Spunti per la riforma fiscale (partendo dalle realtà medio piccole)

Spunti per la riforma fiscale (partendo dalle realtà medio piccole)

Minelli Bruno

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Credo che una delle accezioni corrette del detto le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni sia quella che i buoni propositi spesso trovano ostacoli insormontabili; in Italia tale significato è oltremodo calzante, visto il mare magnum delle cose da fare che non si possono fare – così nel campo fiscale ci si è dovuti accontentare (per il momento) di attuare, più prosaicamente, le pie intenzioni, applicando alla Chiesa cattolica la ex Ici, ora Imu. Almeno così dovrebbe essere, salvo valutare, soppesando anche le virgole (anche qui la lingua italiana, nell’ultima versione delle lenzuolate di Bersani, ha giocato un ruolo predominante per garantire al patrimonio ecclesiastico sia il principio dell’assoggettamento ad imposta che l’esenzione dalla medesima), il contesto normativo e a consuntivo verificarne l’effettiva attuazione. La buona intenzione attesa (invece) da tutti, l’allentamento della pressione fiscale, è di là da venire, perché il Presidente del Consiglio ha fatto suo un altro detto di uno dei tanti cervelli italici prestati all’estero, G. Trapattoni, che per spiegare il concetto di una vittoria futuribile ebbe a dire non dire gatto prima che non lo hai nel sacco – traslato alle cose fiscali, prima di abbassare le tasse per effetto della lotta all’evasione vediamo cosa effettivamente entra nelle casse dell’Erario – una cosa sono gli annunci di mirabolanti recuperi di imponibili/imposte, altra cosa sono gli incassi effettivi. Ovvero, altra chiave di lettura, il presidente del Consiglio sarebbe ossessionato dai conti lasciati dalla PFC (Pubblica Finanza Creativa) della gaudente Prima Repubblica, tanto paga Pantalone, ed è cosciente di trovarsi di fronte ad un bivio, spostare ad libitum sulle generazioni future il debito sovrano, oppure iniziare a ridurlo con qualsiasi entrata e/o risparmio di spesa. Non è più soltanto una questione d’interessi da pagare, è soprattutto una questione di trovare investitori disposti a rischiare e a sottoscrivere, rinnovandola, la quota di debito, millenovecento e rotti miliardi di € (in lit come mai si scriverà?), in scadenza. Questa ultima ratio, non facile, per il combinato disposto recessione/panico. A proposito di interessi elevati, più che essere tali per (periodici) attacchi speculativi, essi, perlopiù, riflettono l’alea del rischio che assume l’investitore nell’accollarsi parte del debito sovrano di uno stato con default border line.

Tornando agli effetti annunci, e questo per vincere l’evasione fiscale, un altro, assolutamente bypartisan, è quello di tutti quei politici che, forse inebriati/abbagliati dai riflettori televisivi, vorrebbero la contrapposizione degli interessi per cui ad ogni prestazione, e di qualsiasi natura, il cliente avrebbe convenienza a farsi rilasciare la fattura o lo scontrino perché ciò gli consentirebbe di detrarre il relativo costo dal proprio reddito – in ultima analisi, quindi, si tasserebbe il solo risparmio, una sorta di meccanismo della tassazione del reddito d’impresa esteso a tutti i percettori di reddito italiani (la differenza sarebbe nel fatto che il costo detraibile non è più legato all’inerenza con l’attività, ma che è tale in quanto sostenuto dalla persona contribuente).

Al di là delle meritorie intenzioni, il fatto che ciò rimane nell’alea delle buone intenzioni, per una volta depone a favore del Parlamento Italiano che non traduce in norma una boutade trasversale e quindi con numeri potenzialmente maggioritari per approvarla.

In un paese già iperburocratizzato, pensare di costringere tutta la popolazione attiva a dotarsi di un consulente che registri le spese di ciascuno, ne tenga i conti e che, al fine, presenti per ciascuno una dichiarazione a consuntivo quale differenza tra i redditi percepiti e spese (anche private) sostenute, è un’utopia (per non dire, una follia).

