosofia dell’integrazione europea: l’Unione postula, pur nelle diversità, un sentimento di appartenenza a comuni valori, sentimenti di solidarietà, obiettivi comuni. Ma è ancora così?

In Italia, la causa dei problemi interni è da ricercare in noi stessi e noi dobbiamo risolverli. Perché no con l’aiuto dell’Unione europea e/o di qualche altro ente internazionale, magari auspicando (ove possibile) le necessarie modifiche delle regole comuni. Regole che non possono essere modificate unilateralmente bensì con l’accordo dei governi nel rispetto delle procedure previste, a maggioranza qualificata ovvero all’unanimità.

È da anni che il sistema-Italia non funziona e il rapporto di fiducia cittadini-istituzioni è ormai ai minimi termini. Se l’Italia non riesce a stare al passo con i tempi non è colpa della globalizzazione, dell’integrazione europea ovvero delle crisi internazionali – che pure hanno una importante influenza – bensì le cause sono da ricercare nei limiti e nelle debolezze strutturali tipicamente italiane[21].

La semplificazione delle analisi, degli obiettivi e dei mezzi, sembra essere il leitmotiv dell’agire della politica sconsiderata guidata da indefiniti “pifferai” che aizzano le masse e puntano il dito contro ogni forma di cooperazione, ovvero verso livelli di governo europeo o internazionali (c.d. “multilevel governance”)[22].

A proposito delle tante crisi del “sistema-Italia” ricordo la celebre affermazione di Sabino Cassese di una “società senza Stato”[23]; in più di 150 anni l’Italia unita ha fatto molti progressi, il numero dei suoi abitanti è quasi triplicato. La speranza di vita dei suoi abitanti è più che raddoppiata e la mortalità infantile è oggi cento volte minore di quella del 1861. L’analfabetismo è sceso dal 78 a meno del 2% (almeno stando ai numeri). Tutto ciò è avvenuto, secondo Cassese, nonostante la presenza (assenza) di un agente storico, come lo Stato italiano, tanto debole.

Quanto diversa sarebbe stata la storia italiana se il nostro Paese avesse avuto fin dal principio l’applicazione “efficiente” della Costituzione, esecutivi duraturi, un lungo periodo di buon governo, leggi che dettano regole e non deroghe, vertici amministrativi scelti in base al merito e autenticamente imparziali, istituzioni capaci di creare fiducia nello Stato come ente rappresentativo della collettività.

Siamo uno Stato che cresce meno di tutti gli altri dell’eurozona e abbiamo delle importanti carenze strutturali nel nostro sistema-paese: la modernizzazione è ancora di là da venire, delle riforme “strutturali” se ne parla da almeno dieci governi; non siamo stati in grado di ridurre (non estinguere!) il debito pubblico che strangola e sottrae risorse allo sviluppo. Anzi lo abbiamo costantemente accresciuto (132% del Pil al momento che scriviamo).

Subito dopo la firma del Trattato di Maastricht del 1992 Franco Reviglio autorevolmente aveva già preconizzato le debolezze del nostro sistema politico che avrebbe reso problematico conseguire il consolidamento delle riforme richieste, sin dagli albori, pena la partecipazione inadeguata dell’Italia alla moneta unica[24]. Con conseguenze per l’intero sistema.

A conclusione di queste riflessioni potremmo farci un’altra, doverosa, domanda: l’”Europa” anch’essa ha tradito? L’Unione europea è ancora quella “Comunità di diritto” che ha come soggetti non soltanto gli Stati e le istituzioni europee ma anche (e soprattutto) le persone, i cittadini, i Popoli?

Se l’Unione europea talvolta non funziona come si vorrebbe e pretende talvolta l’applicazione servile di regole ferree a scapito della flessibilità – e mi riferisco in specie all’unione monetaria e all’euro – è colpa dell’Unione, cioè delle istituzioni, o degli Stati membri?

Va quindi spiegato che occorre distinguere nella indeterminata e onnicomprensiva espressione “Unione europea” due “anime” ben precise: da un lato, il ruolo degli Stati membri in quanto tali e in sede di Consiglio europeo (e Consiglio dell’Unione europea) – l’anima “intergovernativa”) – e dall’altro, il ruolo e le competenze delle istituzioni legislative propriamente “comunitarie” Commissione, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea che rappresentano l’anima “sovranazionale”[25].

