Privacy, minori, social e buon senso, questo sconosciuto. Tratto da una storia ridicolmente vera

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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Un episodio di leggerezza commesso da una ragazzina undicenne a scuola si è trasformato in una farsa messa in scena dagli insegnati, che rivela purtroppo ancora una volta quanto ci sia da fare in tema di educazione digitale, non solo a favore dei minori, ma anche degli educatori stessi.

L’episodio: un video finito su TikTok

Accade in una scuola media privata di Torino che una ragazzina minorenne annoiata, in un momento di “studio libero”, senza pensarci troppo, giri un video di dodici secondi e lo posti su TikTok. Il tablet dovrebbe essere usato per fini scolastici, così è stato detto; i genitori dovevano solo fornire il device, senza configurare nulla e la scuola si sarebbe occupata di tutto. Purtroppo si devono essere dimenticati di impostare il parental control o i blocchi necessari per scaricare le app, ed è probabile che sia mancata anche una mini lezione sull’utilizzo consapevole dei social e il concetto di privacy o di protezione dei dati. Ma può succedere, tutti commettiamo errori o dimenticanze.

Comunque, in questo momento di disattenzione collettiva, la minore, che chiameremo Gaia, nome di fantasia, gira questi dodici secondi fatali, che ritraggono sé stessa con la mascherina che fa il segno di vittoria con la mano e poi una rapida carrellata sulla classe, dove ci sono compagni che dormono e altri che fanno finta di studiare. Dodici secondi di stupidera, in cui a parte la ragazzina stessa, nessuno è riconoscibile, nessuno è ritratto in atteggiamenti scabrosi o ridicoli, nessuno viene umiliato o deriso.

Gaia apre un account su TikTok, barando sulla sua età perché lei ha solo 11 anni e il social ne richiede almeno 13, e posta il video. Purtroppo, si sa, i delatori sono sempre in agguato, ed un solerte compagno, che chiameremo col nome di fantasia di Jospeh, si precipita dall’insegnate a fare la spia, e per buona misura ci aggiunge anche un “adesso vedi, come godo”. Un piccolo lord in odore di maccartismo.

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La reazione degli insegnati: una punizione insensata e umiliante

Gaia viene spedita dritta in presidenza. I genitori di Gaia, convocati con urgenza, si precipitano per assistere all’apocalisse: quello che è successo è gravissimo, dice la Preside che, detto per inciso, il video non l’ha nemmeno visto, ma si fida di McCarthy: violazione della legge, trattamento illecito di dati personali, false dichiarazioni per aprire l’account social, sanzioni disciplinari, legali, non si escludono le corporali.

Gaia viene minacciata di sospensione, di espulsione, di rogo in pubblica piazza, poi qualche illuminato pedagogo scolastico insieme con alcuni eminenti costituzionalisti, partorisce la punizione perfetta. La ragazzina dovrà scusarsi personalmente con i soggetti ritratti nei dodici secondi di video, che anche se non si capisce chi siano non importa, nel dubbio si scuserà con tutta la classe. Dovrà preparare una presentazione di 20 slide in cui dovrà, citando bibliografia e sitiografia (sic! A domanda risponde: Gaia, ma tu lo sai che cos’è una bibliografia? No), spiegare che cosa vuol dire illecito trattamento dei dati personali, che cosa significa che la legge non ammette ignoranza (e se hai meno di 14 anni sono cavoli tuoi), quali sono le norme di legge violate, le conseguenze delle dichiarazioni false.

Ma non è finita, no. Gaia dovrà esporre oralmente la propria relazione davanti a tutte le classi delle scuole medie per un tempo non inferiore a dieci e non superiore a quindici minuti. Che è un po’ come dire che Gaia, che ha appena iniziato la prima media, passerà i prossimi due anni e mezzo a farsi bullizzare da tutti i suoi compagni di scuola, perché a quell’età i ragazzini possono essere crudeli e un’umiliazione del genere difficilmente viene dimenticata.

Una riflessione su minori e social

Ora.

A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegare a questi insegnanti illuminati qualche concetto giuridico base, primo tra tutti quello dell’abuso dei mezzi di correzione, ma da questo episodio che ho personalmente trovato surreale e che spero abbia larga diffusione, anche se per ovvi motivi di privacy non mi è possibile fare il nome della scuola coinvolta, vorrei trarre qualche importante riflessione.

Da avvocato specializzato in protezione dei dati personali e da mamma, ho un occhio di riguardo particolare per il tema minori e social e tutela della privacy dei più piccoli. Ne sanno qualcosa i bambini della mia famiglia, che sono periodicamente funestati dai miei pistolotti educativi sulla consapevolezza digitale e che sono piuttosto indietro rispetto ai coetanei in materia di possesso e utilizzo di device vari, con loro grande insoddisfazione.