Anche nel Fisco, a certi step, la domanda se il gioco valga (veramente) la candela va comunque posta. Personalmente, ritengo che il problema si pone anche, nel sistema attuale, per una pletora numerosissima di contribuenti (con mod. CUD) che fanno la dichiarazione al solo scopo di far valere gli oneri detraibili/deducibili (esempio classico, le spese mediche). Basterebbe calibrare le detrazioni a livello del sostituto d’imposta, tenendo conto di particolari situazioni certificate a monte (età, varie infermità, presenza di mutui, scuole dei figli, etc) per far saltare un meccanismo di dichiarazioni/controlli che vede i costi superare, sicuramente e di gran lunga, i benefici. Certo, gli interessi in gioco, non solo della burocrazia statale e dei consulenti (per i sindacati/patronati, attraverso i propri caaf, ad esempio, i mod. 730 da qualche anno costituiscono una modalità di finanziamento), rendono difficile una siffatta soluzione, ma il paese si sta avvitando perché piccole e grandi lobbies hanno tutte una visione nimbi del problema Italia, si inizi con i sacrifici e i tagli dagli altri. Così i governi passano, fanno poco o nulla per i veti incrociati e lentamente si sprofonda tutti quanti verso il baratro, ciascuno arroccato sulla sua particolare rendita, fino a che un esecutivo di tecnici ha l’onere di porre fine ai privilegi di tutti, disancorare il destino della collettività dalle croste anchilosate di benefit individuali e di categoria stratificatisi negli anni. E più lo farà con una visione complessiva dei problemi, più la speranza questa volta di farcela sarà concreta.

A quarantanni dalle riforme fiscali del 1973, atteso che concordemente si ritiene che il sistema non è più al passo coi tempi, forse sarà la volta buona anche per il fisco, almeno ce lo auguriamo; se non ora quando?, con un logo oggi di moda. E’ infatti da quell’anno che il Fisco Italiano è improntato a due linee guida, che, nel tempo, si sono avvitate a motivo dell’estrema complessità della materia, mentre gli addetti affannosamente cercavano di stare al passo con i tempi, tenuto conto che istituzionalmente dovevano tradurre in entrate erariali tutte le novità che in itinere la società produttiva generava. Con i ritmi che il mondo moderno ha imposto ai cambiamenti.

La prima, ogni produttore di reddito doveva dichiarare in autodichiarazione i propri introiti, si intersecava con la seconda, compenetrandosi e formandone un unicum inestricabile, e cioè che lo doveva fare in modo analitico.

Saltava, quindi, lo schema del dopoguerra dei salomonici concordati tra gli imprenditori e il funzionario di turno delle imposte, a cui si chiedeva, più che nozioni di contabilità, un particolare intuito circa la redditività delle piccole realtà che lo circondavano. Con la riforma del 1972/1973 inizia l’era del cartaceo preventivo, tutti in contabilità, tutti a dichiarare i propri redditi. Nei primi anni si doveva addirittura consegnare il vecchio mod. 101, antesignano dell’attuale CUD, il certificato con cui il datore di lavoro/sostituto d’imposta attesta i redditi e le ritenute versate dei (e per i) propri dipendenti. Il passaggio al mod. 740, l’attuale UNICO, era obbligatorio in presenza di un reddito fondiario, con previsioni di esonero limitatissime.

In ogni caso, chi era tenuto alle scritture contabili doveva produrre la dichiarazione. Con il tempo si è sempre più ingenerato il convincimento che c’era un’evasione abnorme e generalizzata, sensazione non smentita dalle associazioni di categoria che lamentavano, e lamentano, l’eccessività della pressione fiscale, quasi, chiusura del cerchio, a giustificarne (implicitamente) la riferita evasione.

Nel quadro dato, il legislatore fiscale ha, di fatto, costretto gli imprenditori più marginali all’adozione di una contabilità del tutto simile a quella che poteva avere una grande azienda.

