Lavorare nei beni culturali: le possibilita’ di inserimento

Lavorare nei beni culturali: le possibilita’ di inserimento

di Redazione

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inserito in Diritto&Diritti nel marzo 2005
di Raffaele Bifulco
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Le professioni ruotanti intorno all’universo “bene culturale” sono oggi in espansione. Non a caso l’Unione Europea ha inserito il settore fra i “bacini di impiego” che nei prossimi anni potranno maggiormente generare nuova occupazione e favorire l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Questo vale in Europa, ma a maggior ragione in Italia, il Paese che al mondo vanta il più cospicuo patrimonio di risorse storico-culturali. Un patrimonio spesso trascurato, mal finalizzato, scarsamente utilizzato come risorsa da valorizzare e come fonte di nuovi impieghi. Si è però ormai diffusa la consapevolezza delle potenzialità del settore; nuove leggi hanno avviato una riforma di fondamentali istituzioni dando anche più spazio agli operatori privati; le risorse finanziarie per un settore che richiede investimenti cospicui provengono sempre più da nuove fonti (dalle fondazioni bancarie fino al gioco del Lotto, che oggi è tenuto a destinare una quota dei suoi proventi al restauro di beni culturali). Il modo in cui queste professioni vengono esercitate oggi richiede spesso l’impiego di moderne tecnologie, una notevole apertura di orizzonti, lo sguardo rivolto alle più avanzate esperienze internazionali. Ad attrarre i giovani, la vera fonte primaria, dovrebbe però fondamentalmente essere il fatto che questo settore tratta e rielabora la cultura.
Un primo e fondamentale elemento comune che caratterizza queste professioni è che si tratta spesso di figure professionali con un passato che affonda le radici nella grande tradizione artistica e culturale italiana ed europea. Questo significa la necessità di possedere una solida base di conoscenze storico-artistiche. Un secondo elemento comune è che si tratta di professioni che combinano elementi sia tradizionali che innovativi. Questi ultimi possono essere tecnologici, ad esempio nelle tecniche di diagnostica finalizzata al restauro oppure può trattarsi anche di una innovazione organizzativa, nella gestione di un museo. E’ bene sapere subito che, per queste professioni, l’Italia non è un paese facile; i beni culturali sono stati a lungo trascurati e talvolta riaffiorano vecchi atteggiamenti che sembrano guardare a questo settore come “improduttivo”. E’ ciò che del resto avviene per altri settori (ad esempio l’istruzione) la cui produttività non è misurabile con i consueti criteri economici. Il settore dei beni culturali richiede invece investimenti convinti, che spesso invece scarseggiano e che fanno rimandare nel tempo progetti di primaria importanza. Per inserirsi in questo settore, quindi, occorre non solo essere tecnicamente competenti, ma essere guidati da forti motivazioni, trarre soddisfazione da ciò che si fa. Proprio dall’abbinamento di questi presupposti possono derivare notevoli soddisfazioni personali.
Nel settore dei beni culturali ha dominato a lungo il lavoro dipendente, all’interno di istituzioni pubbliche: musei, biblioteche, archivi. Solo poche professioni, come ad esempio il gallerista d’arte, erano svolte in forma autonoma.
Oggi la situazione è notevolmente cambiata. Il lavoro dipendente è ancora molto diffuso, specie nelle istituzioni maggiori. Però, molti compiti, soprattutto fra quelli più qualificati, sono svolti da figure di lavoratori autonomi (restauratori, direttori artistici, archeologi, ecc.), singoli o associati in varie forme (cooperative, società, etc.). Il formarsi di gruppi di professionisti, riuniti in cooperativa o in altra forma societaria, favorisce l’acquisizione di incarichi più complessi, il coordinamento di professionalità diverse, una più dinamica ricerca di contatti con nuovi clienti. Il lavoro autonomo è arrivato a investire persino un ambito fino a pochi anni fa esclusivamente pubblico: la gestione di beni monumentali. Oggi si verifica spesso il caso di un ente pubblico che preferisce affidare la gestione di un bene monumentale a soggetti privati, confidando in un loro stile di lavoro più dinamico e nella loro capacità di combinare con successo attività culturali e commerciali, più di quanto un ente pubblico, con le sue rigidità, sarebbe in grado di fare.