Ma l’episodio qui riportato, che è tutto vero dalla prima all’ultima parola, non mira a educare una ragazzina che rappresenta una futura cittadina digitale, ma soltanto a esentarsi da responsabilità, lavarsi le mani per una mancanza che è tutta della scuola e non della minore.

Quando ci fu la polemica di Squid Game, la serie coreana culto di Netflix che ha sbancato il botteghino e che ha fatto parlare di sé per la presunta connessione con episodi di violenza nelle scuole, di cui ho scritto in questo articolo, il tam tam della preoccupazione non si fece attendere e partì una petizione per bloccare la serie su Netflix, o per vietarla ai più piccoli, più fragili per natura. L’unico risultato fu una clamorosa pubblicità gratuita per Netflix e per il suo Calamaro assassino, e molto rumore per nulla.
Leggi l’articolo “Fenomeno Squid Game, perché la soluzione non è la censura”

Allora, come ora, si puntò il dito contro i bambini, a cui viene richiesto di non sbagliare, di essere perfetti, di rispettare le regole, ma a cui non viene spiegato quali sono quelle regole, quali sono i pericoli e le possibili conseguenze. Se si fornisce un tablet a una ragazzina di 11 anni senza aver correttamente configurato i blocchi e le sicurezze, senza averle spiegato che cosa può succedere con in mano quel pezzo di metallo e vetro, che è potente quasi come un’arma carica, come si può pretendere che la ragazzina non la usi per fare quello che è più semplice, cioè navigare, fotografare, postare?
Che cosa può sapere una undicenne di trattamento illecito dei dati personali e di violazione della privacy?
E come può, come punizione, essere richiesto di redigere un trattato universitario sul GDPR e sui principi generali del diritto, ignorando peraltro altri concetti chiave quali la non imputabilità di un minore infraquattordicenne e il cosiddetto culpa in vigilando di maestri e educatori?

Così come ieri il problema non era Squid Game, oggi la colpa non è di Gaia (che comunque si è beccata una punizione dai suoi genitori e per un mese non avrà più accesso a nessun tipo di device).

Siamo noi adulti, genitori e insegnati, a dover vigilare, educare, spiegare, insegnare, sensibilizzare, e siamo noi che dovremmo fare i compiti a casa, leggere, studiare, informarci sui rischi e i pericoli della rete, che è la caverna delle meraviglie di Aladin e l’antro di Polifemo, affascinante e pericolosa in eguale misura.

Non mi stancherò mai di ripetere che mancano formazione, educazione digitale, consapevolezza, nei bambini, perché sono piccoli e non possono averle, nei ragazzi, perché saranno anche nativi digitali, ma troppo spesso l’unica cosa digitale che sanno fare è spolliciare su un touch screen, e in noi adulti, che non siamo cresciuti a suon di social e connessione sempre e ovunque, ma di un, due, tre, stella! altro che Squid Game.

E così come allora la censura non era la soluzione (ed infatti il Calamaro assassino prosegue indisturbato e placido a passare su Netflix), oggi non lo è umiliare Gaia, che ha sì fatto una sciocchezza, ma di cui, a ben vedere, forse sono più responsabili gli adulti di lei.

La soluzione, se ce n’è una, l’unica soluzione possibile è la formazione (e l’informazione), dei figli e dei genitori all’utilizzo consapevole del web, dei social, della tecnologia in generale: non demonizzare la tecnologia, ma usarla e impararla insieme, non parcheggiare gli studenti davanti ad uno schermo manco fosse un insegnante di sostegno ma guardare quello stesso schermo con loro, spiegare, informare, educare. Non dare un assurdo compito come punizione che, nella migliore delle ipotesi verrà fatto dai genitori, nella peggiore rimarrà lettera morta.

Perché lo sappiamo anche noi, che non c’è niente di più affascinante di tutto ciò che ci viene proibito. E, facciamocene una ragione, lo sanno anche i nostri figli.

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Luisa Di Giacomo

Si è laureata a pieni voti all’Università di Torino, ha studiato in Francia e negli Stati Uniti e da quindici anni svolge la professione di avvocato. Mediatore professionista e docente presso Master e corsi specialistici in materia di mediazione, dal 2012 si occupa esclusivamente di privacy e protezione di dati personali. Ha conseguito il Master Federprivacy nel 2016, è DPO in una ventina di Comuni ed Enti Pubblici in Piemonte e consulente privacy per aziende in ambito sanitario e tecnologico.


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