Il pragmatismo normativo

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

Abbiamo continuamente cercato di negare quello che vedevamo e non ci siamo mai riusciti” (Panksepp – Il topo che rideva, in Bering, Le Scienze, 9/12)

Il dubbio è per Peirce la base di una ricerca che deve sfociare nella fissazione di una “credenza” al fine di calmare l’inquietudine dallo stesso originata come frutto di una indecisione seppure momentanea delle nostre azioni, lo stress che tale indecisione crea può essere calmato solo dallo scioglimento del dubbio.

Quello che Peirce chiama credenza diventa in termini normativi una “consuetudine” che deve godere delle seguenti tre proprietà:

  • Consapevolezza della stessa da parte del soggetto;

  • Calmare l’inquietudine derivante dal dubbio ;

  • Comportare una regola d’azione che deve trasformarsi in un’abitudine;

ma la consuetudine sebbene regola d’azione non riposa a lungo, in quanto la sua applicazione nello svolgimento dinamico della vita apre a ulteriori incertezze, né d’altronde differenti maniere di percepire la stessa consuetudine può essere interpretato come il sorgere di differenti modi d’azione.

Si evidenziano, quindi, due principi fondamentali tratti dal pragmatismo di Peirce:

  • Le consuetudini saranno identiche solo se danno luogo alle stesse abitudini di azione, indipendentemente dalle modalità di percepirle;

  • Le consuetudini danno luogo alle stesse abitudini di azione, solo se risolvendo le inquietudini derivanti dagli stessi dubbi producono le stesse regole di azione;

consegue che per rendere esplicito il significato di un pensiero anche giuridico, vi è bisogno soltanto di determinare quale abitudine di azione viene da esso prodotto, ma le consuetudini producono le stesse azioni solo se intervengono in situazioni sensibili analoghe così da produrre gli stessi risultati sensibili, circostanza che porta a rinforzare il nostro giudizio sulla concezione consuetudinaria da noi posseduta.

Ci ricorda James che la nostra sensazione di razionalità è originata dalla fluidità del pensiero indipendentemente dalle condizioni iniziali, si che una qualsiasi concezione di un problema per potere essere accettata non deve essere soltanto razionale ma deve anche colpire la nostra attenzione per il suo carattere di razionalità nel soddisfare le esigenze del conoscere e quelle legate all’agire, i quali si esplicano in una necessità di semplificare, distinguere, ridurre l’incertezza del futuro e definire quest’ultimo in termini il più possibile omogeneo alle nostre esigenze.

Già Oliver Wendell Holmes Jr. rileva che l’esperienza e non la logica è la vita della legge, una esperienza che possiamo considerare conseguenza di una consuetudine che permette il predire l’incidenza dell’eventuale uso della forza pubblica, tanto da definire, sotto l’influenza del pragmatismo, la stessa Costituzione degli Stati uniti un “esperimento, come del resto tutta la vita”.

La consuetudine fa sì, pertanto, che possiamo agire con convinzione e in relativa sicurezza, ma la consuetudine nasce anche dal pensiero in azione come ricerca (James), che precede e trasforma lentamente la stessa consuetudine nella quale la chiarezza è più modestamente una familiarità che nasce dal continuo uso, una conoscenza pratica che interiorizza delle regole pragmatiche.

Peirce ci ricorda che la chiarezza cartesiana non garantisce da sola la comprensione, una definizione deve essere connessa inseparabilmente allo scopo razionale e ai criteri che ne governano gli usi, vi è pertanto un processo alle spalle che ne è condizione preliminare, infatti per Peirce il significato di un concetto risiede nel conferimento di un aspetto particolare ad una determinata risposta, questo ci porta a considerare un’idea strumentalmente vera solo nel momento in cui ci permette di formulare delle relazioni soddisfacenti con le idee nate da altre nostre esperienze (verità strumentali), vi è tuttavia una gradualità della soddisfazione strumentale legata alla socialità dell’idea la quale è resa vera dall’evolversi degli eventi stessi, circostanza che può indurre ad una relativizzazione della verità legata al contesto creando, quindi, livelli di verità differenti per durata e profondità.

Le vecchie opinioni costituiscono un substrato su cui l’individuo si basa per le nuove verità, pertanto, al fine di garantirsi psicologicamente tenderà a salvarne il più possibile in un processo di verità fondato su un concatenarsi di precedenti verità già consolidate, secondo un processo ed esigenze prevalentemente soggettive, ma il processo di verificazione può far sì che un’idea con lo scorrere degli eventi non sia più vera in senso strumentale tanto che un domani possa diventare falsa, secondo un concetto che James definisce come “fallibilità”.

Gli “strumentalisti di Chicago” nella loro teoria logica del concepire e del giudicare ritengono che la funzione dell’intelligenza è quella di valutare quali relazioni più efficaci possono essere realizzate nel futuro con gli oggetti naturali o artificiali esistenti nell’ambiente, tuttavia in questo uso logico-razionale dell’intelligenza vi è una ulteriore dimensione definita da Dewey “estetica” dell’esperienza che la rende “completa”, in quanto unificante in un rapporto che si scopre di continuità impedendo lo spezzarsi della dimensione umana nel succedersi dei singoli eventi.

In questa ricerca di una verità determinata dalla consuetudine Wittgenstein definisce i limiti del mondo umano attraverso il linguaggio, in quanto prodotto dell’interazione tra gruppi organizzati esso ne designa anche il loro mondo fornendone i mezzi per potere agire coordinatamente ed utilmente, in una interdipendenza tra credenza e significato (Davidson) , per cui i vincoli nell’indagine non possono che essere esclusivamente discorsivi (Rorty).

Ma il formarsi delle credenze e delle opinioni sono anche il frutto del “timing” in cui si succedono gli eventi e del loro combinarsi in un rafforzamento o reciproco annullamento, l’attenzione , centrale nei processi cognitivi, è infatti essa stessa una sequenza temporizzata in oscillazioni sincrone di impulsi nervosi (Delbruck, Sejnowski).

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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