Storicamente si sono contrapposte due contabilità, l’ordinaria e la semplificata; quest‘ultima, con predeterminati giri di affari, consentiva, estremamente sintetizzando, agli esercenti di tenere buone ai fini dell’imposizione diretta le scritture Iva; con una sola contabilità si calcolavano gli imponibili, e le imposte, sia delle dirette che dell’iva, anche se esse non erano esattamente coincidenti.

Ma già nel 1984, con il dl n° 853, la cosiddetta Visentini ter, il legislatore tentava uno stralcio delle posizioni più marginali, prevedendo per loro una determinazione forfettaria sia del reddito che dell’Iva, sgravandole di obblighi contabili anacronistici rispetto alla realtà della azienda. Era un primo timido tentativo di superare l’impostazione ideologica del 1973, ma nel bilanciamento degli interessi in gioco, la remora della evasione fiscale rimaneva ed è bastato il comma 29 dell’art. 2 della legge per sortire l’effetto contrario. Infatti, il comma prevedeva la possibilità da parte degli uffici di accertare maggiori redditi sulla base di elementi presuntivi, che poi, in seguito, si concretizzeranno nei coefficienti presuntivi. Unica arma di difesa era il comma 16 dello stesso articolo, la possibilità di opzione per il regime di contabilità ordinaria, che avrebbe evitato il rischio dell’accertamento induttivo del comma 29. Un’intuizione giusta, che andava nella direzione di una semplificazione per tutte le realtà medio piccole, avrebbe sortito l’effetto contrario (adozione della contabilità più complessa), proprio perché allora, come ora, è alto il rapporto di diffidenza tra i controllati contribuenti ed il fisco controllore, che si avvale di un diritto tributario forse squilibrato, potendo l’Amministrazione Pubblica avvalersi di presunzioni con inversione dell’onere della prova (dimostri il controllato l’erroneità delle presunzioni del controllore). Negli anni, sempre più l’Amministrazione Finanziaria ha fatto ricorso a procedure ricostruttive del giro d’affari basandosi su presunzioni. Forse non poteva fare altrimenti; avrebbe dovuto, in alternativa, piazzare per ogni attività un proprio controllore che verificasse l’emissione dello scontrino, della parcella o della fattura. Così il legislatore tributario si è ingegnato a trovare dei sistemi di adeguamento del reddito o delle operazioni imponibili sulla base di specifici elementi, passando dai cosiddetti coefficienti presuntivi, ex art. 11 del dl n° 869/1989, ai parametri, ex art. 3 della l. n° 549/199, per finire agli studi di settore, ex art. 62 bis del dl n° 331/1993.

A quasi trentanni dalla visentini ter, al contribuente non resta che il vecchio sistema difensivo, l’adozione della contabilità ordinaria, che costituiva, almeno fino al 2002, l’argine all’accertamento presuntivo. In ogni caso, è preso a mezzo tra uno studio di settore, che potrebbe aver fotografato in eccesso la situazione reddituale (ammesso e non concesso che sia una media, ci può stare che uno stia realmente al di sotto del valore intermedio del range dato), e l’ansia di adottare un sistema più realistico (contabilità ordinaria), che attenua (ma non esclude) la possibilità di eventuali accertamenti fiscali, col costo aggiuntivo della lievitazione esponenziale del conto del consulente.

Da tempo osservo molte partite Iva che chiudono e sottraggono dal tessuto connettivo delle nostre città una miriade di attività, lasciando sempre più campo alla realtà surreale della concentrazione del commercio nei siti ghettizzanti dei grandi centri commerciali. E mi chiedo se sia possibile che ciò accada anche per la farraginosità della normativa e/o della burocrazia, mentre sono convinto, anche se mai statistiche sono state fatte sul punto, che la maggioranza dei contribuenti, con soglia di giro d’affari limitata, paghi più di consulente che di tasse. Quando essi chiudono, a pochi importa delle loro motivazioni, eppure il danneggiato, in primis, è l’Erario, e con esso la collettività, che, dato certo, certamente dovranno fare a meno delle imposte future di chi chiude i battenti.

