L’adesione ai modelli delinquenziali organizzati: brevi considerazioni sull’evoluzione dell’identità adolescenziale all’interno del contesto napoletano.

L’adesione ai modelli delinquenziali organizzati: brevi considerazioni sull’evoluzione dell’identità adolescenziale all’interno del contesto napoletano.

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1.         L’adolescenza: le difficoltà e le complessità. Un primo background storico.
 
La parola “adolescenza” viene usata per indicare il periodo compreso fra gli anni dell’infanzia e l’età adulta.
Si tratta di un periodo di transizione, nel quale si verificano molti sviluppi, in diversi campi ed in rapida successione.
 In generale, l’adolescenza è  “(…) uno stato biologicamente e antropologicamente definibile, corrispondente al periodo evolutivo in cui un organismo della specie umana sta acquistando o ha appena acquistato le caratteristiche sessuali e la capacità riproduttiva dei membri adulti della specie”[1].
L’adolescenza è un periodo dai molteplici aspetti, in cui si è impegnati su diversi fronti.
Indichiamo alcune questioni principali: si compie un processo di maturazione biologica, si ha un’evoluzione nel funzionamento intellettivo e nel pensiero morale, la relazione con i genitori assume un aspetto diverso e la vita, tramite lo sviluppo psicosessuale, si arricchisce di nuove dimensioni.
Tutte queste forme di sviluppo non sono indipendenti e influiscono, con tutta la loro complessità, sulle relazioni della persona con se stessa e con gli altri e vanno integrate nell’immagine che l’adolescente ha di sé e degli altri con cui interagisce[2].
Un primo orientamento scientifico, rappresentato da Anna Freud, centra l’attenzione sulle istanze pulsionali che si riattivano dopo una fase di latenza e forniscono risposte sia sul conflitto adolescenziale, sia sulle misure difensive tipiche[3].
Ma il problema cardine che l’adolescenza tende ad affrontare è il mutamento delle relazioni oggettuali connesse all’identità personale.
In tale ambito, Erikson[4] assegna un ruolo centrale a valori e modelli così che nella crisi adolescenziale la società ha un ruolo fondamentale: essa deve dare all’adolescente la possibilità di sperimentare liberamente vari ruoli sociali in modo da inserirsi tranquillamente nel contesto sociale.
Di conseguenza l’adolescenza è sentita come grande momento di socializzazione attraverso i canali di base del soggetto, ovvero la famiglia, la scuola e i mass media.
Sono però proprio le varie agenzie formative a disposizione dell’adolescente che spesso fanno sì che si creino valori, in lui, contrastanti e caratterizzati da conflitto.
Dopo queste osservazioni su ciò che caratterizza genericamente il periodo dell’adolescenza, può essere utile introdurre una ripartizione:
 
·        La prima adolescenza, in cui si avviano la maturazione fisica, lo sviluppo psicosessuale ed il processo di distacco dai genitori.
·        La media adolescenza, in cui è centrale la sperimentazione di diverse possibilità di scelta.
·        La tarda adolescenza, in cui si cominciano ad assumere impegni riguardanti la posizione sociale e le relazioni interpersonali.
 