Inoltre, il campo delle professioni legate ai beni culturali è molto articolata: il restauratore di beni monumentali, di opere d’arte e di beni librari, l’archeologo, la guida turistica, il gallerista d’arte, l’editore, il direttore di museo, l’archivista/documentarista; nuove professionalità risultano l’addetto al merchandising, il gestore di beni monumentale, il direttore artistico, l’addetto alla didattica artistica. Quindi quello della tutela e valorizzazione dei beni culturali appare sempre più come un settore con grandi potenzialità occupazionali. Queste potenzialità scaturiscono da alcune fondamentali ragioni, tra le quali: a) la presenza, in Italia e in Europa, di una sensibilità verso ciò che costituisce una testimonianza dal punto di vista storico, artistico e documentario. Il riconoscimento fondamentale del valore della storia è il presupposto indispensabile per mobilitare risorse economiche verso la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. Ciò può verificarsi tanto come investimento sociale compiuto dallo Stato quanto come contributo del singolo cittadino. Non è un caso, quindi, che sul continente europeo si siano prodotte le forme più avanzate ed estese di conservazione e tutela dei Beni Culturali. Tutto questo ha portato alla creazione di numerose istituzioni pubbliche e private, raccolte, laboratori, normative e apparati di formazione tecnica appropriati; b) la profonda trasformazione che le modalità di consumo individuale hanno conosciuto dal secondo dopoguerra ad oggi, quando si è assistito ad un generalizzato incremento dei livelli di benessere, con conseguente elevazione dei tassi di scolarizzazione, ha creato una condizione che ha fatto sì che la quota di spesa destinata dai cittadini al consumo di “servizi culturali” sia enormemente accresciuta. Ciò ha contribuito a creare sempre più un mercato privato, favorendo il costituirsi di specifici circuiti economici e di imprese specializzate; c) l’evoluzione delle modalità di proposta dei beni culturali alla fruizione del grande pubblico, che vede oggi lo sviluppo di forme di intrattenimento che si propongono però di trasmettere comunque contenuti culturali rigorosi, benché la collocazione di offerta ricercata sia più nell’ambito del tempo libero che dell’istruzione; d) l’ultima ragione che spiega le potenzialità occupazionali del settore della tutela e valorizzazione dei beni culturali è che ci si trova di fronte ad attività e a “processi produttivi” che, per quanto sempre più spesso facciano ricorso a moderne tecnologie, rimangono in gran parte incentrati sull’insostituibile intervento dell’uomo. L’opera del restauratore nel recuperare un dipinto danneggiato non può essere sostituita da un intervento affidato ad un dispositivo automatizzato per ovvie ragioni.
Per quanto riguarda i profili professionali, la particolarità del Bene Culturale, il suo proporsi come oggetto non necessariamente materiale, presuppone possibilità assai estese di ruoli e figure, e, in relazione con questa circostanza, anche potenzialità di occupazione assai diversificate come vocazione e dimensioni. Esistono infatti aziende che si rivolgono verso l’approfondimento delle tecniche di lavorazione e dei materiali, con un’organizzazione snella ed una dimensione contenuta. Per un altro verso, è possibile vedere aziende di grandi dimensioni, che magari operano in settori lontani da quello dei Beni culturali, le quali nondimeno non rinunciano a sviluppare dipartimenti specialistici capaci di operare in quest’area, talora come ricaduta indiretta di applicazioni e materiali messi a punto in altri ambiti, come nel caso del gruppo ENI, della stessa TELECOM, etc.
