Separazione, le novità dalla Suprema Corte

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia
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Una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione (Cass. ord. n. 6145/18 del 14.03.2018), ha ricordato le modalità dettate dal codice di procedura civile, in relazione alla separazione.

La separazione si verifica quando la convivenza è diventata intollerabile e c’è bisogno di autorizzare subito i coniugi a vivere separati e a sciogliere la relativa comunione.

Succede sempre più spesso che la causa si divida in momenti diversi, ciascuno con una propria funzione.

Ogni volta che le parti pongono in essere una separazione consensuale, si incontrano davanti al Presidente del tribunale, che tentata una conciliazione rapida e formale, li dichiara “separati”, e trascorsi sei mesi possono divorziare.

Se non c’è accordo, bisogna fare la separazione giudiziale con una vera e propria causa, che si concretizza con i coniugi uno contro l’altro.

Il procedimento inizia con un primo incontro davanti al Presidente del Tribunale, che tenta una conciliazione, se non riesce, adotta i provvedimenti urgenti in attesa di quelli definitivi che deciderà il giudice della causa vera e propria.

Il Presidente determina una misura provvisoria dell’assegno di mantenimento e la collocazione dei figli con il diritto a poterli vedere dell’altro genitore.

Il giudizio procede con il cosiddetto “giudice istruttore”, che valuterà le prove e adotterà la sentenza definitiva.

Il codice di procedura civile (ex art. 709 bis c.p.c.) stabilisce che “all’udienza davanti al giudice istruttore se il processo devea continuare per la richiesta di addebito, per l’affidamento dei figli o per le questioni economiche, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa alla separazione, contro la quale è ammesso appello immediato che è deciso in camera di consiglio”.

La legge consente che il giudice istruttore si possa pronunciare subito sullo status di separati con sentenza non definitiva per poi consentire che il  processo prosegua per la richiesta di addebito, per l’affidamento dei figli o per le questioni economiche.

Se la situazione di intollerabilità della convivenza rende matura la decisione sulla separazione, il Tribunale è tenuto a pronunciare sentenza non definitiva, alla quale farà seguito la prosecuzione del giudizio per le altre decisioni.

Secondo i giudici, sarebbe uno strumento di accelerazione dello svolgimento del processo che non determina un’arbitraria discriminazione nei confronti del coniuge economicamente più debole, sia perché è sempre possibile richiedere provvedimenti temporanei e urgenti, sia per l’effetto retroattivo, sino al momento della domanda, che può essere attribuito in sentenza al riconoscimento dell’assegno di divorzio.

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L'assegnazione della casa familiare in caso di separazione o divorzio

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La casa coniugale è il teatro della vita familiare, fulcro degli interessi e delle abitudini in cui si realizza la vita della famiglia. La notevole complessità delle problematiche connesse all’abitazione si ripercuote inevitabilmente sulla sua assegnazione, in sede di separazione o divorzio.

Non v’è dubbio, infatti, che, in occasione della crisi matrimoniale, l’assegnazione della casa adibita a residenza della famiglia rappresenti uno dei motivi di maggior conflitto, in quanto vengono a scontrarsi esigenze e diritti contrapposti, tutti oggetto di esplicita tutela costituzionale: da un lato, l’esigenza del coniuge, non proprietario, di continuare ad abitare nella casa che ha rappresentato il centro degli affetti e dell’organizzazione domestica; dall’altro, la necessità di tutelare il diritto, costituzionalmente garantito, alla proprietà privata.

Il legislatore, nel regolamentare la materia – che non riesce a fornire un’apprezzabile soluzione a tutti i problemi sociali e giuridici –, ha spostato l’attenzione dai genitori alla famiglia, composta anche dai figli, i cui interessi devono essere prioritariamente privilegiati, all’evidente scopo di salvaguardare il bisogno dei minori (o anche dei figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti o portatori di handicap) di mantenere inalterati i rapporti con l’ambiente in cui sono vissuti.

Quindi solo l’interesse dei figli a non subire ulteriori cambiamenti dovuti alla crisi familiare e a conservare un minimo di continuità e regolarità di vita è l’unico motivo che può spingere a sacrificare (limitare) il diritto di proprietà.

Giuseppe Bordolli, Consulente legale in Genova ed esperto di diritto immobiliare. Svolge attività di consulenza per amministrazioni condominiali e società di intermediazione immobiliare. È collaboratore del quotidiano Condominio 24 Ore on line e cartaceo e di varie riviste di diritto immobiliare. Autore di numerose pubblicazioni in materia di condominio, mediazione immobiliare, locazione, divisione ereditaria, privacy, nonché di articoli e note a sentenza. È mediatore e docente in corsi di formazione per le professioni immobiliari

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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