 
2.         I processi interattivi nel periodo adolescenziale: lo sviluppo dell’ identità.
 
Il tema dell’identità viene ad essere considerato soprattutto dai paesi occidentali, spesso attraversati da posizioni contraddittorie e contrastanti, insieme ad una notevole amplificazione dei problemi generazionali.
L’adolescenza è un periodo in cui lo sviluppo psichico ha un carattere proprio e una propria funzione. Non si tratta di una rottura con il passato; tuttavia il giovane si chiede in che misura gli si addice ciò che porta con sé dagli anni dell’infanzia[5].
In pratica, l’adolescente inizia a riorientarsi e ad esaminarsi criticamente e, tramite un processo di sperimentazione, acquista confidenza con le sue nuove possibilità ed impara ad accettare i propri limiti.
In questo processo assumono un ruolo fondamentale le reazioni delle persone con cui egli interagisce giacchè desidera sentirsi stimato e riconosciuto da quelle persone che per lui sono importanti.
Nella continua interazione con loro l’adolescente è portato a fare delle scelte ed accetta impegni che avranno notevoli conseguenze per il futuro.
Queste scelte e questi impegni riguardano relazioni interpersonali, convinzioni di vita e posizione sociale.
In questo modo nasce gradatamente una consapevolezza dell’identità.[6]
L’identità è legata ad un concetto di fondo: la relazionalità. Essa è definita comeun processo che nasce socialmente ed è una costruzione compiuta da parte del soggetto a seguito dello scambio con altri nel corso delle interazioni sociali.
Oltre alla dimensione relazionale dell’identità, occorre sottolineare le “due facce” con le quali si presenta: quella sociale e quella individuale.
Mentre l’identità sociale descrive la parte socializzata del sé, l’identità personale corrisponde al sé interiore, in grado di stabile rapporti fra le sue varie componenti e di ricostruire una storia personale.
Capita però spesso che entrambe le realtà tendono a sovrapporsi.
 Tale quadro generale sollecita l’importanza di approfondire il ruolo dell’identità nella prospettiva adolescenziale.
Si definisce “adolescenziale” quella fase della vita che va dagli 11 ai 18 anni circa ed a sua volta essa si divide in preadolescenza (11-14 anni) e adolescenza (14-18 anni).
La preadolescenza si presenta come uno stadio rivolto alla definizione di sé rispetto agli altri: il soggetto è impegnato in processi di identificazione o diversificazione attraverso il confronto sociale, della sua immagine infantile, sia sociale sia personale[7].
Nell’ambito della preadolescenza si evidenzia una consapevolezza : quella dei rapporti esistenti tra comportamenti personali e reazioni degli altri.
La distinzione presentata tra preadolescenza e adolescenza evidenziata da Coleman[8] specifica determinati aspetti che sia la psicologia che la sociologia analizzano all’interno dei loro ambiti scientifici.
All’interno del periodo tra gli 11 e i 14 anni si possono osservare ulteriori distinzioni di problematiche:
 
·            10-11 anni, attivo ma ancora nel guscio; il preadolescente, in questo momento vive ancora nell’ambito protettivo della famiglia e del suo ambiente, anche se si palesano voglie di amicizie e interesse per altre attività.
·            12-13 anni, uscita all’aperto; ormai stare con gli altri coetanei è diventata la cosa più importante, diventa significativo lo stare insieme scambiandosi idee e gusti comuni.
·            13-14, una pausa di sosta; all’esplorazione intensa degli altri sembra seguire una pausa; come se il ragazzo avesse bisogno di prestare attenzione al proprio Io e ciò si traduce in una ricerca interiore.[9]
 
 
3.          L’identità e la costruzione del sè.
 
La costruzione dell’identità passa attraverso le influenze dell’ambiente familiare e culturale e si definisce principalmente mediante il confronto sociale, che offre la possibilità di elaborare la propria immagine grazie all’identificazione o alla presa di distanza con ciò che è diverso, ‘altro da sé’.
Il soggetto vive un’esperienza continua con auto e etero riconoscimento e sviluppa un’attività psico-affettiva e cognitiva.
All’interno di questo continuo confronto tra sé e gli altri risulta rilevante la dimensione etnico-territoriale, cioè il topos e l’ethos nel senso degli antropologi: il primo definisce il territorio, il luogo, il suolo; mentre il secondo fa riferimento ai valori e alle norme apprezzate dal gruppo.
Questa situazione demanda ad una situazione omologa sia per gli adolescenti occidentali sia per quelli orientali.
Ma per questi ultimi vi sono problematiche, spesso più pesanti, soprattutto se si parla di minori immigrati che navigano nella “confusione” tra la cultura di appartenenza e quella del paese di arrivo.
Gli studi sull’adattamento degli immigrati alla cultura d’accoglienza hanno messo in evidenza l’esistere di varie strategie, che ritroviamo in quattro ipotesi identitarie:
 
·            L’assimilazione, attraverso cui la persona tende al totale adeguamento agli usi e ai comportamenti del gruppo etnico maggioritario (quello dell’accoglienza).
·            La dissociazione, in cui la persona fa riferimento in parte o completamente alla sua cultura originaria, dei genitori e cerca di mantenere e di accentuare.
·            La marginalità, che comporta un lieve coinvolgimento sia della propria cultura sia di quella d’accoglienza, che definisce un disorientamento e una incapacità di scelta.
·            La doppia eticità, che è il risultato di un confronto positivo tra due mondi diversi.
 
