Alle origini dell’antiparlamentarismo italiano

Alle origini dell’antiparlamentarismo italiano

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

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La manipolazione parlamentare, il rifarsi alla folla, il trasformismo ha più volte  indotto a delegittimare il Parlamento, i privilegi economici ed i benefit sono cresciuti in alternativa al suo prestigio e al suo svuotamento funzionale, già “La Voce” di Prezzolini in occasione dell’impresa di Libia presentava il Parlamento come un’istituzione transitoria per la storia della nazione, non adeguata ai problemi politici italiani, dove necessitava una nuova potente azione rinnovativa, lo stesso principio veniva ripreso nel giugno 1914 dove, nella “settimana rossa”, Prezzolini vedeva la forza rinnovatrice della “folla” contrapporsi alle alleanze a ai giochi di potere del Palazzo, in cui si agitavano le decadenti forze socialiste e giolittiane.

Anche Papini  nella sua rivista “Lacerba”, vicina ai futuristi, nella polemica sul fallimento degli ideali risorgimentali a seguito della viltà dei successivi governi borghesi formati da bottegai, contesta quello da lui ritenuto essere un “commercio” di ideali in cui è sprofondato l’istituto parlamentare, un disgusto profondo condiviso con Salvemini che vedeva in Giolitti il “ministro della malavita” e come tale impossibilitato a rappresentare il vero Paese con la sua maggioranza parlamentare, invitava pertanto i giovani a non considerare Montecitorio con la sua immoralità.

A queste voci si aggiunse un De Felice che aizzò le folle romane contro la maggioranza parlamentare, invocando l’interventismo quale panacea delle classi più umili in vista di un cambiamento violento, aiutato in questo da Colajanni che vedeva in esso la possibilità di un rinnovamento contro le debolezze post-Risorgimentali rappresentate dal Parlamento stesso.

A queste si affiancavano nell’antiparlamentarismo anche correnti estetico-decadentiste rappresentate da D’Annunzio, che nel Parlamento stesso scorgeva una volgarizzazione degli impulsi eroici risorgimentali, rifacendosi al pensiero di Nietzsche, un’attività di mediazione che impediva lo slancio vitale insito nel super- uomo, su questo indirizzo si inseriscono le prospettive di un giovane Mussolini con il giornale il “Popolo d’Italia” che, attraverso gli interventi di Papini e Prezzolini, accentuò l’aspetto morale e spirituale dell’intervento nella Grande Guerra in contrasto con le posizioni della maggioranza parlamentare, appoggiato dal “Corriere della Sera” diretto da Luigi Albertini , si venivano a contrapporre alle guerre parlamentari coloniali una necessaria guerra di popolo.

Gli stessi socialisti massimalisti, esaltarono l’intervento quale elemento necessario a conferire ai lavoratori la disciplina necessaria per una rivoluzione sociale, tali posizioni vennero a saldarsi con le posizioni nazionaliste rappresentate da Corradini, Sighele e Federzoni  nell’Associazione Nazionalista attraverso il suo settimanale “Idea Nazionale”, posizioni che favorirono le trattative extraparlamentari con l’Intesa dei Governi Salamandra e Sonnino , dal dicembre 1914 al maggio 1915, appoggiate e avvallate dalla Corona e formalmente autorizzate dal Parlamento con la concessione dei pieni poteri per lo svolgimento delle trattative diplomatiche, ossia una piena libertà d’azione.

Il Libro Verde presentato da Sonnino quale resoconto delle trattative diplomatiche, senza possibilità di esaminare direttamente i documenti relativi alle proposte e controproposte, fu alla base di una votazione immediata e segreta dopo breve discussione in cui solo Turati si oppose con un suo intervento del tutto personale anche se un altro deputato ex socialista neutralista Ciccotti rassicurò comunque la lealtà in caso di guerra dei socialisti, tale votazione risultata favorevole all’intervento fu intesa dagli ambienti intellettuali, che si rifacevano alla Voce, come la dimostrazione di una viltà delle Camere che senza credere accettavano, appariva così chiara l’anima antidemocratica e antiparlamentare dell’opposizione a Giolitti nelle manifestazioni interventiste del 9 maggio svoltesi a Roma, tanto che l’Idea Nazionale chiese l’eliminazione di Giolitti e dei suoi seguaci quando il 13 maggio venne meno il governo Salandra a seguito della mancata maggioranza nel Parlamento, tuttavia, anche per le pressioni della stampa capeggiate dal Corriere della Sera, le dimissioni furono respinte dalla Corona.

La guerra fu un crogiolo antidemocratico, in cui vi fu un abituarsi all’uso della violenza e ad un regime parlamentare bloccato, nel quale doveva prevalere l’efficientismo necessario a sostenere la macchina bellica, le devastazioni si aggiunsero ai debiti di guerra e l’industria fu coordinata e convertita alla produzione bellica, i problemi post-guerra scatenarono le opposte reazioni del biennio rosso e dei fasci di combattimento, con continui scontri di piazza, la matrice antiparlamentare riemerse e nel decennio successivo lo schema fu ripetuto sebbene con un copione riadattato, fino ad esautorare con la marcia su Roma il Parlamento per il successivo ventennio.

Nel secondo dopoguerra l’opera della Costituente rafforzò la centralità del Parlamento in un equilibrio di poteri, ma questo comporta la necessità di una qualità dello stesso e di una sua sacralità che è venuta meno in uno scambio di benefit tra potere esecutivo e legislativo, nel quale l’autoritarismo di un Crispi è finito per riemergere affiancandosi al trasformismo di un Depretis , fino allo sgretolamento del prestigio parlamentare economicamente accusato di inefficienza e di costi eccessivi per il mantenimento di una macchina scarsamente autonoma, efficiente solo nelle richieste di scambi e favori e comunque di freno nell’attuale velocità del cambiamento sociale, usato quale modello in negativo per una serie di parlamentini regionali e locali.

Populismo e antipartitismo si coniugano in movimenti che diventano assembleari, favorendo l’emergere di leadership personalistiche che si fondano su movimenti che evidenziano doppie identità, sia rivoluzionarie che legittimate politicamente nel parlamento, con continue alternanze di potere che tra aspetti mediatici e patrimonialistici legate alle nuove tecnologie creano dei populismi di opinione democratica che vengono a depotenziare ulteriormente la legittimità dell’istituto parlamentare.

 

Bibliografia

  • C. Ghisalberti, Storia Costituzionale d’Italia 1849/1948, Laterza;
  • G. Galasso, Potere e Istituzioni in Italia, Einaudi;
  • M. S. Salvadori, Storia d’Italia e crisi di regime, Il Mulino;
  • G. Della Loggia, L’identità italiana, Il Mulino;
  • P. Ignasi, Il potere dei partiti, Laterza;
  • E. Novelli, La turbo politica, Rizzoli. 

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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