Il diritto al risarcimento del cosiddetto danno catastrofale
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Danno catastrofale: no al risarcimento se muore sul colpo

Redazione

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Danno catastrofale: quando può essere risarcito

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 28478 dello scorso 29 novembre, è intervenuta in materia di danno catastrofale, affermando che tale danno non viene riconosciuto e, dunque, risarcito, nel caso di morte immediata del soggetto. In altre parole, se la vittima non vive un intervallo di tempo fra l’evento lesivo e la morte, non ha diritto al risarcimento di quel danno che deriva dalla sofferenza maturata nella consapevolezza dell’imminente decesso.

Il caso di specie riguardava un omicidio per mano camorrista da parte di una banda; gli eredi della vittima avevano agito in giudizio chiedendo, fra gli altri, il risarcimento dei danni morali subiti iure proprio nonché dei danni maturati iure hereditatis. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto che non vi fosse stato alcuna successione degli eredi nel danno catastrofale, che non era a priori sorto in capo alla vittima.

Nell’ambito di entrambi i giudizi di merito, i giudici avevano riconosciuto agli attori unicamente i danni maturati direttamente e non in qualità di eredi. Per tale ragione, veniva avviato il giudizio di Cassazione, richiedendo il riconoscimento del danno catastrofale e non del danno tanatologico, così come invece, sia in primo che in secondo grado, veniva erroneamente (secondo la tesi dei ricorrenti) qualificata la richiesta risarcitoria.

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La tesi dell’irrisarcibilità: serve la consapevolezza della fine

Secondo parte ricorrente, invero, la vittima si sarebbe resa conto della propria imminente fine, dall’inizio dell’aggressione fino al momento in cui è subentrata la morte, avendo la stessa cercato altresì di scappare e trovare la salvezza. nascondendosi in un rifugio vicino.

Tuttavia, i giudici di legittimità hanno ritenuto che, nel caso di specie, alla luce della ricostruzione fattuale di cui agli atti di causa, la consapevolezza della fine non poteva essere maturata in capo alla vittima. Invero, l’azione omicida era durata pochi istanti e la morte era sopraggiunta istantaneamente a questa, non intercorrendo dunque alcun lasso temporale tra l’evento lesivo e la cessazione delle funzioni cerebrali e della consapevolezza della vittima.

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