Ero e rimango convinto che l’intuizione del 1984 di Visentini in punto di dichiarazione forfetaria possa costituire efficacemente la base per un ripensamento del sistema, che parta dalle realtà imprenditoriali medio piccole, oggi prese in mezzo tra costi spropositati e redditi non eccelsi, e che sono maturi i tempi del superamento ideologico del 1973 del reddito personale da dichiarare per tutti nella forma analitica. Ormai abbondantemente superato, facendo uso, la stessa A.F., e a piè mani, di libere presunzioni.

E’ possibile, se non doveroso, chiedersi se non sia giusto tornare a monte, all’accordo preventivo su base presuntiva, in sostituzione del reddito analitico da dichiarare con l’intervento dei consulenti e alla contestazione del risultato attraverso ragionamenti presuntivi, a loro volta eventualmente contestati sempre dai consulenti e con l’intervento, terzo, del giudice. Costi che lievitano incredibilmente, mentre le entrate divengono del tutto incerte. E la gente, a volte, preferisce chiudere.

Nel 2008 si è tentato di mandare a regime un tentativo di semplificazione per i contribuenti cosiddetti minimi (art. 1 della Finanziaria 2008, commi da 96 a 117), mentre già erano vigenti norme che prevedevano, per categorie limitatissime di contribuenti, il tutoraggio diretto dell’A.F., senza intermediazione del professionista, attraverso il contatto diretto tra il contribuente ed il Fisco; le condizioni richieste riducevano però di molto i possibili fruitori, numero oggi ancor più ridotto a causa dell’art. 27 del dl 98/2011 (regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità).

Alcuni ritengono che bisognerebbe dare maggiore impulso al sistema dei minimi, magari alzando la soglia dei trentamila € del giro d’affari; personalmente, pur apprezzando l’intento semplificativo, credo che il sistema abbia un limite perché prevede una tassazione ad aliquota fissa e omnicomprensiva (tutte le imposte); fatto che può esporre il Paese a procedure di infrazioni comunitarie, in quanto l’Iva, il cui introito, in parte, viene riversato all’Europa, non è determinabile e salterebbe quindi la quota di spettanza europea, mentre, ai fini dell’imposizione diretta, la criticità starebbe nel mancato rispetto della tassazione progressiva, costituzionalmente sancita, ex art. 53.

Meglio allora ripensare ad una semplificazione sul tipo della vecchia Visentini ter, magari da aggiornare tenendo conto di una serie impressionante di dati sulle realtà imprenditoriali che nel frattempo l’A.F. ha incamerato (al fine del controllo a posteriori dello studio di settore).

Il cambio sarebbe di prospettiva, non più controllo a consuntivo e succedaneo alla dichiarazione dei redditi, ma accordo definitivo a consuntivo, sostitutivo della dichiarazione (e dei controlli a bocce ferme).

Sulla base dei dati delle singole attività (ubicazione, dipendenti, acquisti di merce, ricavi anni precedenti, etc) le parti (agenti fisco e contribuenti) dovrebbero ragionevolmente stimare il reddito dell’anno solare da ultimo trascorso (attraverso coefficienti di abbattimento sui ricavi registrati); presupposto di partenza sarebbe l’effettivo volume d’affari/ricavi realizzato, che costituirebbe, nel limite massimo di 150 mila €, la modalità ordinaria di tassazione. Cosicchè, ai fini dell’iva, sul giro d’affari andrà applicata l’aliquota di riferimento, riducendo l’imposta relativa alle operazioni imponibili di una percentuale prestabilita (variabile a seconda della tipologia dell’attività) a titolo di detrazione forfettaria dell’imposta afferente gli acquisti, mentre, ai fini delle imposte dirette, il reddito verrebbe determinato sul totale dei ricavi o compensi dichiarati ridotto della percentuale stabilita per la particolare attività. Su detto reddito forfettario andranno applicate le aliquote, per scaglioni di imposta, assolvendo così al dettato costituzionale della progressività della tassazione diretta che si diceva.