Questi elementi riescono a dar conto alle alternative e quindi alle scelte proprie che l’immigrato deve compiere.[10]
Il problema identitario si confonde con quello del sé il quale deve essere inteso come una struttura concettuale dello stesso statuto epistemologico degli oggetti fisici, degli altri, delle norme ecc…cioè un costrutto mediante il quale gli individui organizzano parte della loro esperienza, ed è in questa prospettiva che il pensiero di Erikson diventa rilevante.
Difatti egli definisce che l’identità e il sé devono essere riferiti ad un soggetto psicologico, cioè ad un essere vivente, agente, che si relaziona con gli altri.[11]
 
 
4.         Criminalità, devianza e costruzione simbolica. Il contributo teorico americano.
 
La criminologia minorile ha da sempre sottolineato le problematiche relative alle azioni devianti da parte degli adolescenti.
Nello specifico, ci si tende a soffermarsi sulle interazioni e i processi comunicativi fra soggetti che producono l’azione deviante allo scopo di fornire aiuto attraverso un percorso di recupero e di riabilitazione.
Lo studio della criminalità e della devianza sposta il suo interesse dall’individuo con il suo corpo, le sue patologie e il suo ambiente al rapporto individuo-società, alle norme, alla reazione societaria ai comportamenti dell’individuo, cercando di cogliere quegli aspetti che naturalmente sono da collegare all’azione deviante.
L’interesse per tali problematiche è molto “antico” e risale all’inizio dell’ottocento quando un gruppo di studiosi si posero il problema di individuare le differenze, riscontrabili in condizioni geografiche differenti, rispetto al problema della criminalità.
E’ importante – secondo noi – soffermarsi su quegli studi che attualmente sono ancora in grado di apportare un contributo maggiore nei termini di comprensione e prevenzione dei comportamenti sociali devianti.
Interessanti e attuali, appaiono gli studi e le ricerche condotte dalla cosiddetta Scuola di Chicago.
Essa aveva ipotizzato l’esistenza di un legame fra tassi di criminalità e determinate aree urbane. Questo rapporto era stato spiegato con categorie quali la disorganizzazione sociale (intesa come disorientamento culturale e nello spazio urbano, disagi e tensioni prodotti dal convivere di culture diverse), il territorio disgregato e la sovrapposizione tra territorio pubblico e privato.
Secondo questi autori la delinquenza sarebbe maggiormente diffusa in quelle aree urbane caratterizzate da densità di popolazione, presenza di culture diverse, instabilità culturale, insufficienza dei servizi ecc…; tali teorie infatti sono state anche definite “teorie ecologiche” o “teorie delle aree naturali della delinquenza”[12].
L’interesse attivo che questa scuola definisce riguarda il fatto che tende a orientare gli studi e le ricerche su aree specifiche di connotazione criminale.
Ciò ha rilevanza in molti dati istituzionali riguardanti la devianza giovanile, da cui risulta che i ragazzi denunciati, che finiscono in carcere, provengono da aree ben individuabili.
Un altro contributo che rimane ancor oggi tra i più conosciuti riguarda inoltre tutte le correnti che si sono venute a sviluppare negli Stati Uniti e che rappresentano la criminologia moderna a partire dallo struttural-funzionalismo, le teorie delle associazioni differenziali, delle subculture criminali.
Questi approcci teorici tentano di individuare quelle condizioni sociali denominate  “criminogene”, utilizzando un’analisi di tipo strutturalista.
All’interno di questo contributo gli autori più rilevanti sono – senza ombra di dubbio – Parsons e Merton[13]
Parsons, in particolare, propone un’idea di società come un’insieme di parti integrate in cui il presupposto cardine è l’equilibrio, la stabilità, il consenso, raggiunti attraverso un processo di socializzazione.
Questa visione della società come elemento integrato di ruoli e di istituzioni suggerisce l’idea che la devianza, la criminalità, sono un problema legato a un difetto del processo di socializzazione.