Affermare come quotidianamente accade che è colpa dell’”Europa” non chiarisce chi è veramente il responsabile. È un’espressione giornalistica astratta e imprecisa, molto generica, che non illustra alla grande platea chi sono realmente i soggetti contestati e da contestare.

Se si conoscesse il funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione si comprenderebbe che il blocco dell’iniziativa politica UE, soprattutto in tempo di crisi, non è riferibile ad una carenza da parte della Commissione europea, che pure ha non poche responsabilità, bensì al “blocco” politico “a monte” del sistema voluto dal Consiglio europeo che, lo ricordo, riunisce i Capi di Stato e di governo dei 28 Stati membri[26].

Pertanto, è dato riscontrare nel rapporto politica nazionale-Unione europea un’atteggiamento strumentale alle contingenze del momento, sleale e ambiguo, sia dei rappresentanti dei governi nazionali sia, in parte, dei parlamentari europei.

Mi spiego.

Molto spesso, e non soltanto da ultimo in periodo di crisi, si ascoltano dichiarazioni critiche di organi di governo (ad es. premier, ministri, ecc.) nei confronti dell’Unione che non prenderebbe iniziative in una determinata materia/politica auspicando un’”Europa diversa” più vicina alle esigenze dei cittadini. Ad esempio in materia di lavoro e immigrazione.

Va però segnalato che il medesimo critico premier (o ministro) siede nel Consiglio europeo con lo stesso “peso” (quanto meno dal punto di vista giuridico) degli altri omologhi Capi di Stato e di governo in un organo politico-diplomatico che tutto decide preventivamente per di più per consenso.

Lo stesso dicasi per il ministro del governo nazionale che siede (per materia trattata) nel Consiglio dell’Unione – questo sì organo legislativo – che ne fa parte a pieno titolo con diritto di voto (a maggioranza qualificata) e, talvolta, di veto (laddove vi sia l’unanimità). Dove si vuole arrivare.

Non vi è “rispecchiamento obiettivo” tra ciò che si afferma in Patria ai propri elettori e la funzione che il rappresentante del governo italiano svolge nell’Unione con i suoi colleghi Capi di stato o di governo ovvero ministri nazionali. Anzi, a ben considerare, molto spesso i due atteggiamenti sono assolutamente divergenti e inaccettabili, come detto, strumentali alle contingenze politiche del momento sul piano interno.

Ciò comporta una duplice conseguenza negativa: in primo luogo, si alimenta il distacco dei cittadini dalle questioni europee che, qualora chiamati ad esprimersi in un referendum sull’appartenenza del proprio Paese all’Unione europea[27], sono indirizzati verso un voto negativo[28]; in secondo luogo, la credibilità (“reliability”) del nostro governo in sede europea ne viene sminuita stante che ciò che accade all’interno del nostro Paese è ben conosciuto nelle sedi europee ed internazionali.

Bisogna tuttavia riflettere sugli effetti che tale atteggiamento “bifronte” può comportare perché, in particolare con riguardo al referendum popolare, gli effetti della decisione non si esauriscono all’interno dello Stato bensì in tutta Europa e con conseguenze di respiro mondiale. Brexit ne è un’esempio tangibile.

Vale la pena, pertanto, non essere approssimativi in questo ambito e ponderare oltre modo la decisione di consultare i cittadini che, com’è noto, si ribadisce, nulla conoscono di Unione europea e/o di questioni internazionali, se non ciò che dicono i loro referenti politici nazionali ovvero i mass media.

Le problematiche sono molteplici e complesse.

Occorre sicuramente ripensare l’Unione europea[29] ma occorre altresì “fare gli europei” e così facendo si può ripartire insieme e chiederci: quale sarà il futuro dell’integrazione europea?

Tra le tante utopie proposte e i tanti “ismi” – sovranismo, nazionalismo, statalismo – l’”europe-ismo” è un’opzione imprescindibile della storia d’Europa e del mondo e, mi sia consentito, un’”ideale” irrinunciabile.

Nonostante tutto[30].