Credo che se anche la base di accordo si concludesse con imposte superiori a quelle fino ad allora pagate, questi contribuenti ai margini, stressati dai mille cavilli che una contabilità sistematica comporta, a rischio sempre di contestazione e spesso additatati a causa dei mali di una nazione, firmerebbero subito, qualora si garantisse loro che la partita degli adempimenti/controlli finisca lì. Tanto più che è molto facile, con un esempio scolastico, che un contribuente, cui verrebbe chiesto con accordo diretto 100, gli anni precedenti abbia dato al Fisco Italiano magari 80, però con costo aggiuntivo di 90 di consulente.

Unica condizione, e questo è il patto di fiducia che ci vorrebbe, è quella del rigoroso impegno del contribuente di parcellare e/o fatturare i suoi incassi e salta quando, incontrovertibilmente, se ne rilevi la sistematica omissione. Credo, altresì, che non solo si porrebbe fine all’emorragia delle partite Iva, ma s’incrementerebbero di un sostanzioso numero, come avviene sempre a ogni procedura deburocratizzata. Si potrebbe, anzi, pensare di eliminare per i forfettari lo stesso numero di identificazione Iva, fatto che agevolerebbe il controllo sulle realtà autonome più significative, meglio selezionabili, in presenza di criticità segnalate (per possibili evasioni/elusioni) dai sistemi informatici dell’Amministrazione Fiscale (minore è il numero di soggetti selezionabili, maggiori sono le chances di efficacia nella selezione).

Uno stato moderno, anche nel campo fiscale, deve invertire la prospettiva, non più stato di polizia in eterno conflitto con le realtà produttive del paese, ma stato votato alla ricerca di rapporti collaborativi con i suoi consociati, per garantire che ciascuno versi imposte adeguate, nel modo più semplificato possibile e con l’ulteriore impegno, solenne, di chi gestisce la cosa pubblica, a farlo nel modo più razionale possibile, perché i contribuenti finalmente possano percepire che i loro esborsi non alimentino caste o categorie improduttive, di qualsiasi colore si ammantino. E questo è compito della politica che deve intervenire prima che la situazione (oggi di molto compromessa) si incancrenisca del tutto, perché, al di là di tutti i proclami e dichiarazioni d’intenti sulla lotta all’evasione, essi rimarranno lettera morta fino a quando il pagamento delle imposte verrà vissuto, vero, verosimile o falso che sia, come spostamento di ricchezza dai ceti produttivi ad un doppio ceto parassitario, la politica e la burocrazia. Diventa allora anche una questione di qualificazione della spesa, che, inevitabilmente, dovrà andare di pari passo con la razionalizzazione della lotta all’evasione fiscale, affinchè tra l’abbassamento della pressione fiscale e la riduzione del debito sovrano, alla fine non spunti un terzo beneficiario (spesa pubblica improduttiva che tutto fagocita) del possibile tesoretto recuperato.

Sul punto, consigliabili, per cominciare, i famigerati tagli lineari, e/o blocco delle assunzioni in quegli Enti dove elevato è il sospetto che tutto sia patologicamente funzionale al perpetrarsi delle logiche nepotistiche e del voto di scambio. Con l’aggravio, in quest’ultimo caso, e mi riferisco in particolare alle municipalizzate (per il povero contribuente fruitore del servizio), di dover pagare bollette assurde per il mantenimento di coloro che nulla aggiungono alla produttività dell’Ente che li ha assunti. Per poi passare, seriamente, alla logica dei costi standard. E, nel contempo e senza indugi, addentrarsi nel mare magnum delle vere giungle parassitarie italiane, iniziando a censire gli enti pubblici, il quantum degli addetti alla politica ed i vari funzionari, per poi chiedersi quanto uno stato moderno di sessanta milioni di abitanti, nell’epoca di Internet, con suddivisioni funzionali decentrate, necessiti veramente di politici e burocrati per mandare avanti decorosamente la macchina di rappresentanza e di funzionamento; così da agire, con razionalità, sui surplus. Solo così lo Stato che si vorrebbe moderno potrà impegnarsi a dare quel segnale forte che i suoi amministrati onesti aspettano, e che potrebbe essere non solo l’abbassamento della aliquota Irpef più bassa (oggi al 23%), ma anche il taglio delle ultime due (41 e 43%), talché, pur nel rispetto costituzionale della progressività della tassazione, ciascuno possa trattenersi almeno tre quinti dei frutti del proprio lavoro. E di guisa che nessuno possa più giustificarsi per il comportamento omissivo in sede di fatturazione/dichiarazione redditi.