Potenzialmente, gli ambiti in cui nei prossimi anni la tutela e valorizzazione dei beni culturali potrebbe contribuire a creare reddito e occupazione sono i seguenti:
Manutenzione e restauro. L’Italia vanta con l’Istituto Centrale per il Restauro un ente di grande prestigio, il cui modello di organizzazione e funzionamento è stato sovente mutuato da analoghe istituzioni all’estero. Diverse Scuole per il Restauro sono presenti nel territorio presso le Soprintendenze ai Beni Artistici ed Architettonici, di frequente con indirizzi specialistici imposti dalle condizioni ambientali. La committenza pubblica è oggi il principale soggetto del mercato del restauro, anche perché il settore pubblico è il maggior proprietario di Beni culturali, ma i privati sono pure presenti, in qualche caso anche in misura significativa, ad esempio se si considerano le proprietà immobiliari di valore storico artistico. La sensibilità verso le attività di restauro, e l’impulso anche finanziario che ne è derivato, sono state favorite dalla crescente consapevolezza dei rischi a cui il patrimonio culturale italiano è esposto.
Archiviazione e conservazione. Si tratta delle attività grazie alle quali è possibile costituire un sistema di conoscenze sui Beni culturali. L’archiviazione non ha solo la finalità di individuare oggetti di qualche rilevanza, o di ordinare raccolte di oggetti, ma anche quella molto importante di assegnare una collocazione appropriata ad un’opera, o serie di opere, rispetto ad un panorama storico di riferimento. L’opera di classificazione esprime proprio questa preoccupazione, di identificare un dato oggetto rispetto a riferimenti temporali, geografici e storici. L’oggetto al quale viene restituito un adeguato spessore di significati e valori storici può quindi essere immesso nelle strutture che ne cureranno la conservazione, dove si richiede l’intervento di specialisti che in alcuni casi sono dipendenti delle istituzioni preposte ai compiti di conservazione, ma in altri casi appartengono ad imprese specializzate che forniscono servizi su richiesta a queste stesse istituzioni. Una valida attività di archiviazione consente anche di orientare l’attività di conservazione, manutenzione ed eventuale restauro delle opere. In particolare, tanto più è accurata l’attività di documentazione e di ricostruzione storica, tanto più viene scongiurato il pericolo di interventi di restauro che possano alterare in modo più o meno marcato l’originaria integrità dell’oggetto che vi è sottoposto, a favore di interventi manutentori più rispettosi dell’ispirazione originaria. La conservazione è una funzione che implica due distinti livelli di intervento, e conseguentemente la mobilitazione di specifiche professionalità: un livello attento alla conservazione della consistenza materiale degli oggetti, ed uno attento invece a trattare e gestire il contenuto di informazione ad essi connaturato. Il monitoraggio dello stato di conservazione dei beni culturali presuppone lo sviluppo di particolari metodi e strumenti di diagnosi, e la loro corretta applicazione, come pure la capacità di allestire spazi adeguati per ospitare tali beni, idonei in quanto a caratteristiche ambientali ma anche adeguatamente protetti per ciò che riguarda il rischio di furto o danneggiamento.
Quando il bene è poi un immobile, un edificio o un’area archeologica, esso può trovarsi esposto agli effetti dell’inquinamento atmosferico, degli eventi meteorologici o a deterioramenti causati da una critica situazione geologica; in tali casi entrano in gioco modalità di rilevamento e sorveglianza assai sofisticate, che possono coinvolgere persino le tecnologie satellitari (quali il Global Positioning System – GPS). La gestione digitale delle informazioni relative ai Beni culturali consente così operazioni di grande interesse scientifico che altrimenti sarebbero state assai problematiche e costose. Si pensi, ad esempio, alle ricostruzioni di siti archeologici come Pompei, che ci consentono di farci un’idea del paesaggio urbano “vivo” di una località certamente imponente e suggestiva come Bene culturale a scala territoriale, ma oggi consistente solo di rovine, che non possono e non debbono essere direttamente manipolate a fini di “ricostruzione”.