Tale teoria ha però incrociato aspre critiche, perché sembrerebbe non corretto affermare che la delinquenza minorile sia l’espressione di un problematico processo di socializzazione.
Si tratta inoltre di un concetto che non è provato scientificamente, anche perché può esser dimostrato il contrario, nel senso che ci sono ragazzi con un ottimo processo di socializzazione, che mettono in atto, però, comportamenti devianti, anche se non gravissimi.
Infatti, risulta doveroso affermare, che in età evolutiva, come risulta da numerose ricerche, quasi nessun ragazzo può vantare storie e percorsi di vita privi di comportamenti devianti.
Il contributo di Merton riguarda lo studio di una contraddizione del sistema sociale americano, ossia quella fra la dimensione della struttura sociale e la dimensione della struttura culturale.
Mentre da un punto di vista sociale la società sembra uguale per tutti, dal punto di vista occupazionale non propone le stesse possibilità per tutti i soggetti.
Per Merton, la devianza rappresenta una delle possibili forme di adattamento, alle pressioni contraddittorie, anomiche.[14] Tale teoria ha avuto fortuna soprattutto per la delinquenza minorile.
Lo schema da lui stesso elaborato “mete-mezzi” sembrava adatto per i ragazzi deprivilegiati che sono, colpiti dalle pressioni culturali del consumismo e che si trovano ai margini della società.
La teoria di Merton è stata però sottoposta a numerose critiche, ad esempio quando essa non considera i nessi che legano la struttura sociale a quella culturale. Ed inoltre l’idea centrale, cioè la contraddizione mete e mezzi, risponde a un’esperienza di senso comune che facciamo continuamente, anche se esiste una differenza complessa nelle forme di adattamento o non adattamento che ogni giorno mettiamo in atto di fronte a pressioni sociali e culturali.
Il comportamento antisociale di ragazzi tra i 12 ed i 16 anni, si manifesterebbe come una “sovrapposizione perversa” relativa ad un periodo di crescita in cui il sé mette in gioco la costruzione dell’identità.
Le pagine di cronaca sembrano trovare però conferma in figure di adolescenti violenti e ciò lascia aperta la necessità di approfondire altri due elementi: il controllo sociale e la prevenzione.
Il controllo sociale è un forte interlocutore in ambito criminologico, dal momento che la devianza stessa non può esistere e definirsi, se non rispetto ad una norma e ai modi sociali e istituzionali di rilevare le trasgressioni.
Ogni azione deviante, contiene anticipazioni di effetti di controllo, per orientare le strategie tese ad evitarlo, sfidarlo, per confrontarsi con una dimensione sempre presente: dal controllo informale, a quello familiare o sociale, fino a quello istituzionale.
Con la prevenzione si intende definire, la possibilità di evitare la messa in atto di determinati comportamenti, con delle azioni di salvaguardia e di recupero del minore [15].
L’utilizzo di numerose teorie tese a prevenire comportamenti devianti o delinquenziali è l’elemento cardine su cui si cerca di porre attenzione, al fine di promuovere benessere attraverso azioni volte ad incrementare le abilità dei giovani per far fronte a situazioni di rischio. [16]
Le “strain theories” si collegano alle indagini esplorative della Scuola di Chicago condotte nei primi decenni del XX secolo.
Dall’osservazione degli alti tassi di criminalità in determinate aree urbane, era stato ipotizzato un nesso tra disorganizzazione sociale e la disorganizzazione individuale dei giovani delinquenti.
Come già accennato in precedenza, la delinquenza sarebbe stata più diffusa in quelle aree urbane caratterizzate da un’alta densità di popolazione, da un’insufficienza dei servizi e da scarso controllo: l’individuo, dotato per natura di istinti antisociali, se vive in una società disorganizzata diventerà, inevitabilmente, un antisociale.
Connesso alla nozione di disorganizzazione sociale è il problema del controllo sociale, del modo cioè in cui la società riesce ad integrare gli individui attorno ad un unico sistema coerente di costumi, tradizioni e norme.
 