Analogamente, nel campo dell’Iva, andrebbero abbassate le aliquote – non credo che di questi tempi sia consigliabile spostare il peso dei tributi dall’imposizione diretta a quella indiretta, fatto che contrarrebbe ancora di più i consumi.

E’ importante allora rivedere la stessa filosofia della leva fiscale. Chiedersi se essa è bilanciata bene, se il reperimento delle risorse venga attuato con degli strumenti che deprimono, oltre ogni ragionevole logica, la produzione, i consumi, la crescita. A valle è indubbio che i bisogni dello Stato debbano essere compressi il più possibile, eliminando gli eccessi di spesa pubblica, ma a monte è basilare ripensare alle modalità di tassazione e chiedersi, anche con il mantra dei cd saldi invariati, se non sia il caso di riposizionare tutto il sistema di tassazione italiano. Anch’io ero tra coloro i quali ritenevano un peccato statalista quello dell’introduzione in Italia della tassazione patrimoniale, sul postulato che il patrimonio costituito da beni durevoli era anche il frutto del risparmio dei contribuenti, per cui l’introduzione del nuovo balzello diventava una duplicazione d’imposta (avendo già tassato a monte il reddito); la nuova tassa andrebbe a colpire la quota di reddito, al netto delle tasse già versate, destinato ad investimenti di beni durevoli (oltre che al soddisfacimento dei bisogni primari).

In questo senso, patrimoniale si, a condizione di sgravare in parte la pressione delle dirette e dell’Iva. Eppure, in questo mio ragionamento di buon senso, a ben vedere, c’è un vizio di lessico comune ai più, e dovuto ad un dibattito stucchevole attorno all’introduzione di una tassa, invero, da sempre esistita, e di cui troppi ignorano la portata.

Infatti, in Italia è da un po’ che esistono tante piccole patrimoniali e sono tutti quei balzelli che lo Stato ha imposto per il possesso di beni, un tempo pensati come partecipazione e contributo alle spese per fruire di determinati beni pubblici (esempio, il bollo della macchina che finanziava la costruzione/manutenzione delle strade), ovvero come introito relativamente certo tenuto conto della tangibilità e visibilità del bene (esempio, Ici sugli immobili).

Ed è sopratutto in questo caso che i vocaboli usati subiscono un improvvido tifo da stadio – scontando la patrimoniale motivazioni essenzialmente ideologiche, che nulla hanno a che vedere con il senso delle cose; alcuni la brandiscono a mo’ di proclama/rivincita alla Robin Hood, per una malposta questione redistributiva (togliere a chi più ha, per dare ai meno abbienti), mentre altri, per reazione, la cassano dal vocabolario delle cose di cui è possibile parlare (pur sapendo che esiste – chi non conosce l’Ici o il bollo auto?, va bene, purchè non le si associ alla patrimoniale).

Anche qui, nella vacatio politica colmata temporaneamente dai tecnici, a loro l’arduo compito di usare termini non troppo divergenti con la suscettibilità di coloro che sono istituzionalmente chiamati ad approvarne le scelte. Purchè facciano le cose da fare. Se allora si è dimostrato che è possibile prendere proveddimenti asimmetrici di modo che ciascuno di essi scontenti un poco le parti avverse, ma che queste approvano in nome di un interesse superiore, in una prossima fase, troppe volte annunciata e mai avviata di riforma fiscale, si potrebbe pensare a provvedimenti concentrici, e contemporanei, su quattro surplus del sistema Italia, troppi costi della politica, troppa burocrazia, troppa pressione fiscale, troppa evasione fiscale.

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