Per approfondire leggi “Immigrazione, asilo e cittadinanza” a cura di Paolo Morozzo della Rocca

E l’Unione europea? Una conclusione aperta al futuro

Per le motivazioni sopra esposte è ragionevole affermare che il processo di integrazione europea, nonostante le crisi[31], è un processo politico ininterrotto da 67 anni quindi irreversibile e inarrestabile. Ovviamente modificabile e migliorabile.

Tuttavia esso esige il consenso, la volontà politica, di tutti gli attori coinvolti: Stati, governi, istituzioni UE. Anche i cittadini devono essere parte integrante del processo: è bene comprendere tutti che al di fuori dell’Unione europea nel mondo che va per macro-aree siamo esposti, siamo minuscoli, e terribili complicazioni emergerebbero a seguito di un traumatico ritorno ad una moneta nazionale (che posizione assumerebbe la “nuova” lira nel panorama internazionale?).

Mantenere riuniti nella “casa comune” i governi degli Stati europei, le istituzioni UE e i Popoli d’Europa deve significare, al di là dei nazionalismi e sovranismi, che occorre lavorare insieme, facendo valere gli interessi nazionali (che tuttavia vanno stemperati nell’interesse europeo) nelle sedi appropriate e considerando il bene comune europeo come una risorsa fondamentale e non una limitazione.

Siamo cittadini nazionali e al tempo stesso cittadini europei!

Thomas Mann affermava negli anni bui dell’Europa delle guerre mondiali che “il baricentro etico-spirituale del mondo sta in Europa”[32].

È ancora così.

A ben riflettere noi cittadini siamo mossi da una evidente contraddizione: da un lato, ci sentiamo europei “naturalmente”, idealmente, geograficamente, storicamente, forse laconicamente, ma non concretamente; infatti, in contrasto con quanto appena detto, non accettiamo le regole comuni che sono prodotte dalle istituzioni UE (cioè da noi stessi!) nell’esercizio delle competenze che gli Stati hanno delegato. Perché non le conosciamo, non ne conosciamo le procedure e i procedimenti di formazione.

Proprio per le diversità tipiche di ogni cultura, ciascuno può avere visioni completamente diverse della vita e della gestione di talune politiche. Ma è così anche nelle regioni d’Italia e di altri Stati membri UE.

In un contesto tanto particolare ed eterogeneo quale è l’Unione europea, più di 500 milioni di cittadini (più altre persone che vi soggiornano quali immigrati, rifugiati, richiedenti asilo ecc.) non si risolve nulla con la bacchetta magica!

Occorre coerenza, solidarietà e volontà (politica) di andare avanti attraverso la ricerca spasmodica del compromesso.

Comè comprensibile c’è bisogno di regole, regole comuni, che ci piaccia o meno; e non è facile mettere tutti d’accordo.

La legge, quale che sia, è sempre il prodotto di un compromesso tra le tante istanze e, di regola, scaturisce da un’autorità che a priori non piace. Per definizione. Figuriamoci laddove si tratti di una “legge” che proviene da un’autorità considerata “estranea”, pressochè sconosciuta, della quale non si comprendono gli obiettivi, le logiche e non si conoscono le procedure.

D’altronde, riflettendo più in generale, la legge che piace a tutti e tutti ne sono soddisfatti non esiste…non l’hanno ancora inventata!

Infatti è insito nella legge riferirsi in modo astratto ad una pluralità di soggetti e, pertanto, ad alcuni interesserà e saranno contenti mentre ad altri non piacerà per nulla e tuttavia la dovranno ripettare benchè mal volentieri.

Queste sono le regole della democrazia. Soprattutto, come nell’Unione europea per il mercato unico e altre politiche comuni, se si considera il voto a maggioranza (qualificata) e non l’unanimità. Senza eccezioni. Che si tratti del governo della Repubblica Federale di Germania o degli altri governi degli Stati membri, ovvero dei cittadini tedeschi, francesi o maltesi, italiani e così via.

Il processo di integrazione europea è irreversibile perchè al di là della globalizzazione economica e della competizione nei mercati mondiali – e non sto a ripetere quanto già affermato – un’”Europa” forte e istituzionalizzata vuole significare tra l’altro un’argine all’imbarbarimento delle democrazie e dei diritti in Europa e nel mondo.

