Stranieri in casa propria: il disagio da rientro dalle missioni dei nostri soldati

di Corbi Mariagabriella

Il sentirsi a casa propria ha un significato molto più profondo  che include legami affettivi, senso di appartenenza, comprensione, condivisione e quotidianità.

Elementi indispensabili per sentirsi sicuri, rilassati e liberi di essere se stessi attraverso l’identificazione con gli altri membri del gruppo.

Le aspettative del rientro dalle missioni possono essere raggruppate in tre categorie comunicanti e complementari: luoghi, persone familiari, e routine quotidiana.

Nell’ottica della psicodinamica individuale, in perenne evoluzione, fa sì che al rientro dopo diverso tempo di permanenza all’estero “si percepiscano diversi.
Trasformazioni topografiche e demografiche creano una nuova immagine.

I punti di incontro, ristoranti, cinema, abitazioni, benché gli stessi, sembrano mutati. Aggirandosi per le strade non si riconoscono i volti di chi si incontra. C’è una nuova commessa in negozio, il vecchio barbiere ha chiuso, il pizzicagnolo tanto disponibile del negozio ha cambiato lavoro e la botteguccia conveniente all’angolo non esiste più.

Non è solo l’ambiente circostante che cambia, ma anche il proprio modo di essere.

Anche i posti rimasti esternamente immutati e riconoscibili, non trasmettono più le stesse emozioni di prima.

La città in cui si vive abitualmente è diventata l’equivalente di una città straniera.
Anche le persone con cui si avevano quotidiane relazioni sociali prima della partenza sono mutate,  sia esternamente che internamente.

Tra il gruppo di amici, chi si sta sposando, separando, chi è stato trasferito, o solo di casa e, ciò che più lascia meravigliati – benché naturale -, tutti sono invecchiati. Anche le solite cose di tutti i giorni hanno un sapore diverso.

Rientrare a casa può rappresentare il confronto con una realtà diversa da quella dei ricordi, da provocare uno shock culturale inverso e quasi come quello sperimentato alla partenza, con la sensazione di essere “stranieri in casa propria”.

Ciò in parte è da addebitare alle aspettative deluse, ma anche nello stress di un ulteriore cambiamento, quando a fatica ci si era appena ambientati; nella perdita, nella maggior parte dei casi, del precedente vantaggioso status sociale; e nell’impiego in mansioni professionali meno importanti con relativo decremento economico.

Lo shock culturale inverso rappresenta un processo determinato da variabili personali e dall’incarico  ricoperto nel contesto sociale.

Ognuno prova più o meno sensazioni simili ma possiamo distinguere tre fasi caratterizzate da sensazioni e risposte comportamentali tipiche.

E’ ovvio che la risposta elaborativi è diversa da persona a persona, ma non la sequenza che consiste in una iniziale euforia, seguita da un periodo di crisi, che si  conclude con l’adattamento e accettazione delle differenze. (Storti, 2001).

L’organizzazione della partenza determina l’avvio della fase iniziale, il famoso “conto alla rovescia” o “stecca”, si configura come un addensamento di proiezioni fantastiche e aspettative condite dalle emozioni tipiche di ogni rientro.
Diversi abbisognano di tempi più lunghi per l’elaborazione, altri vivono la nuova separazione non come la perdita di un “addio” ma con la filosofia di un “arrivederci” in altre missioni in luoghi e tempi futuri.

Solitamente chi ha bisogno più di sostegno, emotivo e psicologico, è colui che ha investito molto nella nuova cultura, stringendo intensi legami.

Un’intervista su un campione di rimpatriati (Storti, 2001) ha rilevato che l’80% non vuole tornare a casa; chi torna con piacere non ritiene necessaria una preparazione al rientro; e la maggior parte degli intervistati non pensa al rimpatrio come un’esperienza traumatica.

Una volta decorso il tempo dell’attesa la persona prova normalmente una prima sensazione di euforia, simile alla “luna di miele” della prima partenza.
L’enfasi iniziale dell’accoglienza generano emozioni fantastiche, per essere al centro dell’attenzione con tutte le nuove esperienze da raccontare.
Ci si rende conto che non esiste niente di meglio della propria terra e del sentirsi a casa. Sapori, odori, clima, tutto contribuisce ad un alto senso di benessere, fisico e psichico, come in una vacanza in cui si presta attenzione solo alle cose piacevoli.

Dopo questa prima fase dove niente sembra turbare , nella seconda fase affiorano lentamente gli aspetti spiacevoli e fastidiosi del rientro mentre gradualmente diventano sempre più evanescenti i lati positivi.
Le relazioni con familiari e amici provocano un senso di disagio.
Tutti si mostrano interessati e curiosi alle notizie sui propri viaggi e sulle proprie esperienze, facendo molte domande, vedendo fotografie e ascoltando storie, ma non sembrano realmente interessati all’altra cultura; loro erano assenti e non hanno vissuto azioni o visto ciò che si tenta di trasmettere raccontando ogni particolare; dalle loro domande e dai loro commenti si evince il distacco culturale e la consapevolezza che, per quanto uno descriva, loro non riusciranno mai a comprendere.