 
5.         I minori ed il crimine organizzato: considerazioni sugli aspetti aggregativi e affiliativi.
 
Come abbiamo già detto, l’adolescenza è una età delicata durante la quale, visto l’inizio e il non completamento dell’identità del soggetto, si può incorrere in comportamenti antisociali.
L’atteggiamento deviante, come si è già scritto in precedenza, dipende da numerosi fattori che determinano il mettere in atto determinate forme di comportamento.
Volendo entrare nello specifico del nostro discorso è importante focalizzare l’attenzione sulla correlazione tra criminologia e criminalità organizzata[17]
Molti autori definiscono che proprio su tali aspetti le ricerche in tal ambito si trovano ancora in una fase di stallo.
In una panoramica sullo studio della criminalità organizzata, si individuano il 9% delle teorie irte su tale argomento.
Numerosi autori individuano ragioni che rendono conto di una risposta a tale problema: l’insufficienza della tradizionale strumentazione criminologica ed il fatto che la problematica non rientra in una patologia[18].
Quel che in questo lavoro intendiamo sottolineare è l’impiego dei minori all’interno delle organizzazioni criminali di stampo camorristico.
C’e concordanza sull’idea che quello dello sviluppo del Sud sia un problema di difficile superamento.
Le difficoltà storiche della nostra regione, infatti, sono riscontrabili nei problemi non solo economici ma soprattutto culturali e sociali, e sono proprio questi ultimi – probabilmente – a favorire il passaggio dei minori all’interno delle organizzazioni criminali.
La facilità di un inserimento di giovani è favorita spesso dalla famiglia di appartenenza.
Il nucleo familiare malavitoso trasmettte – da un punto di vista valoriale – fin dalla piccola età all’esercizio della illegalità i propri figli; «l’educazione» degli stessi avviene in un contesto socio-culturale che con linguaggio, gesti, azione e violenza va a strutturare .un modello deviante acquisito.
 Il grado di disgregazione e deprivazione sociale di alcuni quartieri a rischio, inducono i giovani soprattutto minori a modellarsi ed emulare lo stile e le azioni dei soggetti che contano..
Altri nuclei familiari socialmente deboli vendono la loro onestà e quella dei propri figli ai bisogni quotidiani prestandosi per l’occorrenza alle esigenze camorristiche in una miriade di attività illegali.
Il «sostegno» economico a queste famiglie crea un rapporto di stabile convivenza con la camorra, e la stessa assurge al ruolo di soggetto erogatore di servizi e di pagamento di prestazioni.
Attualmente la camorra può contare su una miriade di famiglie con rispettiva prole, infatti si avvale di giovani da inserire come spacciatori di droga al minuto, i cosiddetti “muschilli”, per estorsione ed anche come killer.
L’aumento si registra soprattutto tra i minori di 14 anni, la microcriminalità è ormai senza freni e controlli, in ogni relazione del Procuratore Generale dell’anno giudiziario i riferimenti con dati statistici, in crescendo sui reati commessi dai minori, confermano la gravità del fenomeno.
Le cifre considerevoli ed imponenti delle rapine, furti e scippi riportate sono notevolmente ridotte per l’omissione, da parte delle vittime, di denuncia del reato per la totale sfiducia sull’esito di accertamenti e indagini per la minore età dei delinquenti[19].
È indispensabile quindi e non più procrastinabile nel tempo adottare interventi urgenti e mirati al recupero di minori già coinvolti e prevenire l’ulteriore disgregazione di fasce giovanili. 
La presenza diffusa della criminalità di stampo camorristico costituisce per i minori fonte di apprendimento di modelli delinquenziali, di tecniche criminali e di valori devianti.
Su 282 casi di minorenni imputati nell’intera Italia di rapina aggravata, 103 (il 36,5%) sono in Campania e, su 75 imputazioni di tentato omicidio, 17 sono rivolte a minori campani (il 22,6%)[20]
Anche la scuola è tra le cause della grave devianza minorile per la dispersione che resta altissima e la scarsa propensione nel comprendere i primi disagi familiari ed ambientali dei minori alunni.
E’ quindi necessario perseguire penalmente le organizzazioni ma anche intervenire promuovendo i diritti dei minori, facendo funzionare la scuola e garantendo a tutti sbocchi culturali e occupazionali[21].
Il problema dell’abbandono scolastico, quindi, è troppo sentito della nostra regione, proprio a causa della difficoltà di mutare una cultura latente ancora troppo “perversa”, mirata al guadagno facile e al rispetto da ottenere ad ogni costo.
Nella crisi della scuola e delle altre strutture sociali, la camorra è l’unico soggetto che riesce a dare un’identità ed una parvenza di integrazione a ragazzi che hanno davanti a sé soltanto la miseria della famiglie e la disattenzione dei poteri pubblici.
Un minore che cresca a Napoli, in un ambiente camorrista, apprende il comportamento deviante nel momento in cui entra in rapporto con altre persone dello stesso contesto di vita.
Tra i reati maggiormente commessi dai minorenni riscontriamo: omicidio volontario, tentato omicidio, tentata rapina, rapina aggravata, estorsione e reati commessi per droga.
In particolare, il mercato degli stupefacenti permette l’ingresso ai minori in maniera facilitata all’interno dei clan,  condizionando l’evoluzione e le scelte dell’adolescente rispetto al gruppo dei pari.
Si assiste, quindi, ad una “socializzazione precoce” del crimine che può raggiungere effetti devastanti quando il minore ha raggiunto la maggiore età.
Il problema vero della camorra, rispetto alle altre organizzazioni criminali sta nel fatto che, essa tende ad ammettere un numero di gran lunga maggiore di soggetti, creando quelle condizioni di “pervasività” del fenomeno.
Ancora una volta si tende quindi a sottolineare, come la criminalità organizzata in Campania, possegga la capacità di sovrapporsi ed integrarsi con la società civile, quest’ultima – talvolta – incapace di offrire modelli culturali adeguati .
 