L’Unione europea credibile e compatta costituisce sul piano internazionale un’interlocutore fondamentale per l’ordine mondiale e per gli assetti futuri. Perciò a molti competitors, USA e Russia in particolare, dà fastidio e si tende a depotenziarla.

Più in generale, non può sottacersi, che è da tempo riscontrabile un’effetto domino di declino dei sistemi democratici liberali tradizionali se solo si considerano i mutamenti politici nelle Americhe e in Europa.

L’Unione europea è un soggetto “giovane” nella comunità internazionale che, pur non essendo uno Stato, osserva e si rifà alle regole della democrazia. Anzi se ne fa promotrice dei valori democratici e dello Stato di diritto nel mondo. Tuttavia c’è ancora da migliorare.

Nell’ordinamento giuridico/politico dell’Unione europea, paradossalmente, non c’è il rischio di deriva anti-democratica che è insito nei governi di molti Stati. La cultura democratica è ben solida nella rappresentanza delle varie culture democratiche degli Stati europei e nelle stesse istituzioni UE; esse rappresentano obiettivi diversi e diverse categorie di soggetti; queste diversità esprimono la volontà di bilanciare l’interesse degli Stati membri e di assicurare un livello accettabile di democrazia nella governance dell’Unione che, va ricordato, non è uno Stato ancorché molti non lo ricordano.

Occorre quindi trarre alcune conclusioni sul core business dell’Unione europea e cioè su come dovrà trasformarsi negli anni a venire. In effetti nel sistema europeo già si incrociano competenze e azioni in materie di diritti (fondamentali, sociali) e relative ai diritti e doveri del mercato, dell’economia, della finanza.

Appare ragionevole ipotizzare che in futuro l’homo oeconomicus non sarà più l’esclusiva fonte della felicità e del benessere[33]. Il genere umano, nei secoli, si è trasformato assimilando sempre più una sensibilità verso fonti alternative del piacere e della soddisfazione della vita: ad esempio, la cultura, il piacere intellettuale, le esperienze spirituali, le espressioni artistiche, l’impegno sociale, la condizione fisica, sono tutte forme di un’esistenza appagante e completa[34]. L’Unione europea che assimila la cultura europea tout court ne dovrà rappresentare l’archetipo.

L’economia, invero, è apparsa per secoli l’unica strada verso il raggiungimento della felicità e l’esercizio della pienezza della vita. Oggi, nel Terzo Millennio, la privazione prima e la povertà successivamente hanno inciso su fasce sociali che fino a pochi anni fa apparivano come intoccabili: too big to fail, troppo forti per cadere. Un’assioma che si è dimostrato assolutamente sbagliato sia per enti, sia per professioni, sia per professionalità del c.d. ceto medio e medio-alto.

In questa prospettiva se i Capi di Stato e di governo degli Stati membri in sede di Consiglio europeo lo vorranno, se ritornerà quella solidarietà tra governi che ha informato le relazioni europee negli anni scorsi, l’Unione europea potrà dare un’importante contributo non solo in Europa ma nel mondo intero. È questo lo snodo della crescita e dello sviluppo dell’Unione del futuro.

L’Europa che vogliamo è una Unione europea più umana che metta al centro del sistema la persona, i Popoli, e non più gli interessi degli Stati o, per meglio dire, gli interessi di pochi Stati.

È l’”Europa di Aieta” che come afferma Paolo Garonna “con le sue salde radici nel passato e nel presente proietta un ponte ardito verso il futuro. Un ponte tra quello che l’Europa è stata, ed è nella congiuntura delicata della contemporaneità e delle sue sfide, e quello che ci aspettiamo dall’Europa, i nostri bisogni profondi, i nostri sogni e gli ideali più ambizioni a cui ci ispiriamo”[35].

Ma c’è bisogno di modificare il sistema attualmente in vigore troppo sbilanciato sull’”anima” intergovernativa. Forse varrà la pena cambiare completamente l’ordinamento giuridico/politico ed il sistema istituzionale.

Per concludere, alcuni spunti per rispondere meglio al quesito che ci siamo posti: vale la pena stare ancora insieme?

