L’etica nell’autorizzazione normativa

L’etica nell’autorizzazione normativa

Sabetta Sergio

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Il disgregarsi delle strutture sociali di riferimento, quali la famiglia, il lavoro, le istituzioni religiose e civili, conduce alla proiezione sulla giurisdizione delle tensioni regolative, il foro diventa l’arena in cui lottare e ricreare parte delle regole, la cultura frammentata è sostituita dal diritto e dalla sua manipolazione, la pressione che ne deriva è affrontata attraverso la specializzazione derivante dall’esperienza tecnica che permette la valorizzazione della velocità, l’eventuale ricerca della semplificazione procedurale e dall’uso della tecnologia, in questo l’efficienza,  non  di per sé efficacia, può eliminare quel che resta del sentimento già compresso dagli interessi in gioco.

Già Kant nell’eliminare il sentimento tra la volontà e la legge morale nella ricerca di una validità universale e necessaria, osservava il nascere il nascere di un mostro improntato sul dovere tanto da modificare  nel terzo capitolo dell’Analitica la sua posizione sul concetto di dovere, considerandolo anche dal punto di vista della connotazione soggettiva del sentimento morale e non più solo sulla natura formale della legge morale, si attenua il dolore che nasce dalla costrizione e obbligo morale di un dovere spersonalizzato in presenza di un soggetto normale che provi empatia.

Osserva Kant che la morale risulta fondata in massime immutabili rispetto ai desideri tesi alla ricerca di una felicità immediata e come tale è alla base della costituzione sociale, si manifesta pertanto la differenza dinamica temporale tra morale, persistente nel tempo nel suo lento modificarsi, e felicità, tesa al risultato immediato.

Husserl nel recuperare la dimensione dell’inconscio ci ricorda che l’io non è solo un fascio di sensazioni, ma è fondato anche sulla capacità di dominare le proprie inclinazioni attraverso radici etiche, in quanto “razionalmente motivato” egli è capace di una razionalizzazione degli impulsi che affondano le sue radici in un contesto etico tale da chiarificare e riconoscere il factum irrazionale, emerge pertanto la necessità di un riconoscimento storico e contestuale dell’etica in cui la volontà di una sua rottura puramente razionale, secondo esclusivi principi ideologici per l’affermazione di principi alternativi, seguendo la visione di Rousseau, può dare luogo ad una ferocia eticamente sostenuta, come del resto il concentrarsi sulla pura visione contabile può portare all’eventuale distorsione del messaggio etico.

Vi sono insite nella specie umana delle necessità pratiche primarie date dalla territorialità, dalla ricerca delle risorse necessarie al sostentamento, dalla riproduzione, dalla lotta per la leadership, dagli scambi emotivi, la loro realizzazione può avvenire direttamente, mediata comunque dall’aspetto culturale, o il più delle volte indirettamente attraverso l’organizzazione che ne diventa uno strumento, senz’altro necessario al coordinamento delle attività ma sempre innanzitutto uno strumento per il singolo, usato da questi per realizzare le proprie necessità biologiche e culturali secondo una personale miscela.

L’applicazione della norma nasce pertanto dall’impulso soggettivo e non è mai impersonale, lo diventa nel momento dell’applicazione solo come attuazione di una tendenza al tecnicismo, che si realizza attraverso il sovrapporsi delle azioni secondo procedure, la norma quindi quale fascio relazionale non è che una semplice “autorizzazione” all’esercizio “espansionale” di alcuni bisogni psichici relazionali derivanti dalla realizzazione di necessità pratiche, in questo intervengono modalità etiche e culturali nel pilotarne l’attuazione pratica sì da recuperare il personale libero arbitrio.

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