La memoria condivisa

La memoria condivisa

Sabetta Sergio

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Nella realizzazione dell’equilibrio di un sistema sociale Braudel richiama cinque scenari:

  • La dimensione ecologica, ossia dell’ambiente in cui gli esseri umani si trovano a vivere;

  • La dimensione economica, le modalità tecnologiche di produzione e distribuzione dei beni;

  • La dimensione sociale, le aggregazioni spontanee all’interno della società;

  • La dimensione politica, l’apparato istituzionale e normativo attraverso cui vengono gestiti i rapporti sociali;

  • La dimensione culturale, l’insieme del sapere collettivo necessario a risolvere i problemi sociali e personali che si vengono a presentare nel quotidiano.

Gli equilibri sono sempre contingenti e possono precipitare in guerre fra popoli, in conflitti civili interni fra i gruppi sociali, in rivoluzioni nell’attrito fra sistema politico e società civile, in disastri ecologici, in questo i processi di modernizzazione a seguito dell’espansione della base produttiva per sviluppo tecnologico sono nell’epoca attuale una delle cause principali di conflitto nelle società complesse, in cui i conflitti da armati diventano crisi finanziarie che innescano improvvise e brevi esplosioni di violenza.

Da stratificati e gerarchizzati i sistemi complessi moderni hanno, secondo Luhman, superato tale principio per puntare su una differenziazione funzionale interna ai sistemi stessi, ottenendo quindi una serie di sub sistemi che talvolta dialogano altre volte si collegano con difficoltà così che viene meno la capacità di regolare le funzioni nell’insieme, queste diverse forme creano significati diversi per coloro che vivono nel sistema stesso.

I sistemi sociali sono sistemi gerarchici fondati su interazioni la cui frequenza e modalità di accumulo definisce il senso dell’organizzazione formale, in questo vi deve essere un sistema di produzione simbolica, necessita pertanto l’esistenza di sottogruppi stabili intermedi nell’evoluzione della struttura complessa questo permette di comprendere il perché i concetti di proprietà e libertà attengano alla staticità della cittadinanza mentre l’eguaglianza assume una funzione dinamica, Burke sottolinea che costituzione, diritti, forma di governo, non possono essere “decisi” in quanto, come dimostra la vicenda britannica, tutto ci giunge come un’eredità così che l’ordine il quale ad una prima visione ci appare voluto e imposto in realtà “si fa”.

Se nel modello francese vi è il prevalere della ragione illuministica in cui l’edificio politico, istituzionale e amministrativo nasce quale precisa volontà razionale di una architettura istituzionale, nel modello tedesco lo Stato è il depositario dell’entità collettiva storico-spirituale in cui è immerso l’individuo, ma solo l’esistenza di precisi blocchi stabili permette la costruzione di strutture più complesse come quelle statali, tale stabilità è stata ricercata nelle architetture istituzionali, nella stratificazione storica spirituale o nel lascito della tradizione ma anche, come in America, nell’identificarsi direttamente in alcuni valori portanti che sono l’eguaglianza giuridica e la ricerca e difesa della libertà individuale o collettiva, basi per l’amore di patria e spinta espansiva verso la “frontiera”.

Il futuro è già esistente in prospettiva nel presente, nelle capacità cognitive e relazionali e nelle dinamiche dei modelli di governo dove la trasformazione di un sistema viene a modificare non solo le regole ma la stessa natura del gioco (Crozier), standardizzazione, specializzazione, concentrazione di risorse tecniche e finanziarie, sincronizzazione, insieme alla centralizzazione diventano imperativi culturali che vengono a rimodularsi secondo strutture a reti polivalenti (Toffler), il prevalere delle strutture di servizi (Bell) non vengono tuttavia ad eliminare le caratteristiche in particolare della centralizzazione e concentrazione le quali piuttosto da evidenti diventano impalpabili ma, tuttavia, ben presenti nel sistema.

La creazione dello Stato sociale crea un progressivo sganciamento del soggetto quale cittadino dall’orbita statale, al fine di usufruire di determinati benefici sociali, la stessa Unione Europea si legittima in buona parte sugli interessi più che sull’identità creando operativamente uno spazio dei diritti appoggiandosi sulle cittadinanze nazionali, senza creare un ulteriore soggetto giuridico secondo la tradizione statalistica, questo viene tuttavia a inserirsi in un progressivo ripensamento dello Stato sociale a seguito della redistribuzione economica tra aree geografiche derivante dalla globalizzazione.

Latouche parla del paradigma della “deterritorializzazione” nella individuazione della propria identità con cui i gruppi subiscono il processo di omologazione nella cultura economica globalizzata, vi è quindi un crescere delle relazioni diffuse e a distanza, quelle definite da Inda e Rosaldo come una estensione delle relazioni sociali in questo aiutate dalla compressione tecnologica dello spazio – tempo, avviene quindi un indebolimento dei legami tra cultura e luogo (Tomlinson) e quale speculare reazione vi è la ricerca di una radicale identità di un immaginario territoriale da parte dei gruppi che si sentono minacciati mentre le élites finanziarie ed economiche cercano identità territoriali convenienti (Friedman).

Già Nadel individua l’appartenenza a un gruppo a seguito di una selezione culturale delle differenze necessarie a costruire l’unità, questa selettività nasce proprio nel contatto tra gruppi (Barth) che si trasforma in uno scambio competitivo che può sfociare nella conflittualità, né il problema dell’appartenenza può essere definitivamente risolto mediante il principio della denizenship per cui vi è il godimento dei diritti indipendentemente dalla cittadinanza essa può essere solo un passaggio, come del resto non lo risolve il puro riconoscimento delle differenze culturali che, come è stato osservato, può dare luogo a una pluralità di comunità indifferenti fra loro se non in conflitto nella distribuzione delle risorse, solo un sistema condiviso di valori e regole può creare la coesione sociale necessaria per l’esistenza di una efficiente comunità statale.

La coscienza di sé che ogni soggetto possiede è strettamente collegata all’appartenenza a un gruppo, questa può modificare la percezione della propria definizione con il cambiamento del concetto di sé, in questo assume notevole importanza la componente affettiva dell’iniziazione, la quale se eccessivamente favorevole può comportare successive delusioni come al contrario un eccesso di durezza potrebbe portare ad un rifiuto, entra tuttavia in gioco la dinamica della “dissonanza cognitiva” per cui ad una severità iniziale può subentrare una soddisfazione e lealtà successiva.

Lewin ci ricorda che quello che costituisce un gruppo e quindi una comunità è “l’interdipendenza del destino”, ossia la coscienza che il proprio destino dipende dal destino dell’insieme, da questo discende una forma più forte di interdipendenza la quale deriva dalla consapevolezza che questa si allarga al compimento del “proprio compito nell’altrui attività”, in questo vi è la necessità di una scala di valori definita anche normativamente che garantisca le aspettative reciproche nel gruppo, una condivisione di valori che nel dare ordine e prevedibilità nel reciproco comportamento diventano punto di riferimento e basi per l’agire nonché per l’ingresso nella comunità.

La comunità è quindi innanzitutto una memoria condivisa non solo di storia ma anche di valori che si trasformano normativamente in doveri e diritti, il percorso d’accesso non immediato è pertanto una progressiva costruzione di questa condivisione che diventa non solo linguistica ma anche di aspettative e valori, rilevante diventa in questo percorso la credibilità della classe dirigente nella condivisione delle norme sociali e legali in modo da creare una lealtà nei confronti della comunità-Stato stessa che possa trasformare una cittadinanza formale in una sostanziale.

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