Il mercato del lavoro fra investimento in conoscenza e nuovo umanesimo tecnologico

Il mercato del lavoro fra investimento in conoscenza e nuovo umanesimo tecnologico

Caruso Anna Rita

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Come far ripartire l’economia e rilanciare la produttività nel paese? Ignazio Visco nel suo testo “Investire in conoscenza”, propone un rilancio degli investimenti in conoscenza per incrementare il Pil del Paese e affrontare la sfida della globalizzazione e dell’immigrazione. L’autore cerca di indagare sulle ragioni della crisi economica innescata negli Stati Uniti con l’erogazione dei mutui ipotecari, crisi che ha determinato una recessione poi diffusasi nel resto d’Europa e verso la quale si concentrano gli sforzi della politica economica nel tentativo di sostenere i redditi e la produzione. Nel cambiamento in atto non si deve dimenticare il ruolo apportato dall’innovazione tecnologica che ha fatto registrare una lieve ripresa con un aumento del reddito pro capite nel periodo 2000-2007. Nonostante questa parentesi, negli ultimi tre anni la crescita si è arrestata a causa del mancato utilizzo del lavoro, ma soprattutto a causa della bassa innovazione e minima dinamica produttiva.

In questo senso le difficoltà del nostro paese appaiono gravi anche nel confronto con la maggior parte dei paesi europei, sono quindi venuti al pettine i nodi fondamentali della inadeguatezza del capitale impiegato nei processi di produzione, il basso contenuto di innovazione e l’eccesso di regolamentazione che grava sull’attività produttiva, in uno scenario nel quale le imprese paiono abbandonate a se stesse.

Quando è iniziata la stasi nella crescita dell’economia italiana? L’Italia nel periodo dal 1950 al 1980, ha raggiunto gli altri paesi d’Europa con una crescita del prodotto in termini reali più alta del 25%, quindi si è registrato un progressivo arretramento dipeso anche dalla interazione negativa delle dinamiche produttività/occupazione causate dal mancato investimento in innovazione tecnologica e bassa saturazione degli impianti produttivi.

Forse è ancora presto per comprendere quanto l’innovazione tecnologica e internet abbiano cambiato profondamente metodi di produzione, scambio e consumo, ma questa spinta che ha apportato radicali cambiamenti nell’economia statunitense e nord Europea, non sembra aver registrato analogo impatto nell’Europa Continentale e in Giappone. Secondo le stime OCSE nel 2003 mentre negli Stati Uniti la produzione sarebbe aumentata fino al 1,6% rispetto agli anni ’90, in Italia si è registrata invece una forte decelerazione, al pari della maggior parte dei paesi europei dove la crescita del prodotto per ora lavorata si è sostanzialmente annullata.

In questo quadro, l’investimento in ricerca e sviluppo costituisce una determinante fondamentale della crescita economica attraverso il progresso tecnico che viene incorporato nei beni capitali utilizzati nel processo produttivo.

Accanto alla ricerca e sviluppo, rilevano parimenti la dimensione della presenza dello Stato in economia, i vincoli della concorrenza, gli interventi diretti su prezzi e tariffe, nonché la possibilità per le aziende di competere in modo paritario e l’efficienza dei vincoli amministrativi.

Il ritardo dell’Italia che ha frenato la crescita industriale è da imputarsi in primis ad una minima percentuale di investimenti in tecnologie informatiche, circa l’11% (27% gli Stati Uniti e 18% la Germania), nonché alla bassa spesa per istruzione in rapporto al Pil come emerge anche dal modesto numero di brevetti registrati.

Occorre dunque rimuovere i vincoli, investire in capitale umano e promuovere la conoscenza, per poter rimanere competitivi nel lungo periodo, mentre nel breve periodo per aumentare le esportazioni potrebbe essere sufficiente abbassare i costi del venduto a discapito della qualità. La perdita di competitività tra l’altro era stata ampiamente prevista dall’Unione monetaria alla luce del permanere dei nodi di fondo che vincolano la nostra economia.