Archeologia e scoperta di nuovi Beni culturali. L’universo dei beni culturali non è “concluso”. L’Italia, ma anche l’Europa nel suo complesso, conservano sedimentate nel sottosuolo ancora tante ricchezze che attendono di essere portate alla luce. Si tratta di un’area di intervento nella quale vi è un notevole spazio per gruppi di archeologi, i quali, pur dovendo sottostare ai controlli delle Soprintendenze ai Beni Archeologici, possono da queste essere investite da incarichi di esplorazione e ricerca, vuoi per loro limiti di organico, vuoi come scelta di assegnare all’esterno fasi di lavoro sul campo, ottimizzando le loro energie in compiti di monitoraggio, classificazione e studio dei reperti. Questo significa potenzialità per imprese e professionisti specializzati nei sondaggi archeologici (per individuare di reperti), nei successivi scavi e recuperi subacque, nella analisi, datazione e catalogazione dei reperti. In tutte queste fasi è sempre più necessario l’apporto di altre discipline scientifiche (chimica, fisica, etc.) e sempre più frequente l’impiego di moderne tecnologie.
Creazione di nuovi beni ed eventi culturali. L’attività archeologica consente di incrementare il complesso dei beni culturali di un paese. Tale patrimonio, però, può essere arricchito e incrementato anche grazie a un’attività creativa, tesa a generare nuovi prodotti. Un bene culturale, infatti, può essere reinterpretato, riproposto da un’angolazione nuova, rinnovato nel rapporto con nuove tendenze culturali. La grande tradizione culturale italiana offre occasioni di espressione e di valorizzazione economica ai giovani artisti, in molteplici settori, dalla pittura alla scultura, dalla ceramica al mosaico. Il recupero della tradizione può abbinarsi alla ricerca di stili innovativi e alla applicazione dell’arte a contesti moderni, ad esempio all’arredamento degli interni. La presenza di validi critici d’arte potrebbe contribuire a segnalare e fare conoscere i giovani talenti. Non si tratta poi, soltanto, di creare nuovi prodotti semplici, legati a un singolo bene culturale, ma di dare vita a nuovi prodotti complessi, che coinvolgano più beni. Quindi, la produzione di nuovi beni culturali presuppone l’intervento di professionalità complesse, che intervengano anche sugli aspetti organizzativi, manageriali, promozionali, finanziari dell’operazione, per assicurarne la dovuta risonanza e l’ottimale svolgimento.
Divulgazione, didattica, editoria. L’interesse per i beni culturali è ormai molto ampio e supera la ristretta cerchia degli esperti. Il successo di una istituzione dipende anche dalla capacità di sensibilizzare le persone, ad esempio i giovani studenti ma non solo, verso il patrimonio da essa custodito e gestito. Ampi strati di popolazione, anche anziana, desiderano conoscere l’arte e possono essere avvicinati con iniziative di divulgazione, didattiche ed editoriali. Anche queste attività si prestano all’impiego di nuove tecnologie, ad esempio con computer consultabili per ottenere informazioni oppure, a un livello tecnologico più raffinato, con ricostruzioni simulate tramite computer di ambienti storici scomparsi. Esistono ormai, ovunque, imprese che garantiscono ai musei un servizio specializzato di accoglienza ed accompagnamento a gruppi di visitatori, come pure l’organizzazione di seminari ed eventi che nel museo trovino sede. L’aspetto suggestivo di questa formula, e la sua grande potenzialità, consiste nel fatto che si supera l’efficienza delle strumentazioni adottate in tempi recenti da tanti musei per accompagnare i visitatori (registratori con commenti in lingua), i quali finiscono per imporre una condizione di passività nell’utente, optando per la proposta di una relazione interattiva con una persona dotata di competenze e passione, capace di arricchire di un valore aggiunto particolare l’esperienza della frequentazione di un museo. La presenza di questa particolare figura è anche condizione per esaltare la funzione di comunicazione che sempre più i musei debbono esprimere per il futuro, ad esempio consentendo anche ai visitatori un contatto non solo visuale coi reperti ma anche tattile, realizzando quindi un’esperienza conoscitiva ed emotiva più profonda ed appagante.