di Francesco Giacca* e Roberta Tabacchini*
 


[1] P. Paolicchi, Verso l’identità, Sev, Pisa, 2003.
[2] J. De Wit, G. Van Der Veer, Psicologia dell’adolescenza. Teorie dello sviluppo e prospettive d’intervento, Giunti, Firenze, 1993; P. Blos, The adolescence passage, International Universities Press, New York, 1979.
[3] A. Freud , Normality and pathology in childhood, International Universities Press, London, 1965; trad.it. Normalità e patologia del bambino, Feltrinelli, Milano, 1990.
[4] E.H. Erikson, Identity, youth and crisis, Norton, New York, 1968; trad.it. Gioventù e crisi d’identità, Armando, Roma, 1980.
[5] J. De Wit, G. Van Der Veer, op.cit., pag. 8.
[6] E.H. Erikson, Chilhood and society: the life cycle completed, Norton, New York, 1982.
[7] E.H. Erikson, Gioventù e crisi di identità, Armando, Roma, 1980.
[8] J.C. Coleman,La natura dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna, 1992.
[9] G. De Pieri, G. Tomolo, Educare i preadolescenti, Elle Di Ci, Leuman Torino, 1990.
[10] A. Dell’Antonio, Bambini di colore in affido e adozione, Raffaello Cortina, Milano, 1998; D. Demetrio, Bambini stranieri a scuola, La Nuova Italia, Firenze, 1997.
[11] E. Erikson, Childood and society, Norton, New York 1950, trad. It., Infanzia e società, Armando, Roma, 1968.
[12] R. E. Park, E.W. Burgess, R.D. Mckenzie, La città, Ed. Comunità, Milano, 1967.
[13] T. Parsons, La struttura dell’azione sociale, Il Mulino, Bologna, 1962; R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna, 1959.
[14] G. De Leo, La devianza minorile, Carocci, Roma, 1999.
[15] G. De Leo, P. Patrizi, La spiegazione del crimine, Il Mulino, Bologna, 1999.
[16] R. Agnew, (2003):Robert Agnew’s General strain  theory, in www.criminology.fsu.edu/crimtheory/agnew.htm.
[17] Cfr. F. D’Agostino, La grammatica dello sviluppo. Le basi socioculturali dello sviluppo, Liguori, Napoli, 1984; A. Lamberti, La camorra. Evoluzione e struttura della criminalità organizzata in Campania, Boccia, Salerno, 1992; R. Ricci, Le origini della camorra, Sintesi, Napoli, 1989.
[18] G. Canepa, Rassegna Italiana Di Criminologia, Giuffrè, Milano, Gennaio 1990.
[19] Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit. pag. 31.
[20] Indagine statistica effettuata nel 1997.
[21] Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit. pag. 31.
* Educatore, Dipartimento Giustizia Minorile, Ufficio Servizio Sociale Minorenni, Napoli.
* Laureata in Scienze dell’educazione, già tirocinante presso l’Ufficio Servizio Sociale Minorenni di Napoli.

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