Si pensi innanzitutto al risanamento incompleto dell’industria dopo i difficili anni settanta, all’epoca non vi fu un sufficiente incremento di produttività totale in grado di rispondere alle sollecitazioni provenienti dalla disciplina del cambio, negli anni ottanta poi emergeva in modo sempre più evidente l’insufficienza quantitativa e qualitativa del nostro settore terziario, privato e pubblico. In questo scenario gli stessi distretti industriali e il terziario non sono più sufficienti a garantire la crescita di un’economia basata sull’innovazione e sulla conoscenza.

Occorrerebbero, secondo Visco, riforme volte a rimuovere gli ostacoli alla crescita delle imprese, stimolandone l’ingresso in settori più innovativi, forse più rischiosi ma con maggiori prospettive, accanto ad una generale riduzione degli oneri amministrativi.

Sul piano della ricerca, oltre ad accrescere la qualità dell’intervento pubblico, si devono affermare condizioni favorevoli all’investimento privato, fermo restando che la crescita economica non è un processo meccanico, né un processo continuo e privo di ostacoli, ma necessità di regole chiare per attrarre gli investimenti e promuovere la conoscenza.

Quanto al concetto di merito nella società della conoscenza, l’idea per cui solo i comportamenti sono sotto il controllo di chi ne è responsabile è fuorviante, valorizzare il merito infatti non equivale a richiedere un’organizzazione sociale esclusivamente fondata sul sistema meritocratico, in concreto ci si riferisce al merito come all’accumulazione di capitale umano, comportamento capace di accrescere il benessere collettivo tramite l’innalzamento della produttività e in questo senso l’Italia è fortemente in ritardo.

Qual è dunque il valore del capitale umano nell’economia della conoscenza? Il capitale umano è il bagaglio culturale, la cd forma mentis e si identifica nella capacità di eseguire compiti complessi e trovare le soluzioni, nonché nelle abilità informatiche e scientifiche, skills che consentono una maggior produttività individuale e benefici economici collettivi dal momento che gli individui consapevoli adotteranno stili di vita meno rischiosi. In questo senso va rivalutato il ruolo delle istituzioni scolastiche, anche se dal 2004 l’80% dei ragazzi completa la secondaria superiore, mentre solo l’11% ha un titolo universitario, fondamentale resta la capacità di imparare ovvero la volontà di formarsi permanentemente per migliorare le singole competenze in relazione alla propria capacità lavorativa.

La formazione continua consente di mantenere buoni livelli di competitività sul mercato del lavoro o perlomeno rende più complessa l’estromissione dallo stesso, in Italia i differenziali retributivi per livelli di istruzione sono prossimi a quelli medi dei paesi Ocse, l’uso del solo differenziale retributivo come indicatore della redditività dell’investimento in istruzione è però inappropriato, in Italia infatti l’investimento in istruzione è redditizio ma meno che nella media dei paesi della Ue, si pensi che i divari sono maggiori quando si esamina la redditività dei titoli di studio universitari.

In generale nei paesi dove abbonda il capitale umano, la remunerazione è bassa, ma quali sono quindi gli ostacoli che si frappongono ad una valorizzazione del merito capace di stimolare l’offerta di capitale umano? Perché la laurea non rende? L’acquisizione del titolo è costosa e l’università risulta spesso un parcheggio o comunque un ambiente dispersivo dove il merito non è valorizzato.

