Ex marito che telefona più volte al giorno per chiedere di vedere i figli

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia
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L’effettuazione di molte telefonate durante la giornata possono integrare il reato di molestie.

Secondo alcune pronunce, anche in presenza di una decina di squilli può scattare la denuncia.

Ci si chiede che cosa accada se le chiamate continue vengono fatte al fine di esercitare un diritto come quello di vedere i figli.

L’unico modo per avere ragione è rivolgersi a un tribunale, perché coloro che decidono di farsi giustizia da sé portando allo sfinimento l’altra parte, paga le conseguenze dei suoi atti.

Ad esempio, se un creditore assilla il debitore per ottenere il pagamento che gli è dovuto può essere querelato per stalking.

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Nuovo formulario annotato dell'esecuzione penale

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Con il presente formulario, aggiornato ai decreti legislativi nn. 121 (“Disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 81, 83 e 85, lettera p), della legge 23 giugno 2017, n. 103”), 123 (“Riforma dell’ordinamento penitenziario, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 82, 83 e 85, lettere a), d), i), l), m), o), r), t) e u), della legge 23 giugno 2017, n. 103”) e 124 (“Riforma dell’ordinamento penitenziario in materia di vita detentiva e lavoro penitenziario, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 82, 83 e 85, lettere g), h) e r), della legge 23 giugno 2017, n. 103”) del 2 ottobre 2018, gli autori perseguono l’obiettivo di guidare l’operatore del diritto penale verso la conoscenza dei vari istituti che caratterizzano la fase dell’esecuzione penale di una sentenza di condanna divenuta irrevocabile attraverso un testo che si caratterizza per la sua finalità estremamente pratica e operativa, ma anche per la sua struttura snella che ne consente un’agevole e mirata consultazione.

Il formulario rappresenta, così, un valido strumento operativo di ausilio per l’avvocato penalista, mettendo a sua disposizione tutti gli schemi degli atti difensivi rilevanti nella fase dell’esecuzione penale, contestualizzati con il relativo quadro normativo di riferimento, spesso connotato da un elevato tecnicismo, e corredati sia da annotazioni dirette ad inquadrare sistematicamente l’istituto processuale sotteso e ad evidenziare i punti salienti di ogni questione problematica, sia da riferimenti agli orientamenti giurisprudenziali più significativi e da opportuni suggerimenti per una più rapida e completa redazione dell’atto difensivo.

L’opera è anche corredata da un’utilissima appendice, contenente schemi riepilogativi e alcuni riferimenti normativi in grado di agevolare ulteriormente l’attività del professionista.

Valerio de Gioia
Conseguita la laurea con lode all’età di 22 anni, ha superato gli orali dell’esame di avvocato e del concorso in magistratura poco dopo aver compiuto i 25 anni. Giudice penale del Tribunale di Roma, già giudice civile, dell’esecuzione e del lavoro e referente distrettuale per la formazione decentrata - Scuola Superiore della Magistratura, attualmente è coordinatore dei Corsi per la preparazione al concorso in Magistratura e all’esame di Avvocato presso l’Istituto Regionale di Studi Giuridici del Lazio “Arturo Carlo Jemolo”. Autore di oltre 200 pubblicazioni - tra monografie, opere collettanee e articoli su riviste scientifiche - è il curatore di numerose collane. Ha partecipato, nella qualità di relatore, a convegni nazionali e internazionali.
Paolo Emilio De Simone
Magistrato dal 1998, dal 2006 è in servizio presso la prima sezione penale del Tribunale di Roma; in precedenza ha svolto le sue funzioni presso il Tribunale di Castrovillari, presso la Corte di Appello di Catanzaro, nonché presso il Tribunale del Riesame di Roma. Nel biennio 2007/2008 è stato anche componente del Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Roma previsto dalla legge costituzionale n. 1/1989. Dal 2016 è inserito nell’albo dei docenti della Scuola Superiore della Magistratura, ed è stato nominato componente titolare della Commissione per gli Esami di Avvocato presso la Corte di Appello di Roma per le sessioni 2009 e 2016. È autore di numerose pubblicazioni, sia in materia penale che civile, per diverse case editrici.

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Paolo Emilio De Simone, Valerio de Gioia, 2019, Maggioli Editore
46.00 € 43.70 €

Sulla questione del padre che contatta diverse volte la sua ex moglie perché gli nega di incontrare i figli, è stata spesso interpellata la Suprema Corte di Cassazione, la quale, di recente, è ritornata sull’argomento spiegando, con la sentenza 31/03/2020 n. 10904/20, in quali circostanze si determini il reato.

Prima di vedere quale sia stata la decisione della Suprema Corte di Cassazione, scriviamo qualcosa sugli atti persecutori.

