Alcuni aspetti della politica di Giolitti: tra liberalismo e democrazia

Alcuni aspetti della politica di Giolitti: tra liberalismo e democrazia

Viceconte Massimo

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Prima di affrontare l’argomento del tema occorre necessariamente fare alcune premesse e fissare delle coordinate cui riferirsi nel breve studio.

Per liberalismo intendiamo quella dottrina politica che concepisce il governo della “cosa pubblica” (la”res publica”) col lasciare il più ampio margine di azione alle libere forze della società, agli interessi in essa presenti, a1 libero agire degli individui, degli enti pubblici e privati,limitando il più possibile l’azione di guida dello Stato.Al liberalismo in campo politico corrisponde i1 liberismo in campo economico dove predomina il principio del libero gioco delle forze del mercato, anche qui limitando al massimo interventi e dirigismi dello Stato ,che deve limitarsi ad assecondare il predetto gioco con correttivi essenziali.

Per democrazia, più semplicemente,intendiamo il governo del popolo o direttamente (democrazia diretta: democrazia Ateniese ) o attraverso rappresentanze, per lo più assembleari (democrazia rappresentativa):  gli interessi qui in gioco sono quelli più ampi possibili del popolo che divengono ispiratori dell’azione politica del governo e predominano su tutti gli altri interessi in gioco , interessi settoriali,particolaristici,privatistici etc..

Ed ora passiamo al tema specifico.

Certamente Giolitti rappresenta una delle figure più eminenti della politica italiana dopo l’Unità. E’ senza ombra di dubbio l’uomo politico che ha dato i1 maggior impulso al nostro paese per una trasformazione in senso moderno e liberal-democratico, senza peraltro prescindere da aperture di carattere sociale.

Pur tra le contraddizioni e i limiti dell’uomo e dei tempi troviamo nel suo operato genuini germi destinati a svilupparsi nei decenni successivi della Storia del nostro paese. L’importanza del periodo in cui Giolitti formò e diresse i suoi governi è talmente rilevante nella Storia del nostro paese che non è mancato chi ha parlato di un”età giolittiana” ,con inflessioni vuoi negative vuoi-ancor più- positive.

Tale “età” va dagli anni 1901 ca. agli anni 1914 ca.. Quanto vi sia di tradizionale liberalismo e quanto di senso democratico nei vari interventi politici ed economici di Giolitti non è facile a dirsi.

La storia la si comprende nel quadro storico (sembrerà una tautologia) e cioè da dove si parte e dove si arriva. Formatosi,infatti, nel clima di un liberalismo conservatore che vedeva la democrazia come qualcosa di antitetico al liberalismo (Croce parlava di demoliberalismo in senso spregiativo) :dove un Bonghi si opponeva, col peso della sua cultura al parlamentarismo all’inglese, il Giolitti seppe fare notevoli passi in avanti nell’affermazione concreta di un liberalismo democratico.

In epoche in cui i Governi si schieravano,prendendo posizione, dalla parte dei datori di lavoro per “mantenere l’ordine e salvaguardare l’economia”, Giolitti affermo’ che il governo doveva restare neutrale nelle controversie tra capitale e lavoro e ,invece di fare intervenire prefetti e polizia per reprimere gli scioperi ne affermò la liceità.

Tale atteggiamento può essere visto e interpretato o nel senso liberale come applicazione del principiodi accettare il “libero gioco delle forze economiche in campo” ma anche come un andare incontro e favorire le forze emergenti della democrazia sociale e sindacale.

Questo bipolarismo tra liberalismo illuminato e democrazia popolare permeò tutta l’opera dello Statista. Sotto la spinta di sempre più vaste masse popolari , sempre più coscienti della propria dignità e forza, si rendeva indifferibile attuare riforme sociali importanti.

Giolitti, consapevole e convinto della necessità di migliorare le condizioni di vita dei ceti inferiori, diede infatti mano a importanti riforme: concesse dal’alto -secondo taluni- da un liberalismo illuminato, ma pur sempre conservatore di fondo, o strappate dal basso, volontà popolare di imponenti masse che premono (scioperi – manifestazioni di protesta) – secondo altri.

Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, riforme fiscali (minor imposizione sui generi alimentari), prevenzione degli infortuni, distribuzione gratuita del chinino: i tempi erano ormai maturi per un allargamento della legislazione sociale.