In primo luogo, a mio avviso, è stato un’errore politico trasformare i Vertici dei Capi di Stato e di governo – che si riunivano periodicamente al di fuori della cornice istituzionale – in “istituzione” propriamente detta così rendendo il triangolo istituzionale (Commissione, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione) subordinato ad esso se non addirittura “schiacciato” da esso.

La Commissione europea oggi, d’altro canto, non è più l’istituzione “terza”, “tecnica”, che ha come obiettivo primario l’interesse europeo nonché la funzione di “custode” dei Trattati nel far rispettare le regole che i governi hanno stabilito. La terzietà è svanita. La Commissione ha subito negli ultimi anni un processo di politicizzazione senza precedenti, da ultimo, attraverso il meccanismo dello spitzenkandidat conseguente alle elezioni del Parlamento europeo del 2014. E sarà così anche dopo le prossime elzioni europee del 2019.

Il Presidente della Commissione è oggi l’espressione di una maggioranza politica e quindi non è più garanzia di (assoluta) terzietà nelle dinamiche istituzionali e soprattutto nell’Eurogruppo. Essa non può rimanere un’istituzione tecnica e politica al tempo stesso. Anche perché nella originaria formulazione del triangolo istituzionale i tre poteri e le competenze di ciascuna istituzione assicuravano un’equilibrio, oggi pressochè svanito, che va riformulato.

Poi la semplificazione dell’intero sistema UE. L’ordinamento giuridico dell’Unione europea è costituito da una congerie di varianti. Potremmo definirlo un’ordinamento che racchiude dentro di sé (pur nella cornice dei Trattati e dei Testi) tanti ordinamenti con diverse procedure e regole (pensiamo al mercato unico, alla politica estera e di sicurezza comune, all’Unione economica e monetaria in particolare le regole dell’Eurogruppo, allo spazio di libertà sicurezza e giustizia, alla poitica sociale ecc.); comportando altresì svariate varianti delle procedure legislative con una difficoltà oggettiva per i non addetti nel comprendere i modi e le forme delle logiche decisionali europee.

La difesa comune. Per mantenere le forze armate nazionali gli Stati membri spendono in totale il triplo della Russia; questo importante budget (o parte di esso) dovrebbe essere destinato alla difesa comune europea, posto che non intendiamo fare più la guerra tra di noi giacché l’Unione europpea persegue uno sviluppo economico conseguente ad una politica di pace in Europa (e nel mondo). Si ritorna al passato della CED.

Si apre quindi la questione dell’aumento imprescindibile del bilancio UE e delle risorse proprie, fino a raggiungere la sovranità di bilancio rispetto agli Stati membri.

L’Unione economica e monetaria e più specificamente l’Eurogruppo nonché l’unione bancaria europea non possono mantenere le regole attuali: la moneta unica richiede la gestione comune di prezzi e salari, nonchè di una politica economica non più a “trazione” nazionale bensì comune e con regole indiscusse ed effettive per tutti. Un processo da porre in agenda immediatamente e da realizzare anche gradatamente ma senza tergiversare poiché non è più possibile tollerare una politica monetaria “adattabile” ad ogni singolo Stato laddove, inevitabilmente, rafforza gli Stati più solidi dal punto di vista economico-monetario e penalizza i più fragili.

Da ultimo, ma non ultimo in ordine di importanza, appare inevitabile l’aumento dei poteri del Parlamento europeo (legislativi, di controllo politico, di bilancio, nella disciplina dell’Eurogruppo) in quanto unica istituzione democraticamente eletta e rappresentativa degli interessi dei cittadini e dei Popoli d’Europa.

Infine, per aumentare la qualità della crescita economica e (soprattutto) sociale, con l’obiettivo del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro che consenta la parificazione nel progresso, occorre ritrovare e rivitalizzare la spinta lavoriale ed imprenditoriale che sempre ha caratterizzato l’Italia e l’Europa come motore primario della crescita civile. Occorrono nuove fasce di self-made man del Terzo Millennio per superare la crisi ed affrontare la rivoluzione tecnologica (della quale siamo già pienamente investiti) in settori quali blockchain, fintech, sostenibilità, clima, energia compatibile con l’ecosistema.