Gli atti persecutori

Gli atti persecutori non vengono individuati con un preciso comportamento ma con gli effetti che determinano sulla vittima.

Non ha importanza quello che si fa, se la vittima dimostra ansia o è  stata costretta a cambiare le sue abitudini, si è colpevoli.

La vittima è testimone, l’accusato non lo è, per questo, non si parte da una condizione di parità.

Una recente sentenza della Cassazione ricorda quando è stalking e come avviene l’accertamento della responsabilità.

AL fine di individuare un simile reato, si utilizza un vocabolo inglese, il nome corretto dell’illecito penale è “atti persecutori”.

Lo prevede il codice penale all’articolo 612 bis, rubricato “atti persecutori”, che recita:

È punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo:

da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura

ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva

ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La legge non descrive il comportamento del colpevole, come  accade negli altri tipi di reato, ma la reazione della vittima, attraverso la quale si può dedurre quando è stalking e quando non lo è.

A decidere la colpevolezza è la vittima.

Qualsiasi comportamento che si realizzi attraverso reiterati episodi di minacce o molestie e che possa determinare uno qualsiasi dei tre tipi di eventi appena elencati, è tale da potersi definire stalking.

Si possono fare ipotesi infinite, anche se le situazioni che determinano lo stalking sono sempre le stesse, vale a dire, pedinamenti, telefonate ossessive, messaggini sul cellulare o sulle chat, appostamenti sotto casa o all’uscita del lavoro, email e lettere lasciate nella cassetta della posta e simili.

Un soggetto può essere condannato per stalking anche in base alle uniche dichiarazioni della persona offesa, purché siano sottoposte a una rigorosa valutazione.

Secondo la Cassazione, l’alterazione delle abitudini di vita non consiste esclusivamente nel costringere la vittima a cambiare strada o a farsi accompagnare da qualcuno all’uscita del lavoro, ma anche a cancellare il suo account Facebook in presenza di continui messaggi inviati attraverso l’applicazione di messaggistica, Messenger, del social network.

In quali circostanze si è in presenza di stalking

Si dice che lo stalking sian un reato a forma libera, vale a dire, che il legislatore non ha indicato quale comportamento lo faccia, limitandosi a individuare gli effetti che l’azione del reo implica sulla vittima.

La descrizione dell’illecito viene fatta sulla base delle conseguenze che comporta, per questo non esiste un comportamento specifico da realizzare al fine di essere accusati di stalking, dipende dai riflessi che lo stesso ha sul soggetto passivo del reato.

L’articolo 612 bis del codice penale, rubricato “atti persecutori”, come scritto sopra, punisce con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta qualcuno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, o da costringere lo stesso all’alterazione delle sue abitudini.

Si ha stalking quando si verificano determinate conseguenze, vale a dire, lo stato di ansia o paura, il timore per la propria incolumità o quella di un caro, il cambio delle abitudini, ad esempio, chi disattiva un account social o cambia strada per non vedere lo stalker.

Secondo un orientamento della Suprema Corte consolidato (sent. 22152/15 e n. 8431/2014), non compie reato il padre che temoesta di telefonate e mail l’ex, sia essa moglie o convivente, con il fine di vedere il figlio.

Le possibili accuse sono due.

La prima e più blanda, è rappresentata dalle molestie telefoniche, un reato che si realizza quando una persona, per petulanza o altri motivi, molesta o reca disturbo a qualcuno.

La seconda, più grave, è rappresentata dallo stalking.

In presenza di simili circostanze l’insistenza telefonica non basta, si deve verificare una delle tre condizioni indicate dalla norma penale.

Il reato di stalking non può scattare se si telefona più volte all’ex moglie senza turbarla, senza che ci sia una paura fondata o un cambiamento delle abitudini, con la verifica della presenza del reato di molestie telefoniche.

Secondo la Cassazione anche in presenza di simili circostanze, non ci sono i presupposti richiesti dal codice penale, non ci sono, i “biasimevoli motivi”, perché il genitore vuole esclusivamente esercitare il suo diritto di padre, sia prima sia dopo la decisione di un giudice che fissa le regole per le visite ai figli.

Se il papà si lascia trascinare dalle circostanze e oltre a fare squillare di continuo il telefono assume comportamenti pericolosi, come quello di pedinare l’ex partner, il rischio di sconfinare nello stalking è molto più reale.

Se si aggiungono intimidazioni e atti vandalici contro l’ex moglie e i suoi familiari, come nel caso di recente deciso dalla Cassazione, la condanna è scontata.

Come in ogni processo penale, il ruolo principale è rappresentato dalle dichiarazioni della vittima, il primo gradino di accusa nei confronti del papà.

Se il giudice ritiene attendibili le dichiarazioni della persona offesa, è possibile arrivare a una condanna.

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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