Forme, riforme e complessità Dall’Ancien régime all’Unione Europea

Forme, riforme e complessità Dall’Ancien régime all’Unione Europea

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

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Già nell’ancien régime vi è una pratique du systéme, che opera in prevalenza attraverso “corpi intermedi”, l’analisi storiografica e costituzionale si è  concentrata sul confronto tra tipologie di Stato esistenti nelle epoche storiche, venendo a sorvolare gli elementi di continuità a fronte dei rapporti conflittuali che si vengono a realizzare tra i valori dei sistemi tradizionali e gli ordini emergenti dei togati, i quali appoggiandosi sull’autorità regia razionalizzarono le strutture amministrative e finanziarie come officiers, creando quindi la tecnicità necessaria alla continuità istituzionale dello Stato e alla sua potenza negli affari esteri in rapporto anche agli interessi economici del ceto borghese.

Viene tuttavia a crearsi il problema del monopolio del potere assoluto politico della Corona a cui i togati rispondono con le riflessioni di Montesquieu sulla presenza di poteri giudiziali alternativi secondo un costituzionalismo giudiziale, per il quale attraverso l’interpretazione vi sono amplissimi poteri di intervento sull’attività legislativa e sulla disapplicazione delle leggi, fino ad arrivare all’ostruzionismo parlamentare sulla registrazione dei provvedimenti legali della Corona, nello scontro che segue prevale alla fine una logica di compromesso con i “corpi intermedi” nonostante che la crisi istituzionale possa sfociare in una “lit de justice”.

Il cambiamento rivoluzionario, a differenza delle precedenti rivolte, è preceduto da riferimenti dottrinali che creano le basi ideologiche tali da superare la semplice protesta, lo scontro avviene quando si saldano alle categorie escluse, borghesia e nobiltà di provincia, militari, officiers minori, frange di gruppi partecipanti al potere, alta nobiltà, alta finanza e magistrature supreme, quale reazione alla crescente oppressione dell’assolutismo e dei funzionari di vertice che lo sostengono, l’analisi di Montesquieu rivaluta i “corpi intermedi” come elemento di trasmissione del potere politico e controllo, l’impermeabilità alle necessità di cambiamenti strutturali è frutto dei troppi vantaggi accumulati da coloro che sono legati alla Corte, d’altronde le reti sommerse dei gruppi di pressione difficilmente definibili non corrispondono alle forze sociali in movimento, né il potente corpo tecnico degli alti funzionari nel realizzare l’unitarietà dello Stato moderno, sebbene sia dotato delle necessarie competenze tecnico-amministrative, possiede la dovuta sensibilità politico/sociale.

Lo scontro diventa inevitabile quando Turgot nelle sue riforme non tiene conto dei risentimenti popolari (guerra delle farine), né Calonne, quale controllore delle finanze dal 1783 al 1787 riesce a mediare tra le parti nella necessaria riforma finanziaria, preparando adeguatamente a riguardo l’opinione pubblica sui pericoli dell’imminente catastrofe finanziaria verso cui la Francia è esposta, il successivo intervento di Loménie de Brienne avviene in un clima ormai deteriorato in tempi eccessivamente contenuti (1787/1788), senza margini di manovre, si va verso uno scontro tra il corpo burocratico dei funzionari del re (robins) e le élites parigine e urbane, sia nobili che borghesi, a cui si affiancano una buona parte dei notabili di provincia.

L’insufficienza di un apporto puramente tecnico non supportato dall’aspetto politico della sensibilità di mediazione emerge ancor più nella recente storia dell’integrazione Europea, in cui partendo da una concezione confederalista nella quale rimane integra la sovranità statale (Charles De Gaulle),  in contrapposizione alla corrente federalista, si perviene a una successiva concezione funzionalista (Monnet) nella quale l’Unione Europea si raggiunge per un succedersi di salti  mediante un susseguirsi di integrazioni settoriali, tale teoria ha il suo attuatore in David Mistrary e viene a porre l’accento su un progressivo tecnicismo che attraverso un apparato burocratico supera le differenze nazionali reciproche aggirando le sempre presenti resistenze politiche.

Si ha uno svuotamento delle funzioni nazionali a favore di un super apparato tecnico che ne diventa il conduttore, viene tuttavia a mancare progressivamente la sensibilità politica necessaria a temperare le opposte visioni culturali, aggregando tra loro aree geografiche di differente spessore economico, le tensioni che il sistema tecnocratico progressivamente crea nel suo accumulo di potere, fino a volere omogeneizzare le differenze culturali e di tradizione negandone implicitamente il riconoscimento in nome dell’efficienza, viene a sfociare in una richiesta politica di mediazione al fine di evitare l’implosione, ma la politica deve tuttavia essere capace di diventare cinghia di trasmissione tra tecnocrati e società civile, dismettendo l’autoreferenza autocratica che la lontananza dagli elettori tende a fare emergere.

L’invenzione comunitaria originata dalla diplomazia francese è nata con l’idea di migliorare il benessere entro i confini statali, più che estenderli oltre i confini stessi, il convergere tra spinta originaria e crescente potere funzionalista della burocrazia europea fa sì che vengano a prevalere le concezioni dei sistemi statali più forti, a cui si aggiunge l’arroganza che tende a nascere dall’esercizio di un potere tecnocratico non temperato dall’esterno nel quale il Parlamento mantiene funzioni prevalentemente consultive.

Il succedersi dei trattati, tra cui Maastrich, Amsterdam e Nizza, nell’allargare le funzioni della neonata U.E.  pone il problema ulteriore dell’accrescersi della complessità normativa, per cui viene a crearsi una struttura a fisarmonica ossia ad aggregato di bolle, accade che su un diritto fossile stratificato su cui vi è una progressiva cancellazione normativa o giurisprudenziale (contrazione) si inserisce una creazione sia normativa che giurisprudenziale o dottrinale (espansiva), l’accrescersi tecnologico della società sospinto dalle necessità naturali e ambientali procede in autocatalisi creando ulteriore complessità, nelle cui pieghe la ricchezza della conoscenza diretta o indirettamente acquistata può diventare elemento di prevaricazione, vi è quindi la necessità di un continuo oscillare della visione tra particolare e generale quando normalmente si tende a concentrarsi su uno dei due opposti semplificando l’attenzione cognitiva. 

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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