Logica del linguaggio giuridico. Da Wittgenstein ad Austin

Logica del linguaggio giuridico. Da Wittgenstein ad Austin

Sabetta Sergio

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L’analisi del linguaggio avviene o in termini linguistici, quale effettivo uso dello stesso, o in termini epistemologici, nel quale prevale la logica di tipo matematico, attualmente anche a seguito dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale si tende ad estendere i sistemi formali logico-matematici al linguaggio naturale (Tarca), tuttavia quello che costituisce la linguistica non sono le singole parole bensì il loro intrecciarsi in un sistema che forma una struttura, questo significa che il valore dei singoli termini è dato dalle “relazioni differenziali” (distinzioni/opposizioni) che si vengono a creare nella struttura tra i termini stessi, come accade nei pezzi sulla scacchiera, in questa visione quello che acquista rilevanza non sono i rapporti con i fattori esterni ma le relazioni interne tra le parole (De Saussure).

Il primo Wittgenstein si pone alla ricerca della costruzione di un linguaggio logico – filosofico così perfetto e universale da potere ricomprendere in esso ogni espressione linguistica significante, questo lo conduce alla riducibilità di ogni proposizione a proposizioni elementari di base il cui binomio vero/falso dipende dal loro concordare con le realtà di fatto a cui si riferiscono, ossia quale raffigurazione logica della realtà.

La verità quindi non può essere stabilita a priori ma è un risultato esperienziale, un confronto con la realtà esterna, solo una volta che siano determinate le verità o falsità delle proposizioni elementari si avranno proposizioni complesse, la cui verità o falsità non sono altro che funzione delle verità o falsità delle proposizioni elementari, vi è quindi la necessità del confronto con l’esperienza al fine di passare attraverso la prova del rischio della falsificazione se non si vuole cadere in espressioni tautologiche prive di senso in quanto espressioni di pura logica.

Vi è pertanto la necessità di una chiarificazione delle proposizioni scientifiche per evitare l’autoriferimento quale causa di fraintendimenti e paradossi linguistici, questo viene a costituire tuttavia un limite al linguaggio non potendo questi parlare della sua essenza coincidendo essa con l’essenza della realtà, quale raffigurazione di questa, dunque vi è l’impossibilità per il linguaggio di parlare della forma logica non potendo astrarsi dalla stessa forma della realtà, uscendone e adottando una diversa forma di raffigurazione (Tarca ).

L’entusiasmo per l’impostazione di una tale analisi del linguaggio, tanto da indurre Carnap ad affermare il superamento definitivo della metafisica attraverso l’analisi logica del linguaggio e non con una dimostrazione di falsità che ne presuppone comunque la sensatezza, induce i neopositivisti del Circolo di Vienna a sostenere l’impossibilità di una verità assoluta a priori essendo le verità possibili solo a posteriori, quale conseguenza di una verifica basata sull’esperienza in termini scientifici, le verità derivanti da proposizioni analitiche non dipendenti dall’esperienza, ossia la logica e la matematica, non sono di per se stesse conoscitive di qualche realtà se non in rapporto con le proposizioni sintetiche.

Vi è tuttavia un equivoco di fondo, in quanto per Wittgenstein l’impossibilità del linguaggio scientifico di esprimere una verità assoluta è vissuto come una limitazione della vita etica, mentre per gli aderenti al Circolo è una valorizzazione assoluta del sapere scientifico.

Le difficoltà sorgono nel momento dell’individuazione dei contenuti delle proposizioni elementari individuate nel sistema esposto nel Tractatus di cui Wittgenstein ne postula esclusivamente l’esistenza, vi è di fatto una difficoltà nell’individuare le proposizioni proprie dell’esperienza immediata, tanto da indurre Neurath a sostenere la necessità della compatibilità della proposizione con l’insieme delle altre proposizioni linguistiche, quotidiane o scientifiche che siano, e non con una realtà extralinguistica (fisicalismo), questo induce Carnap a correggere la sua impostazione fondata sui dati vissuti immediati senza rinunciare al criterio della oggettiva controllabilità empirica, al fine di evitare che la coerenza interna al sistema linguistico si trasformi in una verità autoreferenziale.

L’accettazione degli aspetti convenzionali legati all’extralinguistico fa sì che si rinunci all’intoccabilità delle proposizioni, fino ad arrivare all’affermazione che la scelta di un dato linguaggio è esclusivamente una questione pratica e non una verità teoretica, si ha pertanto una semplice proposta (Carnap), non più una sola logica ma tante possibili logiche quante sono le convenzionalità linguistiche, in questo sostenuto da Reichenbech con la sua natura probabilistica di ogni conoscenza, nasce il principio di tolleranza per cui è sufficiente chiarire esplicitamente le regole poste alla base della sintassi nella sua dimensione segnico-formale, la convenzione subentra alla logica matematica (Carnap).

Un ulteriore passo verso il respingimento di una visione riduzionistica propria dei neopositivisti è effettuata da Quine che afferma una concezione olistica della scienza, come sistema complesso solo il quale nel suo insieme può essere sottoposto al vaglio dell’esperienza, consegue che non può essere considerata una proposizione isolatamente venendo questa a perdere i significati rigidi a favore di una soggettivizzazione per gradi tra gli enunciati.

Si hanno, perciò, teorie tra loro logicamente incompatibili ma tuttavia compatibili con le osservazioni empiriche, evidenze comportamentali da cui derivano interpretazioni rivali e la personalizzazione del sistema di coordinate concettuali.