In tema di vincoli agli investimenti, si pensi alla qualità dell’istruzione e al valore dei titolo rilasciato dagli istituti, in questo senso l’incapacità della scuola italiana di fornire un’istruzione di qualità in linea con quella europea è emersa con evidenza dai risultati delle indagini Ocse dove il nostro paese occupa posizioni sempre più marginali, non tanto per mancanza di fondi, quanto per mancanza di un adeguato progetto formativo a causa del turnover degli insegnanti. La scelta scolastica è condizionata anche al contesto famigliare e culturale di provenienza, indipendentemente dal reddito e questo non sempre premia il merito. La scuola dunque non premia i migliori, negli ultimi 25 anni si è assistito ad un calo continuo dei ripetenti, allargando la maglia dei sistemi di selezione, mancano premi diretti alle scuole che conseguono risultati migliori, non si costringono quelle inefficienti a migliorare i propri servizi per sopravvivere. Manca altresì la possibilità di scegliere attraverso una pluralità di opzioni formative e le borse di studio e i sussidi sono spesso insufficienti. Forse incrementando la competitività degli atenei ed adeguando le tasse universitarie ai servizi potrebbe migliorare il sistema di selezione e la credibilità dell’Ateneo.

Anche dal punto di vista dell’operatore pubblico in Italia l’investimento in istruzione è profittevole, pur se inferiore a quello medio degli altri principali paesi, pertanto l’elevatezza dei rendimenti suggerisce politiche volte a incentivare l’investimento in capitale umano. E’ tuttavia difficile stabilire una correlazione tra risultati e remunerazione proprio per la presenza di elementi inelastici quali le abilità innate e le qualità intrinseche dell’azione. In conclusione la valorizzazione del merito di per sé non implica una necessaria coincidenza tra l’interesse privato e quello pubblico.

Quali eventi in questi dieci anni hanno determinato il blocco della crescita del paese?. Con la globalizzazione delle economie crescono le dimensioni dei mercati e gli scambi commerciali, avanzano con forza sulla scena mondiale nuovi grandi protagonisti precedentemente in ritardo come la Cina e l’India e pongono nuove sfide sia nei paesi emergenti che per le nostre economie. La redistribuzione dei redditi nei paesi emergenti dovrebbe aver luogo in un contesto di espansione dell’economia mondiale senza che si riducano i livelli di reddito delle altre economie. La concorrenza dei paesi emergenti può risentirsi anche nella produzione di beni con maggior contenuto di ricerca e sviluppo, nonché in quella di molti servizi che fanno uso di nuove tecnologie. In genere la concorrenza riduce i prezzi, ma dall’utilizzo delle nuove tecnologie come internet o la telefonia mobile può derivare un generale innalzamento della crescita economica con la comparsa di nuove figure professionali. Ed è proprio a seguito dello sviluppo di nuove tecnologie che bisognerebbe ampliare i saperi di tipo tecnico e recuperando l’istruzione professionale.

Nel 1930 Keynes scrisse un celebre saggio immaginando quale sarebbe potuto essere il livello di reddito a distanza di cento anni e prevedendo grandi miglioramenti di benessere conseguenti all’aumento dell’intensità di capitale e al progresso tecnico, ne dedusse che gli aumenti di produttività avrebbero reso sufficiente lavorare solo 15 ore alla settimana. Keynes non poteva prevedere i grandi cambiamenti demografici, l’aumento della vita media, i fenomeni migratori, eventi non calcolati ma per i quali occorre far fronte con risorse finanziarie e umane.

La cultura tecnica e le sue strutture sono spesso state relegate in serie B, la tradizione è sempre stata a favore del primato della formazione umanista e generalista, ma anche se la tecnologia si evolve con grande rapidità, l’evoluzione dell’uomo è lentissima o meglio ferma. In questo senso la tecnologia concorre oggi a formare l’esistere dell’uomo, inoltre l’evoluzione della tecnologia contribuisce all’evoluzione dell’uomo, le due evoluzioni sono quindi intrecciate in una sorta di evoluzione biotecnoculturale. Proprio per questo per poter entrare e rimanere nel mercato del lavoro è necessario un processo di formazione continua privilegiando la formazione tecnica e specialistica anche in settori afferenti alla propria disciplina di specializzazione.

 

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