Nella politica economica i suoi orientamenti si andavano spostando a sinistra : nazionalizzazione delle ferrovie (realizzata da un giolittiano), monopolio di stato delle assicurazioni sulla vita. La consapevolezza dei tempi e la convinzione che l’ avvento della democrazia popolare non poteva arrestarsi lo aveva indotto a tentare,più volte, di fare entrare i socialisti nell’area di governo (1903 e 1911) e anche i cattolici, con una lungimiranza che, accolta, forse avrebbe evitato all’Italia la sciagura del fascismo (trasformismo o – come piuttosto ci pare- spirito democratico di allargamento del consenso ).

Ma dove l’impronta democratica appare più spinta ed inoppugnabile nell’opera di Giolitti è nella concessione del c.d. suffragio universale che comportò l’allargamento della base elettorale da 3 a 8 milioni di elettori (1911). Lo si legga come si vuole, ma è certo, questa, una trasformazione fondamentale del modello politico italiano e l’abbandono del governo di élite che aveva accompagnato

i primi decenni dell’unità (destra       storica e avvento della sinistra).

Con tale riforma le spinte riformatrici del paese, che si esprimevano in forme violente di vario genere e che avrebbero potuto sfociare in rivolgimenti rivoluzionari, furono incanalate nell’espressione del voto elettorale (momento di affermazione delle istanze popolari e di crescita del cittadino) : fu espressione di vera democrazia o strategia del vecchio liberalismo per salvare lo stato borghese realizzata dal politico Giolitti ? A nostro parere la risposta è la prima, al di là di certe ambiguità della politica della Statista.

Non mancano invece studiosi ( Carocci) che danno un giudizio diverso sull’operato di Giolitti che “nel 1901-1902 (il periodo della vera e propria svolta liberale) anzicchè liberare la potenziale rivoluzione democratica maturata durante la crisi di fine secolo la incanalò nel sistema tradizionale. Invece di una rivoluzione ci fu una crescita della democrazia , sempre tenuta sotto controllo.” e quindi “fu merito di Giolitti avere intuito con lucidità che solo stando a sinistra era possibile svolgere un’azione di governo fecondamente conservatrice.”.

Secondo tale Autore ” Giolitti avrebbe instaurato un sistema di governo con un programma di sinistra da attuare con strumenti conservatori che fungevano da contrappeso”( e con tale espressione ci si riferiva  p.es al nuovo ruolo dei Prefetti).

Un ulteriore considerazione di carattere generale che cisuggerisce l’analisi degli eventi storici dei tempi giolittiani: il cammino della democrazia in Italia, lentoe forse ancor oggi non interamente attuato, non si incentrò sull’affermazione dei diritti civili e religiosi come avvenne per l’Inghilterra del Sec.XVII° -nell’epica lotta tra Parlamento e Corona – ma prevalentemente sulle istanze di carattere socio-economico mirate ad un miglioramento del livello di vita.

Non sarà male ,da ultimo, ricordare quale fu, anche se può apparire scontata l’interpretazione del periodo giolittiano che diede il famoso filosofo-storico, fervente sostenitore del liberalismo in campo economico-politico e dell’idealismo in campo filosofico.

Considerato in termini negativi, e quindi scartato il metodo democratico ( o “radicalismo” o “demoliberismo”) il Croce così si esprimeva: “non che si entrasse in una sorta di età beata o di “età dell’oro”….ma, come nella vita del singolo vi sono anni nei quali si coglie il frutto degli sforzi durati, delle esperienze compiute e patite, e il lavoro si fa agevole e`largo…. così nella vita dei popoli ” e   quindi ” il problema che si era aperto della direzione e del governo era stato nel fatto risoluto con la prevalenza del metodo liberale….perchè, da un lato, esso manteneva l’ordine sociale e l’autorità dello stato e dall’altro accoglieva i nuovi bisogni col lasciare libero campo alle competizioni economiche anche tra datori di opere e lavoratori e con l’attendere a provvidenze sociali”. Sviluppando la sua concezione di sintesi dialettica per cui “il rapporto di liberalismo e di democrazia o demoliberismo… è… rapporto di un ideale e di una realtà empirica,di un concetto regolativo e di un’attuazione…” arrivava  perfino ad affermare che, nel periodo giolittiano,”il partito socialista si venne facendo sempre più riformista o liberale “.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Benedetto Croce : Storia d’Italia dal 1871 al 1915 Ed. Laterza 1964

Giampiero Carocci : Storia d’Italia dall’Unità ad oggi Ed. Feltrinel li 1975

Denis Mack Smith : Storia d’Italia 1861/1969 Ed.Bibl.Univ. Laterza.1987

 

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