Il significato di una espressione comporta sempre l’associazione di una qualche informazione comune da parte dei due soggetti interessati alla comunicazione, condizione necessaria per l’esatta interpretazione della parola, vi sono quindi due fenomeni l’uno di identità informativa, l’altro dei contesti opachi, questo induce Frenge a concludere che nel significato dell’espressione linguistica oltre alla “denotazione”, ossia il riferimento, deve esservi il “senso”, cioè il riferimento descrittivo ad una caratteristica identificante.

Il contesto opaco risulta essere formato da quelli enunciati in cui viene meno la possibilità della sostituzione di un’espressione con un’altra senza che si modifichi il valore di verità dell’enunciato stesso, tipici casi sono gli atteggiamenti proposizionali, ossia le credenze e supposizioni del soggetto, o gli enunciati modali nella quale le espressioni di possibilità inducono alla problematicità per una semantica referenziale (Barbero – Andina).

Nella ricerca di individuare rigorosamente una semantica intenzionale Carnap introduce la nozione di “descrizione di stato”, ossia una descrizione completa nel linguaggio in esame di un mondo possibile, in altri termini del modo in cui potrebbero andare le cose, l’ipotesi sostenuta è che l’uguaglianza intenzionale fra due espressioni si ha quando vi è la medesima estensione fra tutti i modi possibili, il fallimento del principio di sostituibilità avviene con riferimento al variare delle situazioni possibili, ossia dall’intensione, pertanto si può considerare la normazione come la costruzione di un mondo possibile, ma solo dalla sua attuazione tra le varie situazioni possibili conduce alla scelta e quindi definizione degli enunciati tra i possibili mondi.

Queste difficoltà inducono Wittgenstein a riconsiderare le assunzioni di base del Tractatus e in particolare che tutte le proposizioni siano riducibili a proposizioni elementari, che vi siano significati fissi per ogni espressione linguistica e, infine, che il linguaggio ridotto a proposizioni elementari vere o false rappresenti la realtà, vi è, pertanto, un rifarsi alla natura pragmatica del linguaggio che induce il logico a considerare il linguaggio quale funzionale all’uso, variabile secondo il contesto d’uso, senza fissità, circostanza che nell’evidenziare il mutarsi secondo possibili illimitate combinazioni pari alle varie forme istituzionali e culturali create nella sua evoluzione storica dall’uomo, ne impedisce l’inquadramento a priori secondo schemi formali onnicomprensivi.

L’impossibilità di una logica del linguaggio definitiva apre le possibilità ad una descrizione degli usi effettivi del linguaggio stesso ma anche ad una sua relativizzazione secondo aspetti storico-antropologici, si ha quindi uno spostamento dal problema della verità a quello del significato, senza per questo negare gli aspetti fissi e rigidi del linguaggio se non considerati all’interno delle varie prassi umane che si costituiscono nell’evoluzione storica, si ha perciò una descrizione dell’uso della parola indipendentemente dalle teorie in cui il linguaggio non è in grado di esprimere una “logica” che lo contenga (Marconi).

La verità varia al variare dei contesti in cui l’evento e l’espressione a cui si riferisce viene a calarsi, viene meno la relazione fissa tra il valore di verità e l’enunciato-tipo si ha quindi una variabilità intorno alla specificità dell’enunciato, vi è pertanto quello che Recanati descrive come un “arricchimento libero” dell’enunciato letterale tanto da definire il linguaggio naturale come “radicalmente sensibile” al contesto, le condizioni di verità sono quindi sotto determinate alle caratteristiche formali degli enunciati.

Nei “letteralisti” viene al contrario sottolineata l’importanza delle intenzioni comunicative individuabili dalle più svariate informazioni contestuali e inferenziali che si integrano al significato letterale, si avranno quindi proposizioni minimali quali nuclei più piccoli vero condizionali degli enunciati, non si avranno pertanto diverse condizioni di verità degli enunciati ma bensì diverse rilevanti condizioni di asseribilità per i vari soggetti nel contesto, così da considerare pertinenti alle condizioni di verità dell’enunciato solo alcune delle possibili situazioni (minimalismo semantico).

Viene pertanto negata la possibilità di fissare “criteri” nella determinazione del vero o falso secondo una concezione verificazionista (Borg), secondo cui ad una decodifica delle proprietà formali dell’enunciato segue un processo pragmatico di primo livello nel quale vi è una determinazione letterale dell’enunciato nel contesto, a cui segue un secondo livello nel quale si supera l’aspetto letterale attraverso processi inferenziali per scendere nel contenuto effettivamente comunicato.

Il linguaggio non descrive solo la realtà (enunciati constativi ) ma anche le azioni che si compiono o che si intende compiere denominati come enunciati “performativi”, Austin sottolinea che in quest’ultima ipotesi non si avrà una distinzione fra vero o falso bensì tra riusciti o non riusciti, così che l’enunciato avrà in sé sia un contenuto descrittivo che una componente performativa, tuttavia deve esservi una volontà che Grice chiama “principio di cooperazione”, la quale permetta di trasmettere le “implicature conversazionali” attraverso cui si passa dal significato letterale al contenuto, un processo interpretativo analogo a quello che si segue per rilevare gli scopi che gli altri perseguono con le loro azioni, dai “contestualisti” individuato come la ricerca della conoscenza del significato enunciativo, ossia le condizioni di verità (Barbero – Caputo – Andina).

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