La manifestazione di critiche, opinioni e confronti danno la sensazione al rimpatriato di essere giudicato e inducono alla deduzione difensiva che nel paese straniero si vive meglio.

La percezione che tutto va bene ma la sensazione soggettiva di “essere fuori posto”.

Lo scorrere del tempo e le esperienze, positive o negative, hanno mutato  sia chi è partito sia chi è rimasto senza rendersene conto.

Il sentirsi una “minoranza” lo induce a misurare le parole, al comportamento,a i gesti, e soprattutto a non manifestare le proprie emozioni e i propri pensieri.

Anche professionalmente sembra che, in caserma, nessuno riconosca e valorizzi l’esperienza all’estero.

Alcune volte l’incarico diventa meno impegnativo e con minor responsabilità, la conoscenza della lingua straniera inutile e lo stipendio ridimensionato, quasi insufficiente.

Molti reduci sentono la difficoltà di dover iniziare una nuova vita e adattarsi ad un nuovo ambiente.

Coloro che invece hanno tessuto nuovi legami nel paese straniero, trova molta sofferenza accettare nuovamente la “propria” cultura; a volte è impossibile.
Un pervasivo rifiuto spinge a vivere in un mondo di sogni e ricordi che, a poco a poco, trasforma la realtà priva di senso provocando una devastante frustrazione.

La terza fase comporta generalmente l’accettazione e l’adattamento ai cambiamenti, permettendo di ricostruire il senso di appartenenza e l’identificazione nell’ambito del proprio gruppo sociale.

Ciò non significa cancellare o dimentica ma sviluppare un’apertura mentale tale da poter raggiungere un equilibrio spazio-temporale, e contenere  i diversi aspetti delle differenti culture.

Lentamente si ritorna in una normale routine quotidiana, recuperando le precedenti sensazioni di euforia ed elaborando la frustrazione e le delusioni del rientro.

Fattori determinanti sono costituiti da variabili chiave che intervengono nel processo di adattamento del rimpatriato.

In primis il carattere obbligato o volontario del rientro.

Colui che torna a casa ha diversi progetti per il proprio futuro nel paese natale, per cui è più flessibile al cambiamento e sperimenta un fluido processo di adattamento. Chi, al contrario, è costretto a rientrare “d’ordine”, può sperimentare un senso di controllo della propria libertà e rispondere rigidamente alle dinamiche esterne.
Una seconda chiave è l’età.

L’esperienza di vita consente, anagraficamente, l’apprendimento di migliori strategie adattive e la formazione di una struttura di personalità meno vulnerabile ai cambiamenti di cui ormai si conoscono e ri-conoscono molte dinamiche.

Altra chiave importante è la durata della missione all’estero.
Più lungo è il tempo di permanenza, maggiore è la possibilità di stringere significativi legami affettivi che, al momento del rientro, rappresentano il principale fattore di perdita con conseguente processo di lutto.
Per ridurre il livello di shock culturale, quando si arriva in un altro paese, si adotta la cultura ospitante tanto da identificare la terra straniera nella propria patria.

Infatti è una dei motivi per cui le forze militari predispongono missioni di breve durata al fine di evitare un legame intenso con l’altro paese che potrebbe mettere a rischio l’assoluta fedeltà alla propria bandiera.

Altra chiave è l’accoglienza al rientro che è connessa, al significato soggettivo di “casa”.

L’analogia del posto in cui si è nati o dove vivono i parenti, il rientro non comporta un grande cambiamento come per chi, invece, considera la casa un ambiente domestico, con persone familiari e luoghi conosciuti.

In questo ultimo caso, il riscontro di una realtà che il tempo ha reso completamente diversa, può rappresentare un forte ostacolo al riadattamento in patria.

In conclusione, mentre in letteratura è possibile trovare un’ampia trattazione dello shock culturale, dalle ricerche bibliografiche è emerso che lo shock inverso non ha riscosso molto interesse. Probabilmente proprio perché il campione oggetto di studio è il più delle volte una popolazione emigrante che difficilmente rientra al paese di origine.

Inoltre, presumibilmente, si parte dalla convinzione che tornare in un posto familiare o tornare a casa sia facile e quindi insignificante per la ricerca empirica.
Contrariamente a questa ipotesi, alcuni studi e l’esperienza personale, hanno rilevato che il rientro in patria non solo può essere una fase difficile, ma può manifestarsi anche più gravosa e complessa del precedente adattamento all’estero.

I problemi e il relativo senso di frustrazione del rientro sono peggiori rispetto alla prima partenza proprio perché il rimpatriato che ritiene di conoscere il posto di destinazione, si scontra con una realtà improvvisamente cambiata dal trascorrere del tempo, a cui non è preparato.

 

Mariagabriella Corbi

Dottoressa in Scienze dell’educazione

Consulente dell’educazione familiare

Mediatrice Familiare  



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