Ricordando che “progresso” vuole dire non soltanto un miglioramento economico/monetario bensì, come sottolineato in precedenza, il raggiungimento sostanziale di standards di vita civile sociale valoriale. Ed in questa prospettiva l’Unione europea deve avere la sensibilità dei lustri precedenti e la lungimiranza degli uomini di buona volontà.

Ma i governi degli Stati membri dimostreranno tutto ciò?

Voglio credere che c’è ancora tanto cammino da fare insieme e che nell’”Europa” c’è ancora tanta “Europa”[36].

In ultimo per non dimenticare il valore della pace:

Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795: [343] “Se questa iscrizione satirica sull’insegna di quell’oste olandese sulla quale era dipinto un cimitero, riguardi generalmente gli esseri umani o particolarmente i capi di stato che non riescono mai a saziarsi di guerra, oppure forse soltanto i filosofi che sognano quel dolce sogno, è questione che qui possiamo lasciar stare. Ma il redattore del presente testo si riserva quanto segue: poiché il politico pratico, nei confronti di quello teoretico, sta in un rapporto tale da guardarlo dall’alto al basso, con grande autocompiacimento, trattandolo come uno scolastico che, con le sue idee vuote, non può arrecar pericolo allo stato che ha da derivare da princípi di esperienza, e che si può lasciar giocare con l’impossibile, senza che l’uomo di stato informato del mondo debba curarsene, egli deve anche procedere, nel caso di un contrasto con lui, in maniera conseguente e non subodorare un rischio per lo stato dietro alle sue opinioni azzardate alla ventura e pubblicamente espresse; – in virtù di questa Clausula salvatoria il redattore vuole esplicitamente sapersi premunito, e nella forma migliore, contro ogni interpretazione malevola”.

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Note

[1] Pankaj Mishra, L’età della rabbia. Una storia del presente, Milano, Mondadori, 2018.

[2] La questione è già stata attentamente analizzata da L. Morlino, F. Raniolo, Come la crisi economica cambia la democrazia. Tra insoddisfazione e protesta, Bologna, Il Mulino, 2018.

[3] L’Europa come capro espiatorio è stata ampiamente da me trattata; cfr. M. Fragola, L’Europa dei Popoli o degli Stati?, L’integrazione spiegata attraverso il diritto dell’Unione europea, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2017 e da G. Baldini, Populismo e democrazia rappresentativa in Europa, in Quaderni di Sociologia, n. 65/2014, pp. 11-29.

[4] “Europa” è un’espressione giornalistica, devo dire imprecisa e fastidiosa, che approssimativamente sta ad indicare l’Unione europea (UE) che ne rappresenta il sistema continentale istituzionalizzato.

[5] Cfr. G. Amato, E. Galli della Loggia, Europa perduta?, Bologna, Il Mulino, 2014; altresì E. Triggiani, L’Europa accerchiata, in Sud in Europa, dicembre 2017-gennaio 2018, p. 1; B. Caravita, Quanta Europa c’è in Europa?, Torino, Giappichelli Editore, 2015.

[6] Marina Castellaneta nel suo blog http://wwwmarinacastellaneta.it/blog/ afferma che il populismo xenofobo e l’incitamento all’odio è in crescita in tutta Europa alla luce del rapporto annuale del Consiglio d’Europa [Commissione contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI)] presentato il 22 giugno. L’allarme è dovuto anche alla circostanza che “il discorso populista si è trasformato in odio nei confronti degli stranieri o delle minoranze” e ha accentuato le divisioni sociali con gravi conseguenze per migranti e altri gruppi vulnerabili.

[7] Nella recentissima sentenza la Corte di Strasburgo, 30 ottobre 2018, ricorso Kaboğlu et Oran contro Turchia, n. 1759/08,  l’hate speech è relativo a tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio basate sull’intolleranza.

[8] La “Grande Recessione” secondo L. Morlino, F. Raniolo, Come la crisi economica cambia la democrazia, cit., p. 9, attesa la durata e l’intensità del fenomeno.

[9] Sul punto cfr. L. Morlino,  D. Piana,  F. Raniolo  (a cura di), La qualità della democrazia in Italia, Bologna, Il Mulino, 2013; anche I. Diamanti, Democrazia ibrida, Roma-Bari, Gius. Laterza & Figli, 2014, p. 3ss.

