Le nuove politiche sociali: la riforma del welfare

Le nuove politiche sociali: la riforma del welfare

di Redazione

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Maria Grazia Toppi

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Il welfare locale territoriale è l’obiettivo focale della legge quadro 328/00 che riforma sostanzialmente le politiche sociali e che già nel titolo evidenzia la portata del cambiamento: “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato dei servizi sociali”.

La legge 328/00 ha, di fatto, anticipato la legge costituzionale 3/01, che ha modificato il Titolo V della Costituzione, determinando un diverso assetto degli attori chiamati a programmare, realizzare e verificare le nuove politiche sociali.

Nel nuovo welfare intervengono lo Stato e la Regione, che ricoprono un ruolo di governo, coordinamento e programmazione, l’Ente locale, con compiti di progettazione e di regista del sistema integrato degli interventi e servizi sociali e, infine, il privato sociale, che partecipa alla progettazione e concorre alla gestione dei servizi.

Gli assi su cui si fonda il cambiamento introdotto dalla riforma, si può riassumere come segue:

lo Stato centrale cede la regia delle politchie sociali alle Regioni ed agli Enti locali;

i benefici economici frutto di trasferimenti monetari provenienti dallo Stato centrale vengono sostituiti da aiuti personalizzati e finalizzati;

Gli interventi vengono attuati tenendo presente il singolo nucleo familiare e non più attraverso l’individuazione di categorie precostituite, vengono così considerate tutte le diverse esigenze che possono accadere nell’arco della vita dell’individuo.

Gli interventi locali, non sono più disorganizzati e “spot”, ma devono uniformarsi ai livelli nazionali di prestazioni e servizi;

Scompaiono gli interventi “tampone”, che mantengono l’individuo in stato di passività, ma gli aiuti tendono a valorizzare la responsabilità, le risorse e le capacità proprie di ogni persona.

Il punto di svolta della riforma sta nella figura centrale che si trova a coprire il cittadino: nella precedente impostazione del welfare aveva consolidato i propri diritti ad esigere protezione, attraverso la corresponsione di benefici economici, il nuovo welfare, invece, si propone di rendere esigibili per tutti i cittadini l’accesso ad una porzione del cosiddetto “capitale sociale”.

Nella nuova impostazione il cittadino è chiamato ad attivare tutte le risorse di cui dispone, non è più il soggetto passivo destinatario di meri aiuti economici ma viene messo in condizione di accedere ad una rete di relazioni umane e risorse per vivere, quindi, l’intervento pubblico non deve più qualificarsi come surrogato delle relazioni personali..

Il tessuto locale, infatti, nello specifico ogni singolo cittadino e l’intera collettività ricoprono un ruolo centrale nelle nuove politiche del welfare: le persone vengono riconosciute sia come soggetti attivi, capaci di produrre aiuti, sia come destinatari degli stessi.

Non c’è più, dopo la riforma, la netta distinzione tra chi dà e chi riceve aiuto, piuttosto ci troviamo di fronte ad un legame sociale che porta ad uno scambio nei due sensi, attraverso il dare ed il ricevere in modo reciproco.

Nella moderna società, pertanto, non si persegue più il mero interesse, la protezione economica ed affettiva dei singoli individui ma anche, e soprattutto, lo sviluppo economico, la crescita urbana e l’equilibrio del territorio.

Molto di rado, infatti, la nuova povertà è una condizione che deriva dalla semplice mancanza di mezzi economici e beni strumentali, molto più frequentemente si fonda su percorsi ben più profondi legati alla marginalità sociale e, per questo, i soggetti a rischio sono i più diversi e possono essere colpiti in varie fasi della propria esistenza; la povertà è un rischi diffuso.

Per opporsi al rischio della “nuova povertà”, ogni singolo individuo ha bisogno di poter attingere e di poter sfruttare le proprie capacità e competenze di vita e di lavoro, necessita di poter contare sulla stima e la fiducia in se stesso, anche attraverso relazioni umane e sociali stabili, gratificanti, che consentono uno scambio ed aiuto reciproco, abbisogna, altresì, di risorse materiali con le quali mantenersi: casa, lavoro, risparmio.

Le relazioni sociali, producono infatti, fiducia reciproca, scambi, conoscenze, questi sono i requisiti di una vita di qualità che ricade vantaggiosamente non solo sull’esistenza del singolo individuo ma sull’intero sistema della collettività, pertanto, anche la costruzione dei legami sociali, non può essere lasciata al caso, ma necessita di politiche di sostegno.

Con la riforma si attua il cosiddetto principio dell’universalità, ovvero l’accesso alle prestazioni ed ai servizi della rete integrata è finalizzato a tutti i cittadini, con precedenza per le persone in stato di povertà, per gli incapaci totali o parziali e per tutto coloro a rischio di emarginazione sociale. Ognuno concorre, in relazione alle proprie disponibilità economiche, alla copertura dei costi dei servizi: si afferma il principio di uguali diritti a fronte di uguali doveri, si persegue il cosiddetto “benessere collettivo”.

Come precedentemente osservato, ogni cittadino diventa protagonista, anche le persone fragili o con meno risorse. L’utente è considerato un soggetto attivo, protagonista di un progetto di vita e, spesso, è lui stesso un portatore di risorse. Gli operatori non lo “assistono”, bensì lo “accompagnano” nel suo percorso di vita. Un cittadino informato e consapevole, inoltre, sa indicare come valorizzare i servizi. Ciò si rende necessario perché i servizi raggiungono il loro obiettivo solo quando gli individui cui si rivolgono ottengono il benessere desiderato. Pertanto ognuno deve essere messo in grado di scegliere, di partecipare alle decisioni che lo riguardano. Ogni persona deve essere aiutata a valorizzare le risorse di cui è portatore e metterle a disposizione per il suo personale percorso e per il benessere dell’intera collettività.

In questo nuovo contesto delle politiche sociali, l’ente locale è chiamato a provvedere alla realizzazione ed all’erogazione dei servizi necessari al proprio territorio avvalendosi, per raggiungere tale scopo, del privato sociale, il pubblico “concerta” con il privato coinvolgendo cooperative sociali, volontariato, associazioni di promozione sociale, fondazioni, enti di patronati, ecc. Le nuove politiche sociali, infatti, perseguono la finalità di potenziare le capacità di tutti gli “attori” del territorio che si trovano ad operare attraverso la “regia” dell’ente locale che mantiene, comunque, il ruolo di regolatore e garante della rete dei servizi, nell’interesse del singolo cittadino e dell’intero territorio.

La riforma, inoltre, mira non solo a costruire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale in modo complessivo ma, soprattutto, a garantire che gli stessi, sia a livello strutturale che organizzativo, rispondano a standard di qualità omogenei.

In conclusione la riforma delle politiche sociali mira a cambiare il punto di osservazione e di attenzione: il centro da cui tutto si irradia è l’individuo sia nel suo essere singolo che come parte di una collettività e i servizi che vengono realizzati devono essere improntati ad alti livelli di “qualità sociale”, intesa come condizione essenziale per raggiungere uno sviluppo equilibrato e sostenibile.

Maria Grazia Toppi

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