Promozione. Sempre più nell’area culturale si presuppone importante l’opera di informazione e divulgazione che deve accompagnare qualsiasi iniziativa. Con l’ampliamento del bacino di utenza, che sempre più va oltre la ristretta cerchia degli esperti, tendono poi a realizzarsi condizioni che assai simili a quelle di un mercato, con una forte competizione tra le diverse offerte e i conseguenti problemi per ognuna di esse di acquisire un adeguato grado di “visibilità” agli occhi del fruitore. Gli eventi culturali, del resto, possono assumere una rilevanza economica considerevole, nella misura in cui attivano flussi cospicui di visitatori. La promozione degli eventi culturali diviene dunque a sua volta un settore specialistico di comunicazione col pubblico dei consumatori. Le campagne pubblicitarie possono aumentare la notorietà di un’istituzione e delle sue iniziative. Le pagine Web possono, oltre a ciò, creare un rapporto interattivo con i potenziali visitatori, ad esempio per fornire informazioni personalizzate e ricevere prenotazioni. Il sistema della comunicazione può inoltre avvalersi con estrema efficacia del merchandising, come avviene in molti musei, dove la presenza di un punto vendita di oggettistica che fa riferimento al materiale esposto nel museo stesso (riproduzioni di opere, poster, etc.) diviene non solo momento decisivo per il sostegno economico che esso fornisce alla gestione di tale struttura, ma anche condizione per pubblicizzarla, e quindi accrescere la possibilità di richiamare nuovi e più numerosi visitatori. Infine, la notorietà di un’istituzione dipende in gran parte anche dalla capacità di organizzare eventi speciali: esposizioni, convegni, presentazione di opere, correnti culturali, autori mediante mostre tematiche, che richiedono, per avere il dovuto successo, un’organizzazione professionale. Nel mercato operano ormai imprese specializzate che progettano eventi per conto di enti ed istituzioni, ne gestiscono la realizzazione e svolgimento, e gestiscono anche la campagna pubblicitaria e di comunicazione che precede, accompagna ed anche segue il compiersi dell’iniziativa, con particolare riguardo ai contatti da mantenere con la stampa ed i mass media.
Gestione di strutture. Se si osservano le tendenze ormai in atto da diversi anni nel nostro Paese, si può vedere come sia sempre più marcata la pressione che dalle sedi centrali dello Stato sono rivolte ai livelli decentrati dell’amministrazione affinché siano individuate soluzioni gestionali che sollevino lo Stato, o quanto meno lo alleggeriscano degli oneri finanziari necessari al funzionamento di tante istituzioni culturali. Questa dunque sembra essere la strada che in vario grado anche altri enti saranno chiamati a seguire, e ciò è tanto più pressante per quelle istituzioni come i musei, che tendono ad assorbire risorse considerevoli a fronte di una “produttività” non solo economica, ma anche culturale e sociale di frequente al di sotto delle aspettative. L’efficiente funzionamento di musei, biblioteche, teatri, aree archeologiche o siti particolari può essere favorito da imprese in grado di prendere in gestione tali strutture, ed operare con criteri improntati ad una maggiore attenzione nei riguardi della qualità del servizio da rendere, ed anche della produttività che si può generare. E’ evidente che, evitando di aumentare il costo del biglietto di accesso (questo è infatti la prima indicazione di costo che viene offerta all’attenzione dei potenziali visitatori, e se risulta disincentivante allontana da subito un possibile utente), i termini di aumento della produttività di una struttura di valorizzazione di Beni culturali si costituiscono comunque a partire dall’incremento del numero di visitatori, e, dopo, dalla capacità a saper gestire il maggior numero possibile di linee di servizio dedicate a loro, puntando a sollecitare liberi atti di consumo. Una impresa privata, ad esempio, può prendere stabilmente in gestione un museo, occupandosi della biglietteria, della vendita di prodotti tramite bookshop, di una caffetteria/ristorante interna o collegata al museo, dell’accompagnamento di gruppi di visitatori, delle pulizie, della vigilanza, ecc. Grazie alla gestione imprenditoriale di queste attività, si possono superare le rigidità che in molti casi caratterizzano le strutture pubbliche, come, ad esempio, la rigidità degli orari di apertura, che dovrebbero invece essere adattati alle esigenze dei visitatori così da realizzare le condizioni potenziali opportune per incentivare la frequentazione del museo.
In conclusione, è evidente che sono tanti i fenomeni espansivi che segnalano una diffusione e una crescita delle figure professionali legate alla tutela e valorizzazione dei beni culturali.

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