[10] Noam Chomsky, Così va il mondo, Milano, Piemme, 2017, p. 14ss. definisce i mass media “fabbrica del consenso” e li considera uno degli elementi portanti del più vasto sistema dottrinale e propagandistico destinato a forgiare l’opinione pubblica. Peraltro secondo l’A. che si definiscano “liberal” o conservatori sono pur sempre grandi aziende e non deve stupire che l’immagine che esse presentano rifletta gli interessi e i valori dei proprietari e degli investitori.

[11] La teorizzazione più lucida del concetto di “democrazia liberale” è, secondo noi, di J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia (traduzione di E. Zuffi), Milano, Etas, 2001. Inoltre cfr.  G. Sabbatucci, La democrazia liberale e i suoi nemici in http://www.sissco.it/articoli/la-democrazia-del-novecento-un-campo-di-tensione-798/programma-800/la-democrazia-liberale-e-i-suoi-nemici-801/

[12] S. Fabbrini, Sdoppiamento, Una prospettiva nuova per l’Europa, Bari-Roma, Laterza, 2017, pp. 169 e 171.

[13] Élite culturali che da sempre hanno contribuito, se non partecipato attivamente, alla costruzione delle democrazie ma che oggi appaiono latitanti e deficitarie. Un lassez faire assordante ed inaccettabile.

[14] C. Mudde, The Populist Radical Right: A Reader, London, Routledge, 2017 e Populism: A Very Short Introduction (with Cristobal Rovira Kaltwasser), Oxford University Press, 2017. Cfr. altresì le considerazioni critiche di G. Giraudi, Populism: What Is and Why We Need A Multidimensional Approach to Understand it, in http://dx.doi.org/10.19044/esj.2018.v14n8p16 ; e I. Diamanti, M. Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Bari-Roma, Laterza, 2018.

[15] Su cui rinvio all’interessante saggio di V. Beonio Brocchieri, Storie globali, Persone, merci, idee in movimento, Milano, Encyclomedia Publishers, 2011, p. 7ss. Il quale afferma in premessa che “il termine globalizzazionesi è imposto come una sorta di passpartout per riassumere le tendenze di fondo del mondo contemporaneo. Questa trionfale affermazione è dovuta ad un’indeterminatezza concettuale che rende il termine disponibile agli utilizzi più disparati e contraddittori. L’arma vincente della globalizzazione nella lotta per la sopravvivenza fra concetti e immagini più o meno scientifiche è stata proprio la sua estrema adattabilità”. In effetti globalizzazione, mondializzazione, modernizzazione, internazionalizzazione, ecc. sono termini/categorie ciascuno con la sua individualità concettuale e scientifica che più si adatta alla fattispecie concreta.

[16] Su cui Maha Az-Cleo Gisa, Global, Local, Glocal, ISPM Summer Term 2014, in https://prezi.com/jlyucqbp8rhi/global-local-glocal/

[17] C. Crouch, Coping with Post-Democracy, 2000, nella versione italiana edita da Laterza, Roma-Bari, 2005.

[18] A quanto è dato riscontrare, nella ultima campagna elettorale italiana del 2018, la maggior parte delle argomentazioni che sono state presentate per convincere gli elettori hanno avuto come focus – ancorché con diversi accenti – l’Unione europea nel suo complesso, la sua visione di un’integrazione austera e rigorosa. Troppe le diversità tra gli Stati, troppe le differenze, inavvicinabili i cittadini tra loro. Aspetti che viceversa rappresentano “il” valore per l’integrazione europea (“uniti nelle diversità”).

[19] In argomento M. Fragola, L’Europa dei Popoli o degli Stati?, L’integrazione spiegata attraverso il diritto dell’Unione europea, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2017, p. 80ss.

[20] La “troika”, com’è noto, è un organismo di controllo “a tre” a composizione mista (una sorta di “triumvirato” europeo-internazionale) istituita a partire al 2008 per far fronte alla crisi economica europea. Ne fanno parte tre istituzioni, due propriamente dell’Unione europea, la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione europea (CE) e una internazionale il Fondo monetario internazionale (FMI). Si è occupata dei piani di salvataggio degli Stati membri dell’Eurozona coinvolti dalla crisi fornendo assistenza finanziaria in cambio dell’istituzione di politiche di austerità. Sul punto si veda infra Cap. 3, par. 4.

[21] Così F. Verbaro, Lo Stato è “sovrano” se funziona bene, in Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2018, p. 8.

[22] F. Verbaro, ibidem. Sul punto cfr. S. Gambino, Diritti fondamentali, costituzionalismo e crisi economica, in Diritti sociali e crisi economica. Problemi e prospettive (a cura di S. Gambino), Torino, Giappichelli, 2015, p. 3ss.

[23] S. Cassese, L’Italia: una società senza stato, Bologna, Il Mulino, 2011.

[24] Già F. Reviglio, Come siamo entrati in Europa (e perchè potremmo uscirne), Torino, Utet, 1998, p. 272 segnalava che “al verificarsi del primo shock esterno e al cambiamento del ciclo economico in direzione recessiva, i nostri conti pubblici sarebbero nuovamente esposti a drammatici riflessi economico-finanziari. Alla comminazione delle onerose penalità previste dal patto, seguirebbe immediatamente la reazione dei mercati finanziari contro il nostro Paese. Si riprodurrebbero allora senza preavviso condizioni di instabilità simili a quelle che si sono registrate nel 1992. I mercati finanziari colgono infatti immediatamente le divergenze dal sentiero virtuoso disegnato dal pattodi stabilità di un Paese che, con un debito pubblico di dimensioni tanto elevate è di fatto un vigilato speciale”. Reviglio concludeva “non sarà certo un cambiamento di facile attuazione. In situazioni normali esso appare politicamente impraticabile. Potrà essere solo il risultato di crisi capaci di renderlo inevitabile, sia pure attraverso profonde e diffuse ferite nel tessuto sociale tradizionale di consenso democratico” (p. 273).

[25] Sul punto G. D’Ignazio, L’Unione europea e le istituzioni territoriali a più di 60 anni dai Trattati di Roma, in Europa Nonostante. La conoscenza come antidoto della fragilità dell’UE. Spunti dal laboratorio di pensiero di Aieta, Cosenza, Galassia, 2018, p. 15ss.

[26] Si tenga conto delle conseguenze della richiesta del regno Unito di recedere dall’Unione europea (c.d. “Brexit) ex art. 50 TUE.

[27] Ricordo per dovere di chiarezza che l’articolo 75 della Costituzione della Repubblica italiana sancisce che “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Corsivo aggiunto.

[28]  Vedi il caso Brexit e le difficoltà del governo britannico di trovare una soluzione accettabile fino all’extrema ratio di riconsiderare le scelte referendarie.

[29] Già G. Giraudi, Ripensare l’Europa. Storia, processi e sfide dell’integrazione europea, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2008.

[30] Autori vari, Europa Nonostante. La conoscenza come antidoto della fragilità dell’UE. Spunti dal laboratorio di pensiero di Aieta, Cosenza, Galassia, 2018.

[31] Su cui segnalo le varie tesi contenute nel volume collettaneo Europa Nonostante. La conoscenza come antidoto della fragilità dell’UE. Spunti dal laboratorio di pensiero di Aieta, Cosenza, Galassia, 2018.

[32] Scritti vari di Thomas Mann tra il 1922 e il 1945, tra i quali, Moniti all’Europa, oggi riproposto da Mondadori, 2017. È una lezione ancora viva che torna ad ammonirci e illuminarci, nelle crisi sociali, culturali e politiche di questo inizio del XXI secolo in Europa.

[33] In argomento B. Giovanola, Oltre l’homo oeconomicus: lineamenti di etica economica, Nocera Inferiore (SA), Orthotes, 2012.

[34] S. Latouche, La scommessa della decrescita, Milano, Feltrinelli, 2014; M. Pallante, La decrescita felice, Roma, Editori Riuniti, 2005; nuova edizione  Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2011.

[35] P. Garonna, L’Europa di Aieta, in Europa Nonostante. La conoscenza come antidoto della fragilità dell’UE. Spunti dal laboratorio di pensiero di Aieta, Cosenza, Galassia, 2018, p. 247.

[36] B. Caravita, Quanta Europa c’è in Europa?, Torino, Giappichelli Editore, 2015.

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