Strage di Capaci, 30 anni senza Falcone

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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Capitano eventi nella storia che colpiscono non solo a livello globale, ma anche tutti noi singoli, talmente nel profondo, che ciascuno di noi anche a distanza di anni, decenni, può dire esattamente dov’era e cosa stava facendo.

Per la generazione dei cosiddetti boomer, parola che va tanto di moda oggi sui social, spesso usata a casaccio, ovvero per chi era giovane negli anni ’60, ad esempio, il giorno dell’omicidio di Kennedy, o dello sbarco sulla luna, entrato nelle case del mondo con i primi apparecchi televisivi.

Per chi, come me invece, appartiene alla Generazione X e negli anni ’60 non era ancora nato, le date significative in cui l’attualità e la storia si sono fuse in un tutt’uno sono altre.

Per esempio il 9 novembre 1989, caduta del muro di Berlino. Oppure ed ancora di più, l’11 settembre e non c’è nemmeno bisogno di specificare di che anno, perché quando si parla di 11 settembre solo a quello ci si riferisce. Non in molti, almeno da questa parte del globo terracqueo, sanno che esiste anche un altro 11 settembre, quello del 1973, giorno del golpe di Pinochet in Cile, e non è per mancanza di rispetto nei confronti di quel remoto Paese Sudamericano, ma l’11 settembre per antonomasia, quello che tutti ricordiamo con precisione millimetrica, può essere solo quello dell’attacco alle Torri gemelle del 2001.

Un altro giorno scolpito nella memoria collettiva è il 23 maggio 1992.

Il giorno della strage di Capaci, il giorno in cui, insieme con un gran pezzo di autostrada, saltarono in aria, per mano della mafia, il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, la giudice Francesca Morvillo, e tre uomini della loro scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Io facevo il liceo classico, allora, ed ero una ragazzina con la testa piena di stupidaggini e uno scarsissimo per non dire zero senso civico e sociale.

Non ero, per capirci, una giovane attivista, impegnata nel sociale o in politica. Ero una di quelle che se a scuola si organizzava l’occupazione, anzi, l’okkupazione, stava a casa a fare vacanza, se c’era sciopero andava in montagna a sciare e sul diario attaccava foto dei Duran Duran.

Leggevo molto, questo sì, leggevo Tolstoj e Dostoevskij e Verga e Svevo, per darmi un tono, ma poi nascondevo sotto il banco i romanzi della Rosa e quelli di Sveva Casati Modignani, perché va bene essere impegnata culturalmente, ma sulla Smemo (a.k.a. la Smemoranda, l’antesignana dei blog moderni, il diario per eccellenza, noi che in mancanza di social dovevamo arrangiarci come potevamo), sulla Smemo si mettevano le citazioni romantiche di Liala, mica quelle di Bulgakov.

Non so scrivere parole in ricordo di quella che credo si possa definire la parte migliore di un’Italia che non c’è più.

Non so se a quel magistrato pronto a dare la vita per un ideale superiore, a sua moglie, alla sua scorta, e poi al suo amico, saltato in aria pure lui due mesi dopo, anche lui con altri giovani della scorta, piacerebbe vedere il mondo come è diventato oggi, vedere lo stato della giustizia italiana, gli scandali continui della magistratura.

Non so nemmeno se quel sacrificio sia veramente servito a qualcosa, se la lotta contro la mafia, oggi, dopo l’arresto prima di Totò Riina, il mandante delle stragi, e poi di Bernardo Provenzano, il suo successore al vertice di Cosa Nostra, possa veramente considerarsi a un punto di svolta o se siano semplicemente cambiati i modi e i tempi con cui la criminalità organizzata continua a guidare sotto traccia le sorti del nostro Paese, come succedeva trent’anni fa. Non lo so davvero.

È difficile ricordare episodi del genere e personaggi così grandi, senza scadere nella retorica e a me la retorica fa orrore, non sono in grado di maneggiarla, la trovo banale. E di tante cose che si possono dire della vita e della morte di cui oggi ricorre il trentesimo anniversario, di certo non rientra il fatto di essere banale.

Quindi proviamo una cosa diversa. Non diciamo niente. Stiamo zitti, elaboriamo senza clamore, senza frasi ad effetto, senza polemiche, senza proclami, senza accuse, senza pompa magna, senza voler apparire ad ogni costo. Prendiamo quello che questo anniversario ci ha lasciato, ogni anno, da trent’anni a questa parte, e gestiamolo in maniera personale.

Limitiamoci a ricordare e che i protagonisti, almeno per oggi, siano loro, quelle persone che trent’anni fa sono morte perché tentavano nel loro piccolo, o forse non tanto piccolo, di fare il loro lavoro, e di farlo bene.

Per tornare alla memoria degli eventi che hanno segnato la storia, devo confessare che non mi ricordo assolutamente dov’ero e che cosa stavo facendo quel pomeriggio, erano circa le sei di sera, del 23 maggio di trent’anni fa. Non avevo nemmeno del tutto chiaro chi fosse questo giudice saltato in aria con mezza tonnellata di tritolo in Sicilia, perché la Sicilia mi sembrava molto più lontana di Hollywood, che invece sentivo vicinissima, dai poster della mia stanza. C’è da dire che non c’era internet e che noi adolescenti eravamo molto più indietro degli adolescenti di oggi.

Eppure ricordo il senso di smarrimento e di ineluttabilità a quella notizia, che sul momento mi sembrò astratta, ma in qualche modo grave, tragica, definitiva, oltre la morte di quelle persone che non sapevo chi fossero.

Ricordo il turbamento dei miei genitori.

Ricordo il servizio al telegiornale, quella sera e in molti giorni successivi, ricordo le immagini della voragine sulla strada, e ricordo in particolare quella di questo signore coi baffi, che mi rammentava un po’ Maurizio Costanzo, che veniva celebrato come un eroe moderno, fondatore del pool antimafia, portavoce di una cultura di legalità, ma non di legalismo, che in Italia a quell’epoca, faticava a decollare, soprattutto in certe zone della Sicilia. Perché adesso, invece…

Ricordo che chiesi a mio padre di spiegarmi di più. Lui mi diede un libro e mi disse “Prendi, leggi”. Il libro era “Cose di Cosa Nostra”.

Lessi quel libro. E dopo quello, ne lessi molti altri.

E da lì non smisi più di leggere, di imparare e da quel momento di ricordare.

Fino ad oggi, trent’anni dopo.

 

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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