Chiedere e ricevere aiuto

Chiedere e ricevere aiuto

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

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Nelle azioni orientate al bene sociale vi è alla base un calcolo dell’azione (Staub-Piliavin) che può anche risolversi in una semplice gratificazione personale dei propri bisogni per chi la compie, tanto che si ritiene esservi sempre una valutazione per quanto rapida dei costi questo tuttavia non esclude la risposta empatica, ossia la capacità di percepire il disagio altrui, si è ritenuto che alleviare la sofferenza altrui è alleviare innanzitutto il proprio disagio, ma questa empatia, già presente nei primi anni di vita, è influenzata da vari fattori che vanno dall’affinità con il soggetto sofferente, alla coscienza della causa che provoca il disagio, fino alla posizione cognitiva, ossia alla capacità di assumere il punto di vista altrui, interviene quindi la capacità educativa di socializzare (Hoffmann-Krebs-Miller) la quale può favorire fenomeni quali l’effetto “riscaldamento” in cui si prende coscienza del proprio patrimonio interiore facendo riemergere esperienze positive del passato; tuttavia, accanto ai precedenti fattori, intervengono ulteriori aspetti quali la valutazione delle proprie risorse disponibili, compreso il tempo a disposizione, il senso di “colpa” e la necessità di superarlo, fino ai fenomeni esterni più contingenti e occasionali quali il tempo e gli stimoli fisici ambientali (Darley-Bateson).

L’essere umano agisce in un contesto che ne influenza l’azione e a seconda del contesto stesso si può inibire o al contrario favorire l’azione di soccorso, la comunità si rivela pertanto benefica in presenza della possibilità di comunicazione tra i presenti, dalla coesione del gruppo e dal suo numero, infine dalla possibilità e necessità di assumere ruoli differenziati (Gruder-Romer), al contrario può intervenire una inibizione alla risposta di aiuto dall’eccessivo costo dell’intervento che fa sì che venga rimbalzata la responsabilità sugli altri, dall’inattività reciproca che favorisce la decisione di inerzia e dalla possibilità e quindi dal rischio di fraintendimenti della propria azione (Latenè-Darley), a questa può senz’altro collegarsi l’eventuale responsabilità e coinvolgimento anche giuridico che l’azione può comportare con conseguente volontà di deresponsabilizzarsi, tanto da superare la stessa “norma di identità sociale” che valorizza l’aiuto di per sé (Schwarz), si creano modelli sociali che nella loro coerenza per affinità si impongono con una forza vincolante comportamentale talvolta maggiore dei vincoli di obbligatorietà giuridica i quali possono fungere prevalentemente quali rafforzativi.

            Ogni individuo ha determinati tratti stabili ed altri instabili, questo varia da soggetto a soggetto, circostanza che determina coerenza solo in alcune manifestazioni con la conseguente possibilità di risposte incoerenti in altre circostanze, si crea quello che è stato definito come “situazionismo” dove sono situazioni particolari che creano la tendenza all’aiuto, l’evolversi degli eventi che intercorrono nella vita di un individuo possono cambiare le sue predisposizioni, è quindi l’ambiente sociale che ne forma il sostegno per il suo persistere nel tempo, sì che l’azione non è che il prodotto dell’interazione tra circostanze situazionali e predisposizioni personali, è pertanto la società e i gruppi in essa socializzanti con le sue norme informali e formalizzate che sostiene o muta le predisposizioni del singolo imponendo i valori e i comportamenti premianti, tanto da potere causare condotte moralmente incoerenti (Bern-Allen).

            Vi è una certa valutazione nell’aiuto che coinvolge tanto chi è soccorso quanto il soccorritore, nel rendersi conto della necessità di aiuto accanto a fattori intrinseci in coloro che dovrebbero attivarsi, quali i sentimenti di paura o una visione critica di sé, vi è un giudizio morale su chi è soccorso, si cerca la causalità del male, se la sofferenza è la conseguenza di una propria condotta quale giusto contrappunto di una mancanza morale, la ricerca di una giustizia superiore a quella legale che si ritiene comunque realizzarsi in questo mondo e di cui la sofferenza ne è la dimensione visibile (Lerner), si realizza un conflitto tra l’empatia e quello che si ritiene essere una giusta conseguenza, di cui solo le corrette informazioni sulle origini della sofferenza può portare ad una ricomposizione superando la distorsione che il sentimento di simpatia suscitato dal beneficiato può ulteriormente creare rispetto agli altri  casi.

Dobbiamo inoltre considerare il punto di vista di chi riceve i soccorsi, circostanza che si ritiene di non valutare dando per scontato la riconoscenza, sorgono in realtà tre problematiche intersecate tra loro: il sentirsi strumentalizzati, il senso di inferiorità che può creare rabbia e la creazione di obblighi tra le parti.

Il sentirsi strumentalizzati può riguardare tanto gli aiuti al singolo quanto ad intere comunità, colui o coloro che ricevono non sanno mai la causalità dell’intervento o le vere intenzioni del soccorritore, vi è quindi alla base nel rapporto un fattore fiduciario che nasce dalla chiara manifestazione delle intenzioni, questo si ricollega alla “pressione dovuta all’obbligo” che si viene a creare a seguito dell’aiuto, vi è quindi una necessità di permettere un qualche scambio anche se necessariamente non proporzionale, circostanza che evita una minaccia all’autostima (Mori-Fisher).

Gli interventi normativi come le azioni collettive possono quindi creare effetti indesiderati oltre a non essere sempre del tutto desiderati nei modi e nei tempi, si hanno ragioni indipendenti dai desideri e l’agire pratico non corrisponde molte volte con la costituzione della ragione dell’agire, l’efficacia diventa solo indiretta creando ulteriori problematicità, infatti ogni azione economica e sociale ha risvolti psicologici dalle più complesse ricadute e l’etica individuale viene a variare nella generalità secondo le circostanze sociali, in una necessità di adeguamento secondo quelle che Searle definisce come “funzioni di status”, portatrici di una deontologia da noi accettata collettivamente.

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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