Fake news: il disegno di legge serve davvero?

Fake news: il disegno di legge serve davvero?

Redazione

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È notizia di pochi giorni fa la presentazione in Senato di un disegno di legge per contrastare le fake news su Internet. Un’iniziativa che mira, in sostanza, a prevenire la diffusione di “bufale” potenzialmente nocive e pericolose e a punire chi sfrutta per il proprio tornaconto l’incitamento all’odio e il disordine pubblico.

Il disegno di legge, tuttavia, è considerato da molti esperti inattuabile e controproducente, e da alcuni addirittura dannoso per la libertà di informazione. Vediamo perché.

 

Cosa prevede il ddl sulle fake news?

Il disegno di legge contro le fake news, o “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”, prevede multe e un periodo di reclusione di un anno per chi diffonde notizie che “possono destare pubblico allarme” o “recare nocumento agli  interessi pubblici“.

La pena è aumentata del doppio, inoltre, per chi pubblichi o diffonda in Internet “notizie false, esagerate o tendenziose” o si renda responsabile di “campagne d’odio“.

Si tratta, ricordiamo, di un disegno di legge che riguarda solo i siti internet e i blog, e non le vere e proprie testate giornalistiche.

 

La minaccia alla libertà di espressione

Il primo problema riguarda la vaghezza stessa dei termini e dei concetti utilizzati: cosa si intende con “pubblico allarme” e “interessi pubblici”? E in quali casi una notizia è falsa o addirittura solo esagerata?

Quasi tutti gli osservatori concordano che il fenomeno delle fake news è reale e in alcuni casi grave, ma un disegno di legge con espressioni così vaghe e generiche potrebbe avere solo l’effetto contrario di imbavagliare la libertà di espressione e di informazione.

 

La registrazione dei siti web è inattuabile?

Fa discutere, inoltre, la proposta contenuta nel ddl di attuare una sorta di registrazione dei siti web imponendo ai gestori di inviare una Pec in tribunale contenente il proprio nome, cognome, domicilio e codice fiscale.

Un progetto che in molti ritengono del tutto inattuabile, sia perché i migliaia di gestori di siti web italiani (di solito privati) in larghissima maggioranza non possiedono una Pec e sia perché l’autorità sarebbe poi costretta a gestire una quantità troppo enorme di informazioni.

Non è chiaro, inoltre, come si potrebbe distinguere tra siti web del tutto “italiani” (e quindi soggetti a tale legge) e siti stranieri. E anche in caso si possa, in un mondo fluido come quello della Rete, chi potrebbe impedire alle bufale originate su siti stranieri di diffondersi con la stessa rapidità?

 

Social network e diritti degli utenti

C’è un ultimo punto che reca controversia. Il disegno di legge vorrebbe imporre ai gestori dei social network, in nome di un corretto utilizzo dell’informazione, l’obbligo di monitorare i contenuti pubblicati e intervenire a censurare le notizie false.

Ebbene, questa idea potrebbe rivelarsi pessima: premettendo che già in partenza non è facile stabilire su basi solide e omogenee quando una notizia possa dichiararsi falsa, chiedere al gestore (privato) di un social network o di un sito di condivisione di contenuti di monitorare ciò che viene pubblicato equivale a dargli la possibilità di limitare quello che gli utenti possono scrivere. Con conseguente minaccia per la libertà di informazione.